LAGONE

Ricordando Palmiro Togliatti nel 54° anniversario della scomparsa, con uno sguardo al presente.

Ricordando Palmiro Togliatti nel 54° anniversario della scomparsa, con uno sguardo al presente.
agosto 28
18:47 2018

Sergio Gentili

Agosto è il mese, per i più, delle ferie e del riposo. È un mese di duro lavoro nei campi, di crimini del caporalato, di migrazioni, d’incendi e alluvioni, di mare inquinato. In più quest’anno, sconvolto dalla tragedia di Genova. A me capita di riprendere nelle mani gli scritti e i discorsi di Palmiro Togliatti che proprio ad agosto (21-08-1964) cessava di vivere. È l’occasione per viaggiare nella storia guardando al presente. Si sommano domande assurde tipo cosa avrebbe detto o fatto Togliatti oggi? Anche se si è consapevoli che il mondo in cui il leader del PCI è vissuto e ha operato con il pensiero e la politica non esiste più. Il mondo è cambiato, ma a veder bene anche durante la sua vita il mondo è mutato più di una volta.

Il “mondo mutevole” in cui è vissuto Togliatti è stato caratterizzato dal massacro della prima guerra mondiale, dalla rivoluzione russa, dall’affermazione e sconfitta del fascismo, dall’alleanza internazionale antifascista che ha sconfitto il nazismo, dalla guerra fredda, dai movimenti di liberazione nazionale, dalla rivoluzione cinese, dalla destalinizzazione e crisi del mondo comunista, dall’avvio del dialogo con papa Giovanni XXIII, dal dominio democristiano in Italia fino al primo centro-sinistra. La mia attenzione però è andata agli anni del fascismo.

Dalla Grande guerra alla Rivoluzione russa

La prima guerra mondiale ha rappresentato il fallimento storico del capitalismo imperialista che massacrò i giovani dei popoli europei e sconvolse la scena politica mondiale: abbattimento di grandi imperi (Austroungarico, Tedesco, Ottomano, Russo), ridimensionamento di Gran Bretagna e Francia, prevalere degli USA, Italia in coda, rivoluzione socialista in Russia che ispirata dai valori dell’uguaglianza e della pace lanciava la sfida storica del superamento dei rapporti sociali capitalistici basati sullo sfruttamento del lavoro di milioni di persone da parte di pochi proprietari dei mezzi di produzione e dei mezzi finanziari. Dalla rivoluzione sovietica agli operai e agli sfruttati di tutto il mondo arrivò il segnale e la speranza che la nuova società socialista era  matura e possibile.

L’esperienza sovietica fu tradotta in Italia in azione politica e in dure lotte sociali da militanti socialisti, giovani intellettuali e operai, tra cui Gramsci e Togliatti, che fondarono il PCD’I. Il parto però fu traumatico. Le cose, poi, non andarono nella direzione di una rivoluzione socialista mondiale, come credevano Lenin e i bolscevichi. Viceversa, lo sviluppo storico andò in una direzione opposta. Il superamento dei grandi imperi, il tentativo di soffocare e di isolare la Russia sovietica, le ripartizione di rapina dei territori e delle risorse da parte delle potenze vincitrici, il dominio americano sull’economia mondiale, la nascita a tavolino di nuove nazioni, le pesanti riparazioni di guerra a carico della fragile democrazia tedesca, l’avvento del fascismo in Italia, il soffocamento nel sangue delle lotte operaie in Europa, delinearono un nuovo assetto dell’egemonia capitalistica: conservatore, finanziario e monopolistico, basato su innovativi cicli produttivi di tipo fordista e fortemente antipopolare e anticomunista.

La risposta keynesiana alla grande crisi del ’29 e il ruolo prevalente dello Stato negli Usa. In Europa si affermano i regimi totalitari in Italia, Germania e Spagna

La guerra non aveva modificato la forma monopolistica e finanziaria del capitalismo mondiale: aveva ridisegnato il potere allocandolo in poche nazioni vincitrici e acceso il revanscismo nazionalistico delle nazioni sconfitte. La forza finanziaria e produttiva degli USA reggeva gran parte dell’economia mondiale e quando la speculazione mise in ginocchio la finanza americana nel ’29, la depressione si estese a tutto il mondo capitalistico. Si ebbe una fase di cambiamento. Ancora crisi, disoccupazione, precarizzazione dei ceti medi, maggiore sfruttamento dei lavoratori. La grande crisi svelò che non c’era nessuna capacità del libero mercato di autoregolarsi e di superare la sua crisi. I liberisti avevano raccontato fandonie. Fu necessario l’intervento dello Stato, cioè l’uso delle risorse collettive, per superare la depressione con politiche di sostegno all’occupazione, alla finanza e alle aziende. Negli Usa si ebbe una svolta democratica con Roosevelt e le sue politiche pubbliche per realizzare le riforme keynesiane, in Germania, viceversa, il malessere sociale fu raccolto dal partito nazista e dai grandi gruppi monopolistici e aristocratici, che promettevano lavoro e benessere attraverso il riarmo e la guerra, per conquistare terre e sottomettere popoli agli ariani tedeschi. Anni duri per i partiti del movimento operaio! Tutto sembrava dare loro torto. In Italia, il fascismo aveva esteso il proprio consenso avendo cancellato ogni libertà, soppresso con la violenza tutti i partiti, asservito i sindacati e soffocato con l’omicidio, il carcere e il confino ogni voce contraria alla dittatura. Gramsci e i comunisti italiani, dall’esilio, dalle carceri e dalla clandestinità, continuarono a ragionare sugli errori politici compiuti e sui limiti delle loro analisi, sulla storia d’Italia, sul fascismo e non smisero di organizzarsi per promuovere l’azione politica clandestina. Piccoli e piccolissimi gruppi di rivoluzionari antifascisti con la convinzione che il fascismo sarebbe stato sconfitto e anche il sistema capitalistico abbattuto o trasformato. Con grande spirito internazionalista parteciparono alla difesa della democrazia spagnola aggredita da Franco, Hitler e Mussolini.

I caratteri della crisi attuale: la risposta neonazionalista alla crisi del liberismo

È a questo punto del ragionamento che il pensiero porta ai caratteri della crisi attuale: subalternità, sconfitta e divisione delle forze socialiste e comuniste in occidente con la perdita della rappresentanza delle forze del lavoro e popolari; crisi del liberismo; risposta neonazionalista alla crisi liberista nella versione trumpista e populista che rilancia una feroce competizione intercapitalistica con i dazi commerciali, con pericolosi rigurgiti razzistici e nuovi venti di guerra; riscaldamento del pianeta e degrado ecologico in crescita; uso monopolistico dell’innovazione tecnologica e dell’informazione; crisi sociale, politica e istituzionale dell’Europa stretta tra: la sfida trumpista, l’aumento delle disuguaglianze, della svalutazione del lavoro e delle delocalizzazioni, l’impoverimento dello stato sociale, l’enorme potere del sistema finanziario e l’egemonia tedesca.  È un’Europa che ha affermato politiche rigoriste che hanno salvato le banche e impoverito nazioni e popoli, determinando la nascita di massicci movimenti politici di protesta dei ceti medi e popolari che impoveriti non si riconoscono più nelle forze tradizionali della sinistra. Sono nuovi movimenti: alcuni apertamente di destra come la Lega e Le Pen, altri di sinistra come Podemos, Tsipras, Corbyn e Melenchon, altri ancora ibridi come i 5stelle.

La crisi italiana del XXI secolo e le Lezioni sul fascismo di Togliatti

In Italia le forze popolari e del lavoro sono frammentate, devastate dal PD e prive di visione e di prospettiva, disorientate, senza rappresentanti stimati, preda delle spinte di destra e razziste. La situazione è di transizione aperta a nuovi cambiamenti. Il pericolo è che si possa realizzare una saldatura, sulla base di demagogia e sfiducia, tra la protesta dei ceti medi, del lavoro e popolari con i grandi interessi finanziari e monopolistici. Insomma allarme rosso.  Forse, rileggendo alcuni scritti di Togliatti si possono ripercorrere esperienze di una qualche utilità. Ho scelto di riflettere sulle “Lezioni sul fascismo” e l’introduzione a “La formazione del gruppo dirigente del partito comunista italiano”.

Le “Lezioni sul fascismo” fanno parte del “Corso sugli avversari”, svolto a Mosca nel 1935, e rappresentano il momento di rilancio della politica unitaria dei partiti comunisti verso le forze antifasciste in Europa e in Italia, dopo gli errori di settarismo compiuti dall’I.C.: “Quando si sbaglia nell’analisi si sbaglia anche nell’orientamento politico” (Lezioni sul fascismo). Del fascismo, negli anni passati, si erano date interpretazioni differenti: chi sottolineava la natura piccolo borghese del movimento che avrebbe addirittura imposto la propria dittatura sulla borghesia, chi come Bordiga pensava che tra fascismo e democrazia non c’era nessuna differenza, chi sottolineava solo il tratto della dittatura di classe della borghesia. L’errore di analisi che Togliatti correggeva era quella di aver tenuto distinti i due caratteri costitutivi del fascismo. Per lui il fascismo era una dittatura di classe sorretta da un regime reazionario di massa. Il fascismo italiano, in particolare, era la fusione tra violenza reazionaria classista e demagogia di massa, pertanto dittatura di classe e regime reazionario di massa erano concetti inseparabili: “se ci si ferma al primo elemento non si vede, si perde di vista, la grande linea dello sviluppo storico del fascismo e il suo contenuto di classe. Se ci si ferma al secondo elemento, si perdono di vista le prospettive” (ibidem). La nuova analisi superava ogni schematismo e parzialità, e imponeva uno studio attento della genesi e dello sviluppo politico del fascismo, fase dopo fase, da movimento a sistema dittatoriale: “il movimento delle masse non è uguale in tutti i paesi. Nemmeno la dittatura è uguale in tutti i paesi”, (quindi nessuna semplicistica analogia tra Italia e Germania). “Il fascismo in vari paesi può avere delle forme diverse. In tempi diversi, nello stesso paese, il fascismo assume aspetti differenti”. Togliatti, introducendo il concetto di “regime reazionario di massa”, andava oltre la tradizionale interpretazione “è il vero elemento nuovo che Togliatti aggiunge alla definizione del fascismo data da Stalin e dall’Internazionale comunista” (E. Ragionieri, “Palmiro Togliatti”) che affermava: “Il fascismo è una dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti, più imperialistici del capitale finanziario”. In più, tra le più grandi novità che Togliatti apportava, c’era la “non indifferenza, anzi il profondo interesse per la classe operaia della difesa delle libertà democratiche e ad un loro utilizzo nella lotta per il socialismo” (ibidem)

Il metodo con cui Togliatti analizza sia i movimenti fascisti, sia il fascismo italiano, è l’analisi differenziata che, da una parte, fornisce materiale teorico-culturale e, dall’altra parte, individua le contraddizioni politiche e sociali su cui agire per contrastare il consenso che aveva il fascismo tra le masse lavoratrici e popolari. Il fascismo appare una tendenza, non la sola, del capitalismo nella fase imperialistica, quindi non c’è equazione tra imperialismo e fascismo, esso rappresenta una inclinazione di parti consistenti delle classi dominanti ad abbandonare i principi, la pratica e le istituzioni della democrazia. La vittoria della reazione, per Togliatti, è possibile evitarla, ma a due condizioni: a) impedendo che le forze reazionarie possano crearsi una grande base di massa raccogliendo e gestendo il malessere causato dell’impoverimento dei ceti medi, dei ceti popolari e operai; b) contrastando la frammentazione, l’isolamento e la disorganizzazione politica e sindacale delle  forze del lavoro e popolari.

L’analisi togliattiana del fascismo: valido strumento per capire l’oggi

Quando si verifica la saldatura tra grandi centri di potere reazionari e ceti medi e popolari impoveriti, la vittoria del fascismo è possibile. Tuttavia, anche in presenza di un processo di saldatura reazionaria, la marcia vittoriosa del fascismo è tutt’altro che scontata, vive forti contraddizioni, anche perché non c’è un disegno precostituito e tanto meno una ideologia omogenea e definita. Il fascismo nel suo procedere pragmatico, violento e demagogico,  può essere fermato ma alla condizione di “fare politica”, cioè di avere le forze del lavoro e popolari organizzate in un partito presente tra e con le masse popolari, costruttore di larghe alleanze per la difesa dei loro interessi fondamentali. Per “fare politica”, quindi, le forze del lavoro e popolari debbono avere un proprio partito organizzato, con saldi principi di uguaglianza e solidarietà, costituito da gruppi dirigenti diffusi, radicati e stimati, sorretti da una giusta analisi, in grado di avanzare proposte e parole d’ordine corrispondenti ai bisogni ideali, sociali e politici delle forze popolari e dell’intero paese.

L’errore di fondo delle forze politiche del movimento dei lavoratori negli anni del primo dopo guerra, secondo Togliatti, fu quello di non essersi collegate a tutti gli strati sociali colpiti dalla crisi come gli ex-combattenti, i contadini poveri e medi, la massa dei precari e degli sbandati creati dalla guerra, tutte forze che invece si sono sentite rappresentate dalla demagogia fascista e sono state usate come massa di manovra contro i lavoratori e la democrazia. L’analisi differenziata rivela che la saldatura tra le varie anime del fascismo non si realizzò in un momento, ma  ebbe una sua maturazione nelle lotte sociali e politiche, quindi, un proprio percorso e tempo politico. È proprio con questa lettura delle vicende politiche che Togliatti affonda l’autocritica e individua l’errore principale fatto dal 1919 in poi, quello di non essersi posti l’obiettivo di separare le forze popolari da quelle reazionarie. Mentre il fascismo tendeva a dare risposte positive anche alla piccola e media borghesia delle città e delle campagne, esaltando le proprie scelte con una sfrenata demagogia per occultare il carattere classista delle sue scelte (corporativismo, pianificazione, politica agraria, costituzione dell’I.M.I e dell’I.R.I., guerre per l’impero ecc.) che, pur nella loro novità, erano organiche al capitale finanziario, ai gruppi dirigenti dell’industria e a quelli della grande proprietà agraria. “Lo Stato era solo il mediatore di un rilancio economico che avveniva con le idee, le tecniche e gli uomini di una gigantesca organizzazione privatistica” (L. Villari, “Il capitalismo italiano nel Novecento”) .

Il “processo di saldatura” ebbe come collante ideale un’ideologia eclettica in cui venivano giustapposti frammenti di diverse ideologie: il collaborazionismo di classe proprio di un riformismo socialista e cattolico che guardava al corporativismo, il romantico ritorno al capitalismo delle origini proprio dei liberaldemocratici, la pianificazione economica propria della cultura comunista, ecc. Ma quello che più contava era comprendere la funzione dell’ideologia fascista che era quella di “saldare assieme varie correnti nella lotta per la dittatura”, e Togliatti ammoniva: “Non guardate all’ideologia fascista, senza vedere l’obiettivo che il fascismo si propone di raggiungere in quel determinato momento”.

Nello scritto su “La formazione del gruppo dirigente del partito comunista italiano”, pubblicato nel 1962, Togliatti ricostruisce criticamente l’azione epistolare di Gramsci (1923-1924) con alcuni dirigenti del PCd’I al fine di preparare un cambio di linea a di gruppo dirigente nazionale. L’obiettivo era quello di operare una svolta politica superando Bordiga. Anche questo scritto potrebbe avere una qualche utilità considerando che le forze popolari e del lavoro hanno bisogno di un partito e la sinistra dispersa ha bisogno come il pane di ritrovare una collocazione sociale e ideale, di organizzarsi e unirsi, di ritrovare forme e modi di vera partecipazione, ha bisogno di conquistare credibilità, di avere una propria autonomia di visione, di prospettiva, di politiche e di trasformazione ecologista e socialista. Ha bisogno di partecipare e di promuovere lotte culturali e sociali con gruppi dirigenti autorevoli, riconosciuti dai lavoratori e dalle forze popolari, radicati nelle periferie e nelle campagne, rispettati.

Certo per Togliatti il problema dell’identità e della collocazione sociale e politica era stato già risolto: idealità socialiste, componente del movimento comunista internazionale, gli operai come riferimento sociale, opposizione al fascismo. Quello che andava invece risolto era la “politica” cioè la forza organizzata, le idee e le azioni di lotta sociale e politica per abbattere il fascismo, costruire la via al socialismo e fare della classe operaia una nuova classe dirigente nazionale. Anche lui aveva i suoi guai!

Nella prefazione de “La formazione del gruppo dirigente del partito comunista italiano” (di cui faremo ampie citazioni), Togliatti ricostruisce la critica al bordighismo con due parametri di valutazione, da una parte, quello della necessità, in politica, di analizzare sempre nel concreto le situazioni, senza schemi precostituiti, e di verificare gli effetti avuti dalle posizioni assunte, dall’altra parte, quello dell’analisi differenziata. Il passaggio da Bordiga a Gramsci fu sofferto e drammatico. A livello internazionale Lenin  (III° congresso dell’Internazionale comunista, 1921) valutava che la fase rivoluzionaria mondiale aveva subito una battuta d’arresto e proponeva il fronte unico della classe operaia che significava il riavvicinamento dal basso con i partiti socialisti e il governo di operai e contadini. Bordiga “dotato di una forte personalità e di notevoli capacità direttive… Sapeva comandare e farsi ubbidire”, si contrapponeva alla politica dell’unità dal basso dell’Ic. Nel frattempo, il fascismo in Italia prendeva il sopravvento, il re lo mise Mussolini a capo del governo e questi rinvigorì la violenza e la lotta armata contro i partiti di sinistra, le camere del lavoro, le cooperative e le leghe contadine. Poi il fascismo andò oltre spazzando via la democrazia e tutti i partiti.

Nello scritto, Togliatti avanza una critica di fondo al primo capo del PCD’I: “Il peggio era la sua concezione del partito, della sua natura, della sua formazione e della sua tattica. Egli non partiva… dalla classe operaia, di cui il partito comunista è una parte, dall’esame delle situazioni reali in cui essa si trova e si muove e dalla determinazione, quindi, degli obiettivi concreti che a ogni situazione corrispondono. Partiva da principi astratti, derivati con un processo intellettualistico e che dovevano essere buoni in tutti i tempi e in tutte le situazioni. Posto il fine ultimo della conquista del potere, scompariva la varietà delle posizioni intermedie e del loro nesso dialettico, era negato il valore del movimento politico democratico e dell’avanzata sul terreno della democrazia, le contrapposizioni di classe si traducevano in contrapposizioni rigide, schematiche, gli avversari diventavano tutti eguali né era possibile alcuna conquista di alleati, la forma e la parola prevalevano sulla sostanza, la coerenza diventava testardaggine, l’azione del partito non poteva più avere alcun respiro, riducendosi a pura esercitazione propagandistica e polemica”. Il compito di conquistare e orientare la maggioranza della classe operaia era ignorato: “ignorata ogni aspirazione all’unità con altri gruppi politici e ogni lotta per l’unità. L’avanguardia diventava una setta, che si temprava nell’attesa della situazione in cui le masse avrebbero raggiunto le sue posizioni ed essa sarebbe stata in grado di guidarle alla vittoria finale”.

Quella concezione della politica aveva costruito un partito centralizzato, dominato dalla figura del capo, fondato sulla pura obbedienza e la visione del partito era quella di un’organizzazione militare: “Era predominante, in questa concezione del partito, il momento della disciplina esteriore. Passavano in secondo piano, e venivano persino negati con argomentazioni di principio, il momento dell’autonomia e dell’iniziativa delle istanze periferiche e dei singoli compagni….il momento della diversità di posizioni, indispensabile per far fronte a situazioni complicate, a volte profondamente diverse da luogo a luogo; il momento dell’educazione politica…. e naturalmente il momento della discussione, del dibattito attraverso il quale non solo il partito nel suo complesso, ma i quadri dirigenti e i semplici aderenti acquistano la capacità di comprendere e fondo ciò che bisogna fare e quindi di farlo e ottenere successo”. Certamente, ci avverte Togliatti, esisteva sia una situazione oggettiva che spingeva verso concezioni di chiusura settaria, sia una impreparazione politica generalizzata dei quadri comunisti dovuta al marasma in cui erano cresciuti nel partito socialista e di cui si volevano liberare. Sottolinea Togliatti: “Ciò che più sorprende e deve essere registrato con attenzione è che finirono per capitolare davanti ad una concezione  settaria del partito e della sua funzione anche quei compagni, come Terracini e Togliatti” che erano stati accanto a Gramsci e avevano condiviso una diversa concezione della politica e del partito.

Bordiga fu criticato per il grave l’errore di settarismo che lo portò a non partecipare al movimento degli “Arditi del popolo” in quanto “i comunisti dovevano avere le loro formazioni di resistenza e non mescolarsi con altri”, ma dalla base comunista questa direttiva non fu rispettata. Il punto fondamentale di rottura, però, fu la non condivisione degli indirizzi politici del III° congresso dell’I.C., “quando Terracini, a nome della delegazione italiana, intervenne per negare la necessità della conquista della maggioranza, sostenne la dottrina estremista della ‘offensiva’ di piccoli gruppi per la conquista del potere e fu violentemente redarguito da Lenin… Anche più profondo diventò il contrasto con la Internazionale quando questa collegò alla lotta per il fronte unico la rivendicazione di un governo operaio e contadino, da costituirsi sulla base della raggiunta unità di azione con le masse socialdemocratiche”. Il gruppo dirigente bordighiano non solo resistete alla politica dell’I.C., ma si mosse in direzione opposta, tanto che, quando il Partito socialista al congresso di Roma (ottobre 1922) espulse l’ala riformista, legittimando così la scissione di Livorno: “La posizione dell’esecutivo [del PCd’I] fu invece sin dall’inizio, di diffidenza, di malcontento, di rifiuto di ogni giusta azione politica… si dichiarò contrario a qualsiasi proposta di avvicinamento e di fusione”. Cosicché, la polemica con i socialisti continuò aspra e dura senza fare neppure “la necessaria distinzione tra dirigenti opportunisti  e la base operai, sicché erano stati scavati abissi difficilmente colmabili”. Per questo Gramsci era contrario ad accordi con Bordiga: “non si può assolutamente fare compromessi con Amedeo. Egli è una personalità troppo vigorosa ed ha una così profonda persuasione di essere nel vero, che pensare di irretirlo con un compromesso è assurdo. Egli continuerà a lottare e ad ogni occasione ripresenterà sempre intatte le sue tesi”. Gramsci era convinto che “oggi bisogna lottare contro gli estremismi se si vuole che il partito si sviluppi e che finisca di essere niente altro che una frazione esterna del partito socialista. Infatti i due estremismi, quello di destra [capeggiata da Angelo Tasca] e di sinistra, avendo incapsulato il partito nella unica e sola discussione dei rapporti col partito socialista, l’hanno ridotto a un ruolo secondario” ( lettera del 5 gennaio 1924 di Gramsci a Scoccimarro).

Sono parole scritte circa cento anni fa, in un contesto politico nazionale e mondiale assolutamente diverso, tuttavia, mantengono un loro insegnamento come quello che la lotta all’estremismo si fa a destra come a sinistra. A chi oggi è impegnato nella costruzione di un grande partito delle forze del lavoro, popolari socialiste ed ecologiste quelle idee potrebbero dare qualche aiuto. Comunque è bene conoscerle.

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