14 Aprile, 2024
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Bergman e Antonioni, maestri diversi ma uguali della stessa Arte

di Marco Feole

Forse il caso, oppure no, ma le cose che legavano Ingmar Bergman e Michelangelo Antonioni non erano poche, compreso il terribile destino di condividere purtroppo lo stesso giorno della scomparsa, il 30 luglio del 2007, esattamente undici anni fa.

Due assoluti maestri della stessa Arte, cosi lontani ma anche estremamente vicini, che la magia del Cinema da loro raccontata quasi ci costringe a credere
che la loro scomparsa a distanza di poche ore, nello stesso identico giorno sia non casuale.
Due nazionalità diverse è vero, il primo Svedese e l’altro Italiano, culture opposte, ma entrambi amanti della “forma” e dello stile, senza mai dimenticare la proiezione
personale delle proprie caratteristiche in ogni loro film, e la centralità della figura femminile nelle loro storie.

Introspettivi e psicologici, maniacali nell’attenzione e la cura dell’immagine, grazie alla quale affidavano la maggior parte della comunicazione, pur
dando estrema importanza alle parole. Ecco forse proprio lo stile, il modo di raccontare la loro poetica dietro la potenza di un’immagine, era l’elemento
che più li legava, ancor prima dei temi o dell’analisi dei sentimenti.

Bergman analizzava i persorsi interiori dei propri personaggi quasi in maniera psicologica, con estrema attenzione, specchio forse di quello che lui in prima
persona provò, soffrendo di crisi depressive gravi. Antonioni fù meno “psicologo”, il suo Cinema basava il racconto sulle distanze tra le persone
e le cose, quella “incomunicabilità” con la quale veniva descritto ai suoi tempi, ma in maniera sbagliata e banale rispetto a quello che era invece il suo modo di vedere le cose.

I sentimenti, un elemento ricorrente in maniera diversa, ma presente in ogni loro film, l’amore e l’importanza della donna come personaggio protagonista e fondamentale dietro ogni loro racconto. Nel caso di Antonioni questo lo ritroviamo quasi in tutta la sua filmografia, compreso il legame all’epoca nella vita e sul set con Monica Vitti, protagonista di diverse pellicole del regista, come la “tetralogia dell’incomunicabilità” (L’avventura, La notte, L’eclisse e Deserto rosso) che diedero alla Vitti fama internazionale. Bergman allo stesso modo, con le sue attrici “feticcio” tra cui Liv Ullmann, Bibi Andersson e Harriet Andersson firmava film come Il posto delle fragole, o
Monica e il desiderio, passando da Sinfonia d’autunno, e come è impossibile non citare Il settimo sigillo.

Guardavano al mondo con un distacco apparente, descrivendo un Cinema pieno di passione, con grandi silenzi, sguardi infiniti e frasi essenziali, in un secolo conservatore e principalmente maschilista, centravano la donna alla base della loro poetica, in una società dove si parla molto, ma non si ascolta,
e le relazioni quasi si annullano, analizzando tematiche ancora oggi motivo di dibattito.
Due dei più significativi autori e registi della storia del Cinema, Bergman artista totale, uno dei migliori sul lato tecnico, sceneggiatore raffinato,
il quale raccontava tra le altre cose la paura della morte, la crisi spirituale, il ricordo della giovinezza perduta. Antonioni firma invece alcune delle pagine più importanti del Cinema, sopratutto negli anni 60 e 70, raccontando in maniera innovativa e variando in senso perfetto tra scenari
diversi, con una delicatezza nei movimenti quasi impercettibile dei suoi memorabili piani sequenza.

Due maestri simili e lontani, due personalità diverse ma allo stesso modo legate fra loro, in quell’Arte meravigliosa che non smette mai di ricordarci quanto è cultura, e quanto può essere “linguaggio” importante e fondamentale per raccontare tematiche sociali e non solo.

Autori indimenticabili, scomparsi insieme ormai più di dieci anni fa, ma allo stesso modo resi immortali da una cultura enorme, chiamata Cinema!

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