Urbani: Berlusconi divide, meglio desistere. Al Paese serve nome condiviso

Parla l’ex ministro, da sempre vicino al leader di Forza Italia: «Se la Lega cambia, si può pensare a Gentiloni al Quitinale e a Giorgetti commissario europeo a Bruxelles»

 

«Conoscendo Silvio Berlusconi, penso che difficilmente rinuncerà. Capisco il suo desiderio di un riconoscimento dopo un lungo impegno politico, da me condiviso per tanti anni, e tuttavia penso che ci dovrebbe riflettere. Il suo nome, a torto o a ragione, è considerato ancora divisivo. Per questo la sua candidatura al Quirinale avrebbe poche possibilità di riuscita, e rischierebbe solo di far perdere del tempo prezioso per la ricerca di una candidatura realmente condivisa, di cui il Paese ha urgente bisogno». Parola di Giuliano Urbani. Allievo di Norberto Bobbio, docente di Scienza della politica alla Bocconi, liberale e cultore di Luigi Einaudi, Urbani fu fra i fondatori di Forza Italia. Dopo la ‘discesa in campo’ del gennaio 1994, è stato lungo fra i consiglieri più ascoltati dal Cavaliere, che – da presidente del Consiglio – l’ha voluto più volte al suo fianco come ministro, alla Funzione pubblica nel 1994 e ai Beni Culturali nel 2001. Perugino di origine, torinese per studi, milanese per attività accademica, romano per impegno politico, a 85 anni si gode, immerso nella lettura e con la passione del futuro, la sua scelta in contro-tendenza di andare a vivere a Napoli che difende con convinzione: «Ho sposato una napoletana – l’attrice e produttrice Ida Di Benedetto, ndr – e ci vivo volentieri. Il clima, la bellezza e il calore della gente non sono presi in considerazione nelle classifiche della vivibilità. Invece fanno la differenza». E forse, con il panorama di via Caracciolo davanti agli occhi, si ca- piscono meglio anche gli intrighi della politica.

Berlusconi ci potrebbe forse provare dal quarto scrutinio?

In realtà dopo una serie di incontri, discussioni e approfondimenti lui pensa di potercela fare anche al primo scrutinio. O almeno spera di potersi avvicinare alla soglia, dimostrando di avere i numeri per passare alla quarta votazione.

Potrà riuscirci?

Lo ritengo molto difficile. Più riceve elogi dai suoi sostenitori, e più gli altri lo considerano un pericolo, una mina vagante da disinnescare.

Secondo lei, che gli è stato al fianco in politica, come nasce questa aspirazione? Rappresenta l’apoteosi di un tentativo non riuscito, andato a male, di realizzare quella rivoluzione liberale che progettammo insieme. Lo vede come una sorta di riscatto, un riconoscimento postumo del suo impegno, ma non credo che i suoi ex nemici siano disposti a concedergli l’onore delle armi.

Ma la stessa sincerità e la compattezza del centrodestra, su cui conta, reggerà alla prova del voto segreto?

Quello dei franchi tiratori, categoria incerta, è un ulteriore fattore di incertezza che dovrebbe indurlo a riflettere.

Gli sta consigliando di desistere?

Quando si mette in testa di fare una cosa non si lascia convincere facilmente. È un volitivo…

Che cosa prevede, allora?

Che ci proverà, e si fermerà solo quando capirà che non è possibile farcela.

Salvini si è fatto promotore di un tavolo fra tutte le forze politiche. Ma intanto, da un lato promette sostegno a Berlusconi e dall’altro dice: «Mai più uno del Pd».

L’efficacia del tentativo si misurerà con le attestazioni reciproche, non con i veti. Ma non è chiaro Salvini in quale direzione intenda muoversi.

Fra l’altro lei ha avanzato proprio un nome del Pd come possibile soluzione per il Quirinale, Paolo Gentiloni.

Serve un accordo ampio, e un accordo, inutile girarci intorno, lo si raggiunge solo concedendo ognuno qualcosa all’altro. E quindi la soluzione Gentiloni avrebbe il pregio di liberare una casella importante, quella di commissario europeo all’Economia, che la maggioranza di governo potrebbe a quel punto offrire alla Lega, con Giancarlo Giorgetti che – anche da bocconiano – avrebbe le caratteristiche personali e politiche per andarci.

Ma la Lega non è nemmeno nella maggioranza di governo europea.

Però è matura per entrarci, e dovrebbe capire che ha un futuro – se vuole davvero andare al governo – solo se diventa europeista, e questa è l’occasione giusta per fare questa scelta.

Molti ritengono, però, che un’intesa ampia si possa raggiungere solo sul nome di Mario Draghi.

Quello che ha compiuto insieme a Mattarella è un mezzo miracolo, e ora il vero obiettivo di tutti dovrebbe essere quello di non distruggerlo, impegnandosi anzi a tenerlo in piedi. Per questo è bene muovere il meno possibile, e portare al Quirinale, stante la indisponibilità al ‘bis’ di Mattarella (che resta, in astratto, la soluzione ottimale) un uomo con caratteristiche abbastanza simili, come Gentiloni, mantenendo invariata la guida a Palazzo Chigi. Draghi è insostituibile. Per noi è indispensabile, perché in Italia è importante il credito che ha in Europa, e in Europa è importante il credito che ha in Italia.

Ma proprio Giorgetti ha detto che potrebbe guidare le operazioni anche dal Quirinale, Draghi, con un uomo di sua fiducia, in una sorta di presidenzialismo di fatto.

Mi sembra un’ipotesi velleitaria. Non ci sono le condizioni politiche e istituzionali per una soluzione del genere.

Che cosa deve accadere, ora, per sbloccare la situazione?

Occorre che i principali leader si parlino, non c’è altra strada. Salvini, Letta e Meloni abbiano la capacità e il coraggio di farlo, altrimenti il Parlamento in poco tempo si frammenterà in mille pezzi, mentre il Paese è già in mille pezzi. E non si può scherzare col fuoco.

Anche Meloni deve partecipare?

Anche lei in questa fase ha interesse a mostrare un atteggiamento costruttivo. Pur mantenendo il comprensibile obiettivo di arrivare al voto avendo le mani libere.

(Avvenire)

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