Inchiesta. Libyagate, così i pirati del petrolio fanno affari con i guardacoste

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Prosegue l’inchiesta di Avvenire e IrpiMedia sulle connessioni criminali nel Mediterraneo. Rivelazioni sulla faida tra clan libici d’intesa con faccendieri maltesi e mafiosi siciliani

Torniamo alla Pasquetta del 2020. E alla strage di migranti che non si è voluta evitare. Il peschereccio maltese “Tremar”, oramai di casa nel porto siciliano di Mazara del Vallo, quel giorno era salpato in direzione Libia. Stava seguendo le indicazioni di un elicottero di Malta, in cerca dei superstiti del naufragio. Dopo l’operazione di recupero svolta dalla “Mae Yemanje”, l’altra nave fantasma con doppia registrazione nei registri navali di Libia e Malta e con il nome e il codice coperti dalla vernice blu, il motopesca Tremar si mette in attesa di istruzioni mentre una terza nave con a bordo acqua e cibo per i migranti, la “Salve Regina”, scorta la prima.

A raccontare questa versione dei fatti ai giornalisti è stato il comandante della “Tremar”, Amer Abdelrazek. Egiziano di nascita, a Malta è titolare di due società armatrici: Daha Oil & Gas e Rema Fishing (diventata in seguito Rema Trading). E’ lui a confermare al New York Times di essere stato al timone quel giorno. Al suo vecchio numero di telefono, IrpiMedia e Avvenire non sono più riusciti a trovare nessuno che volesse rispondere alle nostre nuove domande.

Il capitano Amer Abdelrazek è, insieme al fratello Khaled, l’uomo chiave per collegare l’episodio della strage di Pasquetta e il peschereccio Tremar alla rete dei presunti contrabbandieri di gasolio sulla quale sta indagando la Direzione distrettuale antimafia di Catania e al centro della quale sono rimasti, almeno fino al 2018, Gordon e Darren Debono, due imprenditori maltesi non accomunati da alcuna parentela e che negli anni sono diventati rivali, pur essendo parte di uno stesso cartello attivo proprio nel contrabbando di idrocarburi. Le forze dell’ordine europee che indagano su Malta ritengono Amer Abdelrazek un contrabbandiere di carburante, ma non accennano a ruoli nella gestione dei migranti.

L’uomo è collegato in particolare a Gordon Debono: tra il 2018 e il 2019 la società Daha Oils & Gas, riconducibile ad Abdelrazek ha armato la “Bonnie B”, una delle navi nelle disponibilità di Debono e degli imprenditori con cui collabora. Nave peraltro indicata come «d’interesse» dal Panel di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia: i suoi tracciati «mostrano rotte sospette – scrivono gli investigatori Onu – che indicano attività illecite».

In effetti “Bonnie B” è tra le petroliere tracciate da “Vento di Scirocco”, indagine dell’antimafia di Catania del gennaio 2020. Fino alla fine del 2017 è stata di proprietà di un imprenditore italiano, che ha cercato senza successo di fare affari con Gordon Debono. Per il trader italiano è stato deciso il non luogo a procedere nel processo per l’operazione Dirty Oil, primo capitolo delle indagini italiane sul contrabbando di gasolio risalente al 2017.

Secondo la procura, la “Bonnie B” era tra le navi che un gruppo di spregiudicati imprenditori – con i quali erano in affari anche uomini vicini al clan Mazzei, il ramo di Cosa nostra etnea – ha cercato di utilizzare per i suoi affari. L’organizzazione, secondo quanto riporta nell’ordinanza di custodia cautelare la giudice Marina Rizzo, importava prodotti petroliferi senza accise avvalendosi anche del metodo mafioso per imporsi. E il “metodo mafioso”, in Sicilia, non è a disposizione di tutti.

Gli armatori “nigeriani” e le navi intercettate dalla Guardia costiera libica.

“Daha Oils & Gas”, dell’egiziano Abdelrazek, appare nella lista dei partner della “Pak Maritime & Shipping Services Ltd”, una società di navigazione con sede a Lagos, in Nigeria. Nel 2015 l’Associazione degli armatori greci aveva venduto 40 navi alla Nigeria per alimentare la flotta delle società locali. Nel Paese africano, infatti, non c’erano abbastanza petroliere per trasportare idrocarburi e altri prodotti petroliferi del Paese.

Non solo la “Bonnie B”, altre petroliere risultano coinvolte nelle operazioni in Libia – a largo di Abu Kammash e poi intercettate da una delle varie Guardie costiere libiche – sempre gestite da compagnie di armatori greci registrate in Nigeria. Il loro utilizzatore finale è, di nuovo, il trader maltese Gordon Debono o qualcuno a lui associato, secondo quanto ricostruito dalle varie indagini. Eppure il nome di Gordon appare in rarissime eccezioni. Affidarsi ad armatori greci con società nigeriane e navi che, nelle intenzioni, dovrebbero spostarsi nel contesto del Golfo di Guinea, sembra essere un modo per aumentare il livello di opacità nella catena di comando delle imbarcazioni.

Già l’inchiesta “Dirty Oil”, nel 2017, aveva mostrato il livello di conflittualità tra Gordon e Darren Debono. Nel momento in cui il primo ha cercato di ampliare la propria rete di rifornimento all’est della Libia, Darren ha utilizzato i suoi contatti tra Zawiyah e Zuwara affinché impiegassero la Guardia costiera locale per fermare le navi del rivale. Non si tratta di città qualunque, ma di due capitali del traffico di esseri umani, petrolio e armi sulla costa a ovest di Tripoli. E a comandare quel dipartimento della guardia costiera c’era già una nostra vecchia conoscenza: il rampante ufficiale Abdurhaman al-Milad, nome de guerre Bija, che proprio nel 2017, mentre l’antimafia di Catania indagava sui quei movimenti, riceveva un regolare visto da “ospite” per svolgere alcuni incontri riservati in Italia.

Nella foto si vede proprio Bija a bordo di una delle navi mentre arresta l’equipaggio. A lungo al-Milad ha sostenuto di avere combattuto il contrabbando di petrolio. Oggi sappiamo invece che i sequestri erano parte di una faida tra clan.

Darren Debono inizialmente aveva rastrellato compratori per tutto il cartello criminale grazie a un prodotto certificato della “National Oil Corporation”, la compagnia petrolifera di Stato della Libia, venduto a un prezzo talmente vantaggioso che le grandi aziende petrolifere hanno depositato un esposto all’autorità giudiziaria.

Da qui è nata Dirty Oil, nel 2017: secondo l’indagine le certificazioni di Darren Debono e dei suoi soci libici erano false. Il prodotto petrolifero era venduto di contrabbando grazie all’accordo della Brigata al-Nasr, la milizia con sede operativa nella raffineria di Zawiyah, ovest della Libia, di cui Bija è l’esponente più noto. Il clan libico è guidato dai fratelli Kachlaf, che controllano anche i locali campi di prigionia governativi per migranti e sono titolari della polizia privata “Petroleum facility guard”, a cui è affidata la sorveglianza della “Azzawya Oil Rafinery Company”, il più grande complesso petrolifero del Paese nel quale lavora anche l’Italiana Eni.

I “pescherecci fantasma” coinvolti in una strage di migranti risultano al centro di un giro di opache compagnie di navigazione internazionali

Nel 2016, che come si vedrà nella prossima puntata costituisce una fase decisiva per lo sviluppo del cartello criminale, era stata fermata sempre dal gruppo di guardacoste al comando di Bija la “San Gwann”. Secondo la procura di Catania, questa nave era «utilizzata anch’essa per caricare in Libia il gasolio di provenienza illecita».

Stesso discorso per “Selay”, un tanker turco sempre nelle disponibilità di Gordon Debono con Marco Porta della società petrolifera italiana Maxcom Bunker. Quest’ultimo è tra gli imputati del processo Dirty Oil, accusato di aver commercializzato gasolio di contrabbando, entrato in Italia senza accise. Uno degli intercettati di Dirty Oil, non rinviato a giudizio, invece spiega che è stato «il governo di Tripoli» a fermare le navi con a bordo «certificati della raffineria di Zawyiah».

Una terza nave, la “Distya Ameya”, «era entrata nel porto di Zawiyah, gestito dalle autorità di Tripoli, in attesa di risolvere il contenzioso aperto con la compagnia petrolifera National Oil Company, che l’aveva accusata di aver acquistato illegalmente un carico di 650 mila barili di petrolio dal governo transitorio di Tobruk (Libia orientale, principale città del governo ostile a quello di Tripoli, ndr) e da una sua società sussidiaria che non godeva del riconoscimento internazionale», scrivono gli inquirenti in Dirty Oil. In pratica, la “Distya Ameya” stava cercando di trafficare gasolio non solo da Zawiyah, ma anche da Tobruk, tra le roccaforti del generale ribelle Khalifa Haftar.

Tra il 21 e il 22 aprile 2016 i marinai della Transnav Hazel stavano navigando poco a largo di Zuwara, lo scalo marittimo a metà strada tra Tripoli e il confine con la Tunisia, ma si aspettavano di andare presto in Nigeria, perché è lì che credevano fosse di base la loro società di navigazione. Non sapevano, come spesso capita ai marittimi, di essere invece delle pedine di un traffico internazionale.

A coordinare le operazioni di carico del gasolio era un agente marittimo libico, chiamato “Mister Saleem”. Secondo le memorie dei membri dell’equipaggio indiani e pakistani, Mr Saleem si muoveva con sei o sette uomini armati. Alla fine, dopo un mese durante il quale è stato impedito all’imbarcazione di lasciare le acque antistanti la Libia, è emerso che il problema fosse il mancato pagamento del carburante.

Lo stallo a largo di Zuwara si è interrotto quando il misterioso Saleem ha chiamato da Malta un amico che avrebbe fatto da garante: l’imprenditore Paul Attard, di cui IrpiMedia ha già scritto nel 2018. Avrebbe impiegato un suo rimorchiatore, la “Sea Patron”, per trascinare la nave cisterna “Transnav Hazel” nelle acque contigue maltesi, dove le altre imbarcazioni coinvolte nel cartello avrebbero poi ricevuto il gasolio di contrabbando da immettere a Malta e in Italia e dal’Italia ad altri mercati europei. Ed è qui che entrano in scena i siciliani.

(Avvenire)

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