Ucraina: radici storiche e crisi attuale

Da qualche mese ormai nel dibattito pubblico si parla molto spesso di crisi ucraina, come se fosse esplosa tutta d’un tratto.

In realtà, questo fenomeno ha radici storiche e politiche molto più complesse di quanto, solo guardando la TV, si possa immaginare. Andando indietro nel tempo, possiamo risalire alla prima entità statale russa, la Rus’ di Kiev, monarchia fondata intorno all’860 d.C. da Oleg I, il Gran Principe di Kiev. Ebbene sì, il primo embrione dello Stato russo nacque proprio in Ucraina, dove, nel corso dell’Alto Medioevo, si stabilirono alcune popolazioni di origine scandinava.
Tutto ciò dimostra l’indissolubile legame tra Russia e Ucraina, evidenziando come questi due popoli dovrebbero sentirsi uniti poiché condividono le stesse origini; Kiev, quindi, è la città da cui è nata l’identità nazionale russa e di tutti i popoli slavi dell’Est.
Ma come sempre gli interessi economici e politici prevalgono.

Con il passare dei secoli i Rus’, poi diventati Russi, cominciarono ad espandere i loro territori sempre più a nord, spostando la capitale a Mosca e fondando l’omonimo principato. L’Ucraina cominciò a diventare una regione di confine. Nel 1547, dopo il susseguirsi di alcune dominazioni straniere (polacca e mongola) e di piccoli regni locali e principati cittadini, nacque il Regno Russo, sotto il dominio di Ivan IV, detto “il Terribile”. In questo lasso di tempo si crearono, nelle tante realtà locali del Regno Russo, delle identità etniche, linguistiche e religiose; pertanto, popoli come Ucraini e Bielorussi, pur sentendosi Russi, avevano già all’epoca una loro identità. Non a caso quando, nel 1721, si costituì l’Impero Russo con Pietro I detto “il Grande”, il titolo ufficiale corrispondente alla carica di zar fu: Imperatore e autocrate di tutte le Russie. Proprio perché di russie ce n’erano tante e l’Ucraina era una di quelle.

Il periodo zarista fu tuttavia, insieme a quello staliniano, il più difficile per tutti i popoli non “completamente” russi, che furono vittime di una russificazione forzata da parte delle autorità imperiali. Questa assimilazione culturale durò fino al 1917-18, quando, dopo la rivoluzione d’Ottobre, il nuovo governo sovietico perseguì una politica opposta, di integrazione, conosciuta in Ucraina, come Korenizacija. Tale politica era finalizzata essenzialmente alla de-russificazione, imponendo l’uso e l’insegnamento della lingua Ucraina e la promozione di non-russi nelle posizioni di potere, per contrastare la maggioranza russa. Vladimir Lenin, infatti, si oppose al nazionalismo russo, chiamandolo “Gran sciovinismo russo” e sostenne l’autonomia, all’interno dell’URSS, dei popoli non-russi. Quindi chi oggi in Ucraina abbatte le sue statue non ha neanche idea di che cosa stia facendo.

La Korenizacija, purtroppo, fu bruscamente interrotta quando Stalin salì al potere; quest’ultimo, come avevano fatto gli zar, impose una nuova russificazione. Gli Ucraini vennero trattati come “minoranze infide” e furono sottoposti a una forte repressione da parte delle autorità. Nel 1953, con la morte di Stalin, in Unione Sovietica cominciò la Destalinizzazione, guidata da Nikita Krusciov. Egli promosse il Patriottismo socialista sovietico, ovvero un’alleanza tra tutti popoli sovietici. Nelle scuole, per esempio, venivano insegnate sia la lingua russa (lingua ufficiale dell’URSS) che le lingue locali, in questo caso l’ucraino. Attraverso questo sistema, lo Stato sovietico risolse la questione nazionale per circa 33 anni, cioè fino al 1986, quando, con il disastro di Chernobyl, i problemi di convivenza tra le varie etnie riesplosero, in seguito alle gravissime conseguenze ambientali ed economiche causate dall’incidente nucleare. Infatti in tutta l’Ucraina ebbero luogo manifestazioni e tumulti e il Paese cominciò a spaccarsi tra est e ovest.

I cittadini ucraini protestavano oltre che contro le riforme di Gorbaciov anche contro l’Unione Sovietica, mentre si diffondeva il nazionalismo ucraino, che rinnegava e rinnega tuttora il proprio legame originario con la Russia. I Russi residenti in Ucraina invece, che vivevano soprattutto nelle regioni orientali, erano scontenti solamente delle politiche di Gorbaciov e non dell’URSS. Con il passare del tempo la crisi economica andò peggiorando e il governo di Gorbaciov si indebolì sempre più, sia per l’opposizione dei cittadini sovietici alle sue riforme sia per quella interna al blocco comunista. Contrarietà, a mio parere, giustificate, poiché le riforme di Gorbaciov, pur avendo inizialmente buone intenzioni, causarono con la loro applicazione un’instabilità politica ed economica che portò al tracollo della maggior parte dei Paesi del blocco orientale. Questo era già stato compreso da molti leader dell’epoca, come affermato poi da Hans Modrow (ultimo premier della DDR e parlamentare europeo). Nel 1991, il Parlamento ucraino promulgò la Dichiarazione d’indipendenza dell’Ucraina, dando vita, insieme agli altri stati ex-sovietici, alla Comunità degli Stati Indipendenti.

Il primo periodo dell’Ucraina indipendente fu durissimo, segnato da inflazione e tensioni interne. Nel 1994, dopo la sconfitta del presidente Kravchuk, fu eletto il riformista filo-russo, Leonid Kuchma, intento a ripristinare i rapporti con la Russia e ad introdurre in Ucraina un’economia di mercato. La sua presidenza fu controversa, infatti egli, nonostante il riavvicinamento alla Russia, intraprese accordi con la NATO e fu anche complice della chiusura di giornali di opposizione e della sparizione di diversi giornalisti. Da allora il personaggio politico che ha maggiormente influenzato l’Ucraina è stato Viktor Janukovych, presidente filo-russo, che fu costretto alla fuga per via della Rivoluzione Arancione.

Questa grande sommossa sancì la definitiva divisione dell’Ucraina tra est e ovest. Gli Ucraini dell’ovest infatti, nel 2014, presero parte alla Rivoluzione Arancione, mentre quelli dell’est e del sud, principalmente di etnia russa, protestarono in massa contro il cambio di governo, che aveva portato al potere il presidente filo-occidentale, Petro Poroshenko. La Russia, supportata dai ribelli, occupò la penisola crimeana, annettendola al suo territorio e contemporaneamente i ribelli filo-russi delle regioni orientali, prese le armi, dichiararono l’indipendenza delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk.

La situazione dell’Ucraina post-maidan è molto complicata: dopo la Rivoluzione Arancione i cambiamenti sono stati quasi nulli, l’economia è in ginocchio e l’estrema destra neonazista imperversa (come nel caso del battaglione Azov). Dal 2014, quindi, gli scontri in Ucraina sono proseguiti fino ad arrivare alle tensioni di oggi.

L’Italia, in questa delicata situazione, dovrebbe mutare il suo atteggiamento e dichiararsi neutrale, non prendendo più parte alle missioni aggressive della NATO e non partecipando ulteriormente al buon viso a cattivo gioco che l’Occidente fa nei confronti della Russia. Mi spiego meglio, i Paesi occidentali comprano gas dalla Russia per necessità, ma poi sostengono l’espansione dell’Alleanza Atlantica verso est, spingendo così la Russia a reazioni pericolose. L’allargamento ad oriente della NATO e l’invio di truppe in Europa dell’Est non favorisce né la sicurezza dell’Ucraina, né quella europea, né tantomeno quella internazionale. L’Italia con la sua neutralità potrebbe strappare a Putin prezzi del gas privilegiati e potrebbe fare da mediatrice tra le due parti, compito che l’Unione Europea evidentemente non intende assolvere.

In questi giorni, le tensioni sulla linea di confine sono aumentate e le repubbliche del Donbass hanno prima evacuato civili verso la Russia e poi annunciato una mobilitazione generale. Si è assistito inoltre ad un rimpallo di responsabilità da parte di Mosca e da parte di Kiev: l’Ucraina accusa Mosca di progettare un’invasione e la Russia accusa l’Ucraina di aver cominciato un’offensiva militare. Vi sono state violazioni del cessate il fuoco da ambo i lati e la situazione sembra peggiorare. Comunque vada, teniamo bene in mente che la guerra non è mai la giusta soluzione e che la pace e la diplomazia devono essere, ovunque sia possibile, la via maestra.

CHRISTIAN TITOCCI

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