Quando i ragazzi “provano la libertà”: perché la scuola non deve tacere

Dalla presa in giro “per gioco” ai fatti drammatici che riempiono le cronache, c’è un filo che li unisce: l’assenza di limiti. Ogni volta che un ragazzo sfida il mondo con una battutina, una spinta o un insulto, non sta chiedendo punizioni: sta chiedendo quale sia il proprio confine.

La scuola non è un tribunale e non deve giudicare, soprattutto perché i minori di 14 anni non hanno piena responsabilità dei loro atti. Ma ha il dovere di reagire per insegnare che la libertà non nasce dall’assenza di regole, ma dal loro rispetto perché le regole non limitano: proteggono la libertà di tutti. Deve farlo da subito perché ciò che appare un gioco tollerabile, senza guida può diventare un gesto irreparabile.

Non serve a nulla punire: serve educare. Serve mostrare che ogni azione, anche minima, ha conseguenze. Per un adulto può sembrare una perdita di tempo richiamare piccoli scherzi, ma far crescere i ragazzi facendoli credere che tutto è permesso, facendoli credere di essere sempre protetti è il modo più rapido per esporre a rischi ben più gravi loro e gli altri.

Il vero pericolo è far credere ai ragazzi che tutto sia permesso. Un approccio debole manda un messaggio devastante: “posso fare ciò che voglio, tanto qualcuno mi tirerà fuori dai guai”. È così che nascono sfide, provocazioni, umiliazioni, aggressioni. Non per cattiveria, ma per mancanza di un limite chiarito.

Per questo servono coerenza e severità. Non si deve fare ciò che non si vuole i ragazzi facciano, sanno riconoscere la coerenza. Non si deve reagire con violenza, ma con chiarezza, si impara dalla spiegazione non dal dolore. Far comprendere ad un ragazzo che le sue azioni hanno un peso è un atto di rispetto soprattutto per loro. Mostrare che anche la risatina o la battuta fuori posto hanno una conseguenza e quindi una reazione educativa significa prevenire, non punire.

Gli errori non marchiano: insegnano. Sono il primo battere d’ali di chi deve capire se il proprio volo porterà in alto o contro un muro e la reazione adulta deve evitare la catastrofe.
La scuola deve tornare a essere adulta. Non giudice, non amica, ma educatrice: presente, ferma, capace di dire “ti vedo, ti ascolto, ti fermo perché ti voglio bene”.
Perché la libertà dei ragazzi non si protegge lasciandoli fare. Si protegge mostrando loro il confine che li salva.

Riccardo Agresti

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