Meloni, grande elettrice di Draghi, batte Salvini una strategia a zero

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È la fotografia di uno scacco, non matto, ma scacco sì al leader della Lega

 

Per avere un’idea, facciamoci un giro sulla pagina Facebook di Giorgia Meloni, in tempi di discussione del “super green pass”. Quando fu approvato, in versione normale e non super, campeggiava una foto, con i volti di Draghi e Speranza, con su scritto, a caratteri cubitali: “La discriminazione tra italiani è servita”. Insomma: la storia dei mesi recenti, di un’opposizione dura, aspra, verso il governo dei poteri forti e non del popolo, in nome di una presunta libertà, eccetera eccetera.

Di questi tempi, invece, il volto di Mario Draghi è scomparso dalla pagina, assieme ai toni abrasivi, e non è un caso. Per cui, certo, c’è un post contro la Lamorgese, qualche graffio sull’immigrazione, l’allarme sulla mafia nigeriana, ma, sul tema principale, davvero il minimo sindacale per un partito all’opposizione, e che opposizione (ricordate quando a palazzo Chigi c’era Conte, a proposito di toni?). Giusto un paio di post con la faccia del povero Speranza, facile bersaglio da dare in pasto alla curva: uno sulla proroga dello stato di emergenza, uno sulla richiesta di una commissione di inchiesta per le malefatte del governo precedente.

Facciamola breve: tutto questo non significa che la Meloni abbia cambiato idea, ma che ha cambiato registro. Cioè: non porta il livello di attacco oltre la soglia del consentito, ove il consentito non è un generico bon ton di maniera, ma la soglia politica che possa poi giustificare, se e quando sarà, il voto per Draghi al Quirinale. Perché, se venisse oggi trattato come un mostro, sarebbe poi difficile contribuire ad eleggerlo tra un paio di mesi senza pagare il prezzo di una incoerenza.

È, semplicemente, politica. La verità è che adesso lei, Giorgia Meloni, ha messo in campo, proprio dall’opposizione un tasso di strategia superiore a quello prodotta da lui, Matteo Salvini, al governo. Meno ossessionata dall’urgenza del recupero di consensi, meno assediata dall’ansia di perdita della leadership e – anche – più fredda nella reazione agli scandali che hanno coinvolto il suo partito (vai alla voce: Fidanza), pensa e si muove con l’orizzonte di qualche mese, mentre l’altro è prigioniero del day by day, e delle sue contraddizioni, col risultato che, ancora una volta – è il film ai tempi di Draghi – è riuscito a creare, ancora una volta, le condizioni di un cedimento.

È successo col “via Speranza”, e Speranza è sempre lì, poi col primo Green Pass, bollato a luglio come una “cazzata”, e poi arrivato per la scuola, poi “mai per tutto il privato” ed è arrivato per tutti, poi “no al super-Green Pass” di una settimana fa, diventato un sì purché non riguardi “gli under 12”, su cui non è in discussione. Subisce e cede, e ogni volta la tenuta del suo partito e la linea è affidata alla componente di governo e ai governatori del suo partito, interpreti del nord produttivo, operoso, attento alle ragioni del Pil. In definitiva, ogni volta è costretto a cedere alle ragioni a migliori interpreti di quella questione settentrionale in nome della quale il suo partito nacque, sfavillante paradosso storico. Col risultato che, come raccontano i colonnelli leghisti, lì dentro è una confusione totale, perché nelle sezioni litigano “no vax” e “pro vax” in un clima da congresso vaccinale permanete, dopo che ai primi l’ambiguità del leader ha dato piena cittadinanza. E la linea di Salvini, che attorno all’operazione Draghi ha evitato di compiere la più classica delle “revisioni” è: fino a febbraio sopportiamo e ingoiamo rospi, poi si vede e, se ci sono le condizioni, proviamo a sfilarci, ammesso e non concesso che glielo consenta la medesima “questione settentrionale”.

È la fotografia di uno “scacco”, non matto, ma scacco sì al leader della Lega: mica male questa mossa di Giorgia, che ha scaricato Berlusconi per il Quirinale trasformandosi in grande elettrice di Draghi, mentre l’altro almeno per ora non può formalmente farlo, perché il Cavaliere gli serve a giustificare la sua permanenza al governo, sia pur vissuto come una prigione da cui liberarsi. Non è solo un modo (per lei) di provare ad arrivare al voto anticipato, è anche un modo per legittimarsi, per quando sarà e semmai sarà, verso Draghi e quel che Draghi rappresenta, in termini di europeismo, atlantismo, fiducia delle cancellerie europee: ho contribuito ad eleggerti, rinunciando a sostenere financo Berlusconi, creando una ferita nello schieramento di centrodestra, a quel punto perché non dovresti darmi un incarico per formare il governo col retropensiero di una mia impresentabilità politica? È una linea, come era una linea ad essa “sfidante” quella di Giorgetti con Draghi che, anche dal Colle, “guida il convoglio”, di cui la Lega europeizzata e vaccinata dovrebbe essere la locomotiva. Averla o non averla, la linea, questo il problema.

(Huffpost)

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