15 Aprile, 2024
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Referendum, la vittoria del no, chi ha votato e la crisi di governo

Elevata affluenza, oltre il 65% degli aventi diritto (compresi voti esteri), netta maggioranza dei No, oltre il 59%, significativa ma non sufficiente la percentuale dei Sì, oltre il 40%: questi i dati che hanno caratterizzato il terzo referendum costituzionale della storia della Repubblica Italiana, proposto dal governo Renzi.

Dati pesanti che se da un lato hanno decretato una grande partecipazione da parte del popolo italiano per una questione evidentemente preminente come la scelta di modificare la Costituzione, dall’altro hanno delineato un quadro politico nazionale che, dopo il banco di prova delle elezioni amministrative, appare disgregato nelle motivazioni del No, ma compatto in un’unica direzione: le dimissioni di Matteo Renzi da premier.

“Volevo cancellare le troppe poltrone della politica: il Senato, le Province, il Cnel. Non ce l’ho fatta e allora la poltrona che salta è la mia”. Con queste parole Renzi ha annunciato l’intenzione di dimettersi, in seguito alla vittoria del No. Dimissioni congelate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, almeno non prima dell’approvazione in Senato della manovra di bilancio, giunta in queste ultime ore. Questa sera alle 19, dopo la riunione della Direzione del PD al Nazareno, Renzi salirà al Quirinale per presentare ufficialmente le proprie dimissioni.

Ora l’ipotesi più accreditata sembrerebbe essere quella di un governo di responsabilità, basato su un largo consenso e finalizzato a cambiare la legge elettorale, ipotesi sostenuta dallo stesso Renzi in seguito all’annuncio da parte della Consulta che l’udienza pubblica per discutere dell’incostituzionalità dell’Italicum non si terrà prima del 24 gennaio.

La crisi di governo, scoppiata domenica, inizia oggi.

Elezioni anticipate o meno, i risultati del referendum consentono di riflettere sui dati riscontrati: voto politico? Certo. Ma non solo, la componente “sociale” ha pesato molto nell’orientamento di voto di questa riforma. Basti pensare che il maggior numero di no si è riscontrato tra i più giovani: il 68% degli under 35 ha votato contro Renzi e la sua riforma. Una percentuale alta che tuttavia pecca di “frammentarietà” politica: divisi tra Lega, Movimento 5 Stelle e sinistra, i giovani del “no”non possono rappresentare una univoca vocazione politica, a differenza di chi ha votato “sì”, che senza dubbio rappresenta la componente renziana dei giovani italiani andati al voto. Voto sociale il no dei giovani, ma non solo:  il no in generale risulta preponderante tra le fasce di popolazione maggiormente in difficoltà.

Prevale dunque, ancora una volta, il voto espressione del disagio sociale, il voto impaziente di chi non vede una crescita, ma che nello stesso tempo ci ha portato a un’altra (l’ennesima) campagna elettorale, l’unica costante politica di questi ultimi anni.

 

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