Mondo della moda a Hollywood: viaggio e rinascita. Luca Ribezzo si racconta tra set internazionali, timidezza e grandi sfide d’attore

Di Mariagrazia Cucchi

 Una vita vissuta tra le passerelle dei più grandi stilisti internazionali e i set cinematografici di mezza Europa e degli Stati Uniti. La storia di Luca Ribezzo è quella di un percorso artistico e umano straordinario che affonda le radici in oltre vent’anni di esperienza nel cuore pulsante della moda, lavorando fianco a fianco con icone come Valentino, Dolce & Gabbana, Gianfranco Ferré, Versace e Armani, per poi evolversi in una carriera di attore ricca di oltre quarantacinque crediti su IMDb.

​Da Parigi a Tel Aviv, da New York a Londra, fino alle recenti produzioni tra Stati Uniti, Italia e Spagna, l’attore e modello Luca Ribezzo ha saputo reinventarsi con tenacia, talento e una profonda dedizione allo studio, lavorando con registi del calibro di Til Schweiger e al fianco di stelle internazionali come Matt Dillon e Nick Nolte.

In questa intervista, ci illustra le tappe fondamentali di questa metamorfosi artistica, svelando anche il lato più intimo e riservato di un professionista che ha fatto della sensibilità e dell’autenticità la sua cifra distintiva, superando le sfide legate alla timidezza e ai circuiti patinati del mondo dello spettacolo.

Lei ha vissuto e lavorato per oltre vent’anni nel gotha della moda mondiale, accanto a leggende dello stile come Valentino, Versace e Armani. Qual è stato il momento esatto in cui ha capito che quel mondo prestigioso non le bastava più e che la vera chiamata arrivava dal set e dalla recitazione?

 Non c’è stato un momento preciso in cui ho capito che il mondo della moda non mi bastava più, perché la recitazione è sempre stata dentro di me. Fin da bambino, mi divertivo a interpretare personaggi e, alle scuole medie, il corso di teatro era il momento che aspettavo con più entusiasmo. Mi piaceva stare sul palco e raccontare storie.

Dopo il diploma ho lavorato come animatore turistico nei villaggi vacanze. La parte che amavo di più erano gli spettacoli serali: prepararli, provare e poi esibirmi davanti a centinaia di persone. Ogni volta che salivo sul palco sentivo che quello era il posto in cui riuscivo davvero a esprimermi.

A un certo punto, ho deciso di trasformare quella passione in qualcosa di concreto. Mi sono iscritto a una scuola di teatro professionale e, una volta terminato il percorso, sono partito per Londra. È lì che ho iniziato la mia gavetta e ho avuto le prime opportunità come attore professionista.

Non dimenticherò mai la prima volta davanti a una telecamera. Nel momento in cui ho interpretato un personaggio completamente diverso da me, ho capito la forza di questo mestiere. Quando la telecamera si accende e quella luce rossa si illumina, entri in un’altra vita. Ti ritrovi a vivere emozioni, relazioni e situazioni che non ti appartengono, ma che in quel momento diventano incredibilmente vere.

Per me recitare significa proprio questo: entrare nel personaggio fino in fondo, attraverso la voce, il corpo, gli sguardi, le emozioni e ogni piccolo dettaglio. È un lavoro che mi permette di raccontare storie, ma anche di conoscere meglio me stesso.

La moda mi ha dato tantissimo: mi ha fatto viaggiare, crescere e conoscere persone straordinarie. Sarò sempre grato a questo settore, per tutto quello che mi ha insegnato. Ma è nella recitazione che ho trovato il modo più autentico di esprimermi. È lì che ho capito di essere esattamente dove volevo essere.

Da New York a Londra, passando per l’incontro formativo con l’insegnante scozzese-americano Michael E. Rodgers a Milano: quanto è stato difficile ricominciare da zero e costruire la credibilità necessaria per entrare in produzioni internazionali come quelle della Warner Bros o il film “Head Full of Honey” con Nick Nolte e Matt Dillon?

 Spesso il mondo dello spettacolo e i circuiti mondani premiano l’estro, l’apparire e la costante esposizione mediatica.

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 Quanto pensa che la sua bellezza, unita a un carattere timido e a una forte riservatezza, l’abbia in realtà penalizzato nel corso della sua carriera?

 Paradossalmente, arrivare dal mondo della moda all’inizio mi ha penalizzato. C’è ancora il pregiudizio che una persona considerata “bella” non possa essere anche un vero attore. E, diciamolo, spesso si pensa che in un cast non ci possano essere troppi “bellocci”. Inoltre, l’aspetto fisico rischia di diventare un’etichetta: vieni associato a determinate tipologie di personaggi e questo può limitare le opportunità di dimostrare quanto puoi essere versatile come interprete.

Più che timido, mi considero una persona molto riservata. E questa mia riservatezza non rispecchia lo stereotipo dell’uomo che spesso viene associato al mondo della moda o dello spettacolo. Paradossalmente, la parte del mio lavoro che mi piace meno è proprio quella che molti sognano: apparire. Partecipare a première, eventi e red carpet fa parte del mestiere, ma non è ciò che mi rappresenta di più. Mi sento molto più a mio agio quando posso raccontare una storia attraverso un personaggio, piuttosto che quando devo essere semplicemente sotto i riflettori.

Nel mio percorso hanno avuto un ruolo fondamentale lo studio, la lettura e la disciplina. Sono aspetti che oggi fanno parte del mio modo di vivere questo lavoro. Credo che la credibilità di un attore si costruisca ogni giorno, con un approfondimento continuo. Bisogna nutrirsi costantemente del mondo che ci circonda: osservare le persone, ascoltarle, guardare film, visitare musei, leggere, vivere. Tutto può diventare una fonte di ispirazione. E poi c’è lo studio del personaggio, che per me è una ricerca continua: ogni ruolo apre nuove domande e nuove possibilità, e credo che non si finisca mai davvero di esplorare.

Naturalmente l’esperienza sul campo è fondamentale, ma serve anche un pizzico di fortuna: quella di incontrare attori e registi generosi, disposti a condividere ciò che hanno imparato. Io ho avuto la fortuna di vivere questi incontri e ne sono profondamente grato. Ho scoperto che i grandi professionisti sono spesso anche le persone più umili e disponibili, e da loro ho imparato tantissimo, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche umano.

Vissuto a lungo dall’altro lato dell’obiettivo tra moda e set, lei ha per anni anche coltivato una grande passione per la fotografia. In che modo, questo sguardo artistico e visivo influenza il suo lavoro di attore e il suo modo di interpretare le inquadrature?

 Ho sempre avuto una grande passione per la fotografia, in particolare per il ritratto. Mi piace fotografare le persone, soprattutto quelle che hanno un vissuto importante. Per questo cerco spesso volti anziani: ogni ruga, ogni sguardo racconta una storia. Mi affascina provare a cogliere, attraverso un’immagine, tutto quello che una persona ha vissuto. In fondo è una ricerca molto simile a quella che faccio quando interpreto un personaggio: andare oltre la superficie e cercare ciò che c’è dietro.

Anche la bellezza, nel mio lavoro, è un tema particolare. Sicuramente può essere un vantaggio, ma a volte può trasformarsi anche in un limite. Spesso l’aspetto fisico porta a essere identificati con determinati ruoli e non tutti hanno il tempo o la voglia di andare oltre un volto per scoprire cosa un attore possa realmente esprimere. Io, però, ho avuto la fortuna di incontrare registi, soprattutto stranieri, che hanno guardato oltre l’apparenza e mi hanno affidato personaggi diversi da quelli che ci si sarebbe aspettati. Sono esperienze che mi hanno fatto crescere tantissimo, sia dal punto di vista professionale che umano, perché mi hanno dato la possibilità di dimostrare la mia versatilità.

Come dicevo, più che timido mi definirei una persona riservata. È una caratteristica che mi porto dietro fin da piccolo e che deriva anche dall’educazione che ho ricevuto. Per questo non mi sento particolarmente a mio agio nelle situazioni in cui bisogna apparire a tutti i costi, come cene, première o eventi mondani. Fanno parte del mio lavoro e, quando si tratta di sostenere un film o un progetto a cui tengo, sono felice di esserci, di promuoverlo e di raccontare il mio personaggio. Ma, se devo scegliere, preferisco sempre stare davanti a una telecamera nei panni di qualcun altro, piuttosto che davanti ai fotografi nei panni di me stesso. È sul set che mi sento davvero nel posto giusto.

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Nel 2024 lei ha interpretato un ruolo da protagonista, nei panni di un villain italo-americano, in un film statunitense girato a Venezia. Che tipo di preparazione richiede calarsi nei panni di un “cattivo” all’interno di una produzione hollywoodiana ambientata in una delle città più iconiche del mondo?

 Devo dire che sono proprio questi i ruoli che mi affascinano di più, perché mi permettono di uscire completamente da me stesso e di entrare in realtà lontane dalla mia vita quotidiana. Sono personaggi che, per fortuna, nella vita reale difficilmente incontrerei, ed è proprio questa distanza che rende il lavoro ancora più interessante.

Quando interpreto un ruolo cerco sempre di costruirlo andando oltre la superficie, cercando di capire cosa si nasconde dietro le sue azioni e i suoi comportamenti. Mi piace trovare dentro di me uno stato d’animo, un’emozione, qualcosa di autentico che possa dare profondità al personaggio e permettere al pubblico di entrare in relazione con lui.

Anche quando interpreto personaggi più oscuri o negativi, cerco sempre di lasciare intravedere una sfumatura diversa: una fragilità, una vena di malinconia o magari un pizzico di ironia. Credo che siano proprio queste contraddizioni a rendere un personaggio più umano e interessante. E forse questa è anche una parte di me che riesco a portare nel lavoro.

Girare a Venezia è stata un’esperienza davvero emozionante. È una città unica, iconica, affascinante e allo stesso tempo misteriosa, con un’atmosfera che sembra già raccontare una storia. È un vero set a cielo aperto: ogni angolo ha qualcosa da comunicare. È stato un privilegio lavorarci e sicuramente un’esperienza che mi piacerebbe ripetere.

 Parliamo adesso del cinema spagnolo e dei Suoi progetti futuri: il regista Mario Pagano ha creduto fortemente in lei affidandole il ruolo di protagonista in un imminente film spagnolo in uscita nel 2027, nonostante lei fosse ancora un volto nuovo per quel mercato.

Cosa ci dice al riguardo?

 Negli ultimi tempi, mi sto appassionando molto al cinema e alla televisione spagnola. Guardando alcune serie su Netflix mi sono reso conto di quanto siano cresciute in qualità e di quante produzioni internazionali importanti vengano realizzate in Spagna. È un paese che sta creando progetti molto interessanti e mi piacerebbe vivere un’esperienza lì, anche per capire se ci possano essere opportunità per attori italiani in un mercato così stimolante.

Non smetterò mai di ringraziare il regista Mario Pagano, perché ha creduto in me fin dall’inizio, anche se non ero un nome conosciuto nell’ambiente cinematografico spagnolo. Durante tutto il percorso mi ha accompagnato con grande attenzione: dalle prove sul set, dove mi ha guidato passo dopo passo, fino alla costruzione del personaggio, aiutandomi a riscoprire sensazioni ed emozioni che forse non avevo ancora esplorato.

La difficoltà della lingua non mi ha mai fermato. Anzi, è diventata parte della sfida e Mario, parlando anche italiano, mi ha sostenuto in ogni momento, permettendomi di affrontare il lavoro con serenità. È stata un’esperienza davvero intensa e arricchente.

Devo ammettere che, quando ho ricevuto la sceneggiatura, inizialmente ho avuto qualche perplessità. Poi, rileggendola più volte e grazie al confronto continuo con il regista, sono riuscito a entrare completamente nel personaggio e nel suo mondo emotivo.

Mario è stato un regista molto protettivo e rispettoso, capace di accompagnarmi dentro questo ruolo con grande sensibilità. Mi ha dato la possibilità di esplorare una gamma molto ampia di emozioni, anche grazie a un set composto da colleghi straordinari e da persone accoglienti e professionali.

Credo che abbia avuto anche molto coraggio nel realizzare questo progetto, perché ha scelto di raccontare qualcosa di intimo e profondo. La soddisfazione più grande è stata vedere la sua felicità quando il film è stato completato: la sua emozione è diventata anche la mia.

È un film che considero un viaggio alla scoperta delle diverse sfumature dell’amore, ma soprattutto dell’animo umano. Sono molto soddisfatto del risultato finale e spero che il pubblico possa lasciarsi trasportare dalla storia con leggerezza, ma anche uscirne con qualche riflessione in più su sé stesso e sui temi che il film affronta.

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