7 Gennaio, 2026
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Di cosa abbiamo bisogno?

In termini di diritto internazionale, quale differenza sostanziale separa l’invasione dell’Ucraina dal rapimento del presidente venezuelano? Due atti di forza, voluti da due uomini che governano non per servire il popolo che rappresentano, ma per dominare. Due gesti che si compiono nel nome di popoli illustri, ma che non portano alcun beneficio ai cittadini che quei nomi dovrebbero rappresentare. Due violenze giustificate da una giustizia che non esiste, da una retorica che maschera l’interesse personale dietro l’interesse nazionale.

Non è difficile notare e non è nemmeno più utile sottolineare che entrambi agiscono per sé, non per il mondo che li circonda. Uccidono, destabilizzano, impongono, nel nome di una verità che non è condivisa, di una sicurezza che non è universale, di un potere che non è legittimo.

Il potere, quando si concentra in una sola mano, tende a deformare la realtà. Non rappresenta più il bene comune, ma la proiezione di un ego che si crede sovrano. Così, si uccide in nome della pace, si invade in nome della sicurezza, si rapisce in nome della libertà. Ma nessuna di queste parole conserva il suo significato originario: diventano gusci vuoti, riempiti di propaganda e paura.

 

Eppure, la soluzione esisterebbe. Non utopica, ma semplicemente non ancora voluta perché limiterebbe il potere che si ha o cui si aspira. Un mondo senza frontiere, dove il potere non sia concentrato nelle mani di un solo uomo, ma affidato a un coro di voci, a un collegio di menti, a un gruppo di “presidenti” provenienti da ogni angolo del pianeta. Un’assemblea di coscienze, dove il dissenso non sia punito ma ascoltato, dove la critica non sia temuta ma cercata, dove le decisioni non siano affrettate ma meditate, temperate, condivise.

La democrazia non è il dominio della maggioranza, ma l’ascolto del dissenso. La giustizia non è la vendetta legalizzata, ma la cura del fragile. La sicurezza non è il controllo, ma la fiducia reciproca.

 

Ma il pifferaio magico dell’autoritarismo suona ancora la sua melodia. La Nazione forte, il Dio che ci guida, il nemico da abbattere: queste sono le note che incantano le masse ignoranti generate da una scuola che ha paura di insegnare, che spengono il pensiero, che soffocano la domanda più semplice e più vera.

 

Allora, la domanda che resta sospesa è questa: Il mio bene, la mia pace, la mia sicurezza… derivano davvero da guerre globali, da conflitti locali, da attentati che nascono come ombre dalle ceneri di queste violenze dalla guerra? O forse, da una forma più sana e più alta di egocentrismo. Quello che ci spinge a voler vivere. Quello che ci spinge a voler proteggere ciò che amiamo. Quello che dovrebbe farci dire: “no, non in mio nome. Non con il mio silenzio.”. Quello da cui potrebbe nascere una nuova etica del potere?

 

Ciò di cui abbiamo bisogno è un Mondo che non abbia bisogno di confini, né eroi solitari, ma solo di esseri umani capaci di pensare insieme.

 

Riccardo Agresti

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