Strette anti-Covid ed energia, il flop del vertice UE

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Sul tavolo dell’ultima riunione del Consiglio europeo, lo scorso 16 dicembre, è approdata una coppia di dossier insidiosi per gli equilibri dei 27: gli irrigidimenti alle frontiere per arginare la diffusione della variante Omicron e le politiche contro la crisi energetica in atto in Europa.

Dopo 14 ore di negoziati non si è riusciti a strappare un accordo su nessuna delle due urgenze, tanto essenziali quanto ostiche da affrontare con un approccio omogeneo. O, se non altro, meno conflittuale rispetto a quello emerso dall’ultima maratona dell’anno di Bruxelles.

Sul primo fronte, quello delle misure anti-Omicron, ha tenuto banco la polemica contro la scelta di paesi come Italia, Grecia, Portogallo e Irlanda di approvare restrizioni aggiuntive al Certificato digitale Covid. La decisione del governo italiano di imporre in ingresso un tampone negativo oltre al Green pass aveva innescato i malumori di diversi partner Ue e soprattutto della Commissione, indispettita dalla mancata notifica della stretta e dal timore di una frammentazione ancora più fitta fra le regole dei 27. L’esecutivo guidato da Ursula von der Leyen si è rassegnato poche ore dopo, sdoganando nei fatti una linea emulata da diversi paesi Ue. C’è chi si è mostrato meno accomodante.
Francia e Germania, racconta Beda Romano nel suo servizio, si sono coese contro una stretta accusata di minare la ragion d’essere stessa del Certificato digitale Covid: il ripristino di una mobilità più fluida in tutta la Ue, semplificando gli spostamenti dopo mesi di stallo. «Non prevediamo test all’interno dell’Unione, poiché vogliamo preservare il corretto funzionamento del nostro spazio comune» ha messo in chiaro il presidente francese Emmanuel Macron, in una dichiarazione congiunta con il neo-cancelliere tedesco Olaf Scholz. Il presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, ha difeso la scelta del suo governo e respinto l’ipotesi di un passo indietro.
Le alleanze si sono ribaltate quando la discussione è virata sul secondo ostacolo di giornata: le politiche contro la crisi energetica, l’impennata di prezzi che ha mandato in fibrillazione i listini e minaccia famiglie e imprese Ue. Parigi capeggia un blocco di paesi, inclusa l’Italia, favorevole a una riforma del mercato dell’energia che scorpori i prezzi del gas da quelli dell’elettricità, evitando l’effetto domino fra gli aumenti del prima e quelli della seconda. Berlino, alla testa di una blocco del centro-nord, replica che la fiammata dei prezzi dovrebbe essere «momentanea», rifiutando riforme di lungo termine.
Sullo sfondo del dissidio rimangono le rivendicazioni dei singoli paesi, dall’ostilità dell’Ungheria ai tagli alle emissioni di Fit-for-55 alle polemiche della Polonia contro le «manipolazioni» imputate alla Russia, per arrivare a un argomento scivolosissimo: l’inclusione del nucleare fra le energie pulite nella cosiddetta tassonomia, il mix di fonti energetiche contemplate da Bruxelles. Non è un mistero che «ci sono forti differenze al tavolo», ha ammesso il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, descrivendo con un eufemismo le spaccature che agitano i 27.
L’unica convergenza, racconta sempre Beda Romano, è arrivata sulla questione ucraina, con la richiesta alla Russia di «disinnescare le tensioni» sui confini e frenare l’escalation che inquieta i rapporti fra Bruxelles, Washington e Mosca. Un sussulto di armonia su un’urgenza che avrebbe dovuto essere prioritaria, ma ha finito per scivolare in sordina rispetto alle tensioni su strette anti-Covid e riforma energetica. I malumori e le frizioni che serpeggiano fra i 27 ricordano il clima che si respirava un anno fa, un parallelo che suona ancora meno rassicurante dopo le nuove strette annunciate da alcuni paesi. Lo scenario, ovviamente, è meno cupo rispetto al 2020 e cambierà ancora nel 2022. Con le prudenze del caso, si spera in meglio.

(IlSole24Ore)

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