Cingolani è rimasto alle guerre puniche: prima le persone, poi le competenze

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La ciclica polemica che oppone le materie scientifiche a quelle umanistiche non ha mai avuto senso

 

“Serve più cultura tecnica. Il problema è capire se continuiamo a fare tre, quattro volte le guerre puniche nel corso di dodici anni di scuola o se casomai le facciamo una volta sola ma cominciamo a impartire un tipo di formazione un po’ più avanzata. Serve formare i giovani per le professioni del futuro: quelle di digital manager per la salute, per esempio”. Queste le parole di Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, al TG2 di ieri.

È difficile dire quanto sia sconfortante per chi lavora seriamente nella formazione o nell’intermediazione del lavoro ascoltare ancora una volta discorsi come questo, specie quando a dargli voce è un ministro. Tuttavia, almeno queste periodiche uscite offrono l’occasione di ribadire alcuni concetti che purtroppo sono ancora poco diffusi. Me ne vengono in mente almeno quattro, che come quattro strati vanno dal più “superficiale” e trito ma non ancora del tutto acquisito, al più profondo e cruciale ma ancora in buona parte da esplorare.

Il primo strato, il più frusto, è la ciclica polemica che oppone le materie scientifiche a quelle umanistiche. Una contrapposizione che non ha mai avuto davvero senso, ma che oggi in alcuni casi si spinge fino a identificare il sapere preciso, concreto, utile da una parte e quello creativo, culturale, politico dall’altra – come se un matematico non potesse avere idee creative o uno storico non potesse fare una ricerca rigorosa. E ciò accade perché non si tratta davvero di una polemica sui contenuti, ma sulle bandiere: chi se ne fa attrarre spesso non lo fa per promuovere davvero il sapere culturale o la formazione scientifica, ma solo per far “vincere” la propria squadra.

Ma al di là di questo, ciò che va ribadito con forza e ancora una volta è che la formazione non si basa tanto sulle conoscenze e le nozioni, ma sulle competenze e sui linguaggi. Onestamente, in quanti si ricordano più del 10% di quello che hanno studiato all’università o alle superiori? L’importante non è sapere le formule o le date, e neanche i teoremi o gli autori: l’importante è sviluppare un pensiero, un modo di intendersi e ragionare; non è “cosa” si impara, ma “come” a far la differenza.

Il secondo concetto che verrebbe da ribadire dopo aver ascoltato le parole di Cingolani è che no, neanche il mercato del lavoro oggi funziona davvero per competenze. Il ministro sembra appartenere a un nutrito gruppetto di esperti di futuro che hanno però poca familiarità col presente. Parlano ossessivamente di competenze tecniche, di tecnologie digitali e avveniristiche, quando la grandissima maggioranza dei lavoratori oggi sono impegnati in attività che nulla hanno a che fare con la tecnologia o con competenze tecniche avanzate. Non solo: sono questi ultimi a essere spesso i più richiesti sul mercato del lavoro.

Eloquente per esempio è il fatto che il pensiero del ministro vada subito a una figura come il “digital manager della salute”, quando i nostri Pronto soccorso stanno collassando perché quasi nessun medico o infermiere ci vuole lavorare. Nelle parole di questi esperti di futuro, inoltre, spesso traspare una concezione del percorso lavorativo da Secondo dopoguerra, per cui si studia una professione a scuola o all’università e poi la si fa fino alla pensione. E invece la grande maggioranza delle persone oggi cambia lavoro più volte nella sua carriera, anche con mutamenti consistenti di ambito e competenze.

Uno studio del 2014 della New York Federal Bank, per esempio, aveva trovato che oltre il 70% dei laureati di college era finito a fare un lavoro non inerente ai loro studi. Ed era l’America di sette anni fa! Oggi i giovani spesso non guardano nemmeno più molto al lavoro come carriera, ma come “modo di stare al mondo”.

Il terzo concetto e terzo strato è intrinsecamente legato al secondo, ma più del presente riguarda il futuro. Cingolani si fa ennesimo alfiere di una narrazione per cui dietro l’angolo c’è un futuro inevitabile; c’è la marea montante e inarrestabile del progresso che senza dubbio alcuno ci porterà nella direzione che loro indicano, e faremmo tutti meglio a cavalcarla quest’onda, se non vogliamo esserne travolti – e, nel caso, sarà pure un po’ colpa nostra. Questa narrazione è tanto di successo quante volte si è dimostrata fallace. Dovessimo tornare indietro di 10-20 anni a sentire gli esperti di futuro di allora, oggi dovremmo avere le macchine che si guidano da sole, andare a Roma a Milano in Hyperloop, schivare droni per strada e avere in casa la stampante 3D connessa alla internet of things.

Non solo il mercato del lavoro cambia molto rapidamente e in maniera imprevedibile, ma ci sono le inevitabili “mode”. Per esempio, la mia generazione è stata subissata dall’idea che il futuro fosse tutto nel terziario digitale: sul web, nei social network, nel management e nel marketing “2.0” – Cingolani sembra essere rimasto un po’ a questa fase. Oggi però un sacco di miei coetanei che si sono formati per questo si sentono dire che le aziende non sanno che farsene dei social media manager o dei marketer digitali, e che avrebbero invece fatto bene a fare un Istituto tecnico o imparare a fare gli operai 4.0.

Nel mentre, un sacco di gente che fa lavori “normali” si sente da anni dire che più prima che poi il loro lavoro lo faranno i robot e le intelligenze artificiali, e che insomma si va verso un futuro dove loro non avranno posto. Intanto, la logistica internazionale e domestica è in sofferenza perché mancano autisti e camionisti, mentre la popolazione invecchia e si fa sempre più fatica a trovare badanti. E poi ci si chiede da dove nasca il populismo; da dove venga la rabbia popolare delle persone che si sentono escluse e, nella rabbia, non ascoltano gli esperti e a volte si rifiutano di seguire le regole.

Quarto e ultimo concetto, lo strato più profondo e fecondo di implicazioni, riguarda la concezione di lavoro che le parole del ministro tradiscono. Un lavoro il cui senso è in fondo solo quello di fare in modo che le persone aumentino il PIL dello Stato e abbiano di che mangiare. E di conseguenza, che per risolvere il problema della disoccupazione o della scarsa produttività basti creare più scuole tecniche o dare incentivi alle aziende perché assumano o investano in innovazione. Questo pensiero semplice, meccanicistico, amante del complicato ma che rifiuta il complesso, sembra pensare alle persone e alle organizzazioni umane come oggetti: come cose che dove le metti stanno, o tutt’al più che se le spaventi ben bene e indichi loro dove andare non vedranno l’ora di mettersi in viaggio.

Una concezione, questa, che forse non è da guerre puniche, ma da ’800 forse sì: come se si potesse prendere le masse in uscita dalle campagne inglesi per via dell’arrivo delle prime macchine agricole, far loro vedere un paio di giorni come funziona una pressa idraulica e metterle felicemente a produrre in catena di montaggio. E invece non solo formare una persona richiede anni – e, come visto, gli scenari cambiano molto più velocemente – ma soprattutto è appunto una persona: ha delle emozioni, dei valori, dei desideri, che non si piegano spesso neanche quando la pancia è vuota; figuriamoci davanti alle previsioni di esperti e ministri! Nessuno impara cose complesse o fa un lavoro davvero generativo per paura e non per scelta; perché qualcuno glielo ha detto e non perché lo sente come suo.

Il paradosso di tutto questo è che se oggi dovessimo davvero fare una previsione seria sul futuro del lavoro, dovremmo scommettere sul fatto che avremo un enorme bisogno di tutti quei lavori che l’automazione non potrà fare; che poi sono spesso lavori che riteniamo oggi “di serie B” perché hanno a che fare con la cura – infermieri, badanti, psicologi, insegnanti… – o hanno un aspetto “vocazionale” – agricoltori, consulenti, artisti e sì, anche tecnici ma che siano così amanti del loro lavoro da formarsi continuamente. Proprio in un periodo in cui molte persone lasciano il proprio lavoro perché non vi trovano più senso, pensiamo ancora che esso stia quasi solo nel sostentamento e nella produzione. Se dobbiamo ripensare la scuola e il mercato del lavoro, faremmo meglio a farlo intorno alle persone; ai loro valori, interessi, vocazioni, motivazioni. Questa sì è una rivoluzione urgente da fare.

(Huffpost)

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