Violenza, morte e ambiguità

la morte del giovane uomo tunisino Abdel Latif avvenuta nel reparto psichiatrico dell’Ospedale San Camillo di Roma riporta drammaticamente l’attenzione su situazioni di violenza e cause di sofferenza psichica e fisica che sempre più di frequente passano inosservate.

La prima riguarda le condizioni con cui uomini, donne, ragazzi e bambini affrontano un percorso migratorio rischioso, insidioso, pieno di pericoli.

Che sia il mare nostrum o i boschi polacchi le migliaia di persone che tentano di varcare la soglia d’Europa incontrano respingimenti, maltrattamenti, violenza inflitta o gratuita. Non è umano viaggiare su imbarcazioni precarie né dormire nei gelidi boschi del nordeuropa, e non è umano, per coloro che a questa prova sopravvivono e riescono in qualche modo a varcare la soglia, essere rinchiusi, concentrati in luoghi di sospensione, spazi liminari in cui vengono detenuti senza titolo, ambiguamente trattenuti per un inedito reato, quello di voler vivere, sfuggire alla miseria, alla violenza inflitta da altri esseri umani.

Abdel Latif aveva dovuto sopportare un’ ulteriore tappa sostando per giorni su una nave quarantena, perché la pandemia da COVID19 comporta anche questo, prima di giungere nel CPR di Ponte Galeria. Aveva problemi psichici, si è scritto. Come se, per una sorta di malinteso darwinismo, sopportare promiscuità, maltrattamento o abbandono, fosse un requisito necessario per accostarsi al territorio nazionale. Per chi dovesse patire tutto ciò e dar segni di cedimento c’è sempre una diagnosi psichiatrica per confinare una sofferenza umana in una categoria medica che ne circoscrive l’indocilità e disattiva la ribellione.

Alla violenza del viaggio, a quella della limitazione forzata del CPR, si unisce allora quella della psichiatria. A morte avvenuta, si discute tra CPR e ospedali. I familiari parlano di una telefonata in cui Abdel dice di percosse, ma ci si può fidare delle famiglie? Il consulente intervenuto al CPR lo ha inviato in ospedale dove specialisti potessero esercitare la loro scientifica competenza su un giovane uomo sofferente, di sicuro insofferente per vicende che forse qualcuno avrebbe potuto ascoltare prima che ricoverare, rinchiudere, sedare farmacologicamente e legare a un letto.

Da un ospedale a un altro per fare diagnosi psichiatrica: che sofisticata procedura! Fatto sta che il giovane è morto. Interrogati i medici diranno che non era chiara la diagnosi, che era violento, aggressivo e per la sua tutela andava messo in sicurezza (è così che si dice). Forse diranno che non era prevedibile che i farmaci somministrati potessero avere effetti avversi fino all’esito mortale, cose che vengono insegnate, ribadite in ottimi convegni sponsorizzati dalle stesse aziende che quei farmaci producono.

Alla prima violenza istituzionale di un CPR, snodo di un sistema di accoglienza che non accoglie nessuno, non produce reimpatri, non ascolta nessuno, non tollera comportamenti meno che sottomessi, si è aggiunta quella di un ospedale che non cura e tratta la sofferenza come una trasgressione da punire.

È bene che il garante si sia interessato a questa vicenda che, purtroppo, ne segue altre, troppe, che vedono protagoniste persone in difficoltà che subiscono inermi i reati contro la persona che un sistema psichiatrico loro infligge e che in queste circostanze muoiono. Ma è bene anche che questa storia non rimanga tra le aule di un tribunale e che si sollevi finalmente il velo su pratiche quotidiane che violano il codice penale, quello deontologico, e la legge morale.

Un’ultima notazione riguarda il ruolo della medicina e degli psichiatri. Molti sosterranno che la contenzione meccanica, cioè legare a un letto, è un atto medico, di premura in quanto risparmia al paziente l’eccessiva somministrazione di medicinali. Non tengono conto della violenza fisica e psicologica di quegli atti, ma gli psichiatri, si dirà, non si occupano di psicologia bensì di corpi malati.

Nessuno, sono sicuro, si proclama assertore della violenza e non dell’empatia, del totalitarismo e non della democrazia, del maltrattamento e non del rispetto, nemico della legge 180, forse migliorabile ma mai rinnegabile. Eppure le contenzioni messe in atto tutti i giorni in più dell’80% degli SPDC (vedi anche i dati SIEP) non appaiono coerenti con le premesse, anzi le tradiscono.

Come ricorda Simona Argentieri in un prezioso piccolo saggio (Einaudi 2008), l’ambiguità sostiene comportamenti che sono il sintomo di un forte disagio sociale e psichico. E sono invasivi perché dilagano nel quotidiano, nella politica. E anche in psichiatria. Non si tratta di coerenza ma di segnali di confusione, di scissione tra istanze che, per non cozzare tra loro e procurare dolore, finiscono per essere separate, divise.

Ecco allora che chi si pensa identificato con una disciplina scientifica, non rinuncia a chiedere il consenso per i suoi atti, valorizza pazienti e familiari, modula terapie farmacologiche individualizzate, sostiene di promuovere autonomia e non assistenza, dimostra con evidenze l’efficacia di tutte queste pratiche. Ma, al contempo, dimentico di tutto ciò, infantilizza i pazienti, doma i loro corpi per sottometterne le menti, li lega, li seda, affibbia loro etichette diagnostiche il cui scopo diventa giustificare l’impiego di un farmaco. Con buona pace della psicopatologia, delle buone letture fatte e dei colti insegnamenti che ha ricevuto.

Ambiguità. Una dimensione clinica che diventa male morale e fenomeno sociale. Forse anche per questo è arrivato il momento di reagire, di intervenire. Non contro la psichiatria e gli psichiatri, ma per la salute di entrambi.

Antonello d’Elia
Presidente di Psichiatria Democratica
(Quotidianosanità)

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