Alessio Pascucci: sulla condanna del Sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà

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Questo è uno di quei post destinato a far indignare molta gente. Ma, come sapete, mi piace scrivere sempre quello che penso. Anche quando può essere scomodo.

 

In Italia vige un sacro principio costituzionale: la presunzione di innocenza. Questo significa che qualsiasi imputato deve essere considerato innocente fino alla fine del processo, fino cioè alla sentenza nell’ultimo grado di giudizio (in gergo si dice fino a che la sentenza non sia “passata in giudicato”). Questo principio però non vale per i Sindaci.

La Legge Severino, infatti, in barba alla Costituzione, prevede che per alcuni reati scatti subito la sospensione del Sindaco, anche dopo una condanna solo in primo grado. Credo che questo sia inaccettabile.

Sabato una sentenza di primo grado ha condannato a un anno e due mesi il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà (insieme a funzionari e altri amministratori del Comune) per il reato di abuso d’ufficio. L’abuso d’ufficio è uno di quei reati che fa scattare le norme della Legge Severino. Quindi da sabato pomeriggio Giuseppe Falcomatà è stato sospeso per 18 mesi dal suo ruolo di Sindaco.

L’abuso d’ufficio è un reato molto controverso per il quale spesso vengono indagati i Sindaci dei Comuni italiani. È controverso perché lascia una grandissima discrezionalità agli inquirenti. Tanto che da mesi è in corso nel Governo un dibattito serio per (alcuni parlano di depenalizzarlo). Circa il 95% dei procedimenti come questi si risolvono infatti con una assoluzione. Proprio sull’abuso d’ufficio, alla fine del post pubblicherò un testo scritto dall’avv. Gian Domenico Caiazza Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane.

Ora non voglio entrare nelle questioni specifiche. Chiunque vorrà potrà documentarsi sul web e leggere i dettagli della vicenda di Reggio Calabria. Il paradosso, questo è giusto dirlo, è che la condanna è stata comminata per un atto che non ha prodotto nessuna conseguenza (lo ripeto: NON HA PRODOTTO NESSUNA CONSEGUENZA). Ho da sempre piena fiducia nella Magistratura. Così come conosco molto bene il Sindaco Falcomatà e l’Amministrazione reggina: so quale impegno abbiano messo in campo in questi anni in una città difficile come Reggio Calabria. E so anche quanto sia loro costato. Non voglio che vi fidiate di me: anche in questo caso potete cercare su internet e farvi un’idea precisa.

Sono certo che il processo si concluderà con una assoluzione. Ma il tema è chiaramente un altro. Da ieri Giuseppe è sospeso dal suo incarico e la città si vede privata degli amministratori che aveva scelto. E, badate bene, non per una condanna definitiva, ma soltanto per una sentenza di primo grado. È evidente che la Legge Severino va riformata al più presto. E per questo, come ho già fatto sabato stesso telefonicamente, intendo mandare pubblicamente la mia solidarietà a Giuseppe Falcomatà e a tutti gli amministratori che si trovano (e in questi anni si sono trovati) coinvolti in situazioni analoghe. Solidarietà che estendo ovviamente ai cittadini di tutti quei Comuni; cittadini e cittadine che hanno scelto democraticamente una Amministrazione (vale per qualsiasi colore politico) ma che hanno dovuto subire le conseguenze di una legge incomprensibile.

Ogni volta che un amministratore finisce sotto indagine, tutti i giornali fanno dei titoloni che rimbalzano da una parte all’altra della Nazione. Poi, però, quando tutto finisce e magari vengono assolti (come spessissimo accade), al massimo possiamo leggere qualche trafiletto in cinquantesima pagina. Sarebbe importante discutere delle conseguenze di queste azioni sulla vita, la professione e la famiglia delle persone coinvolte. Spesso quando faccio questi discorsi mi sento rispondere: “se una persona decide di fare il sindaco, poi non può lamentarsi delle conseguenze”. Una affermazione che non condivido: dedichiamo il nostro tempo e le nostre energie alla cosa pubblica perché ci appassiona e perché siamo convinti che sia una cosa giusta da fare. Questo non significa che dobbiamo essere sempre al centro di una pressione spesso insostenibile.

PS: come tutti i Sindaci italiani, a causa del mio incarico, sono stato e sono tuttora al centro di procedimenti penali che mi vedono indagato per azioni che non hanno niente a che fare con la mia condotta. Non sono mai stato indagato per abuso d’ufficio, né sono incappato nelle conseguenze della Legge Severino. Lo scrivo perché non si pensasse che il mio intervento sia legato a vicende personali.

Come detto, aggiungo un pensiero dell’avv. Gian Domenico Caiazza Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane.

MA IL PROBLEMA DELL’ABUSO DI UFFICIO NON RIGUARDA SOLO I SINDACI

La lodevole iniziativa dell’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia per un drastico intervento del legislatore volto ad eliminare la paralizzante ipoteca del reato di abuso di ufficio sulla quotidiana attività dei sindaci, sembra però alimentare un singolare equivoco, non solo mediatico. A sentire o leggere molti degli interventi sul tema -da ultimo addirittura quello del Presidente della Camera Roberto Fico- sembra quasi che le gravi distorsioni prodotte da questa magmatica fattispecie di reato siano una peculiare esclusiva dei primi cittadini nei comuni italiani.

Il tema è ovviamente molto più vasto, sia perché ovviamente non può non riguardare tutti gli amministratori pubblici, sia perché la riflessione, se vuole essere seria e credibile, dovrebbe estendersi anche oltre l’articolo 323 del codice penale. Sicché dire, come fa il Presidente grillino della Camera, che “oggi ha una logica rivedere” il reato di abuso in atti di ufficio perché “i sindaci sono una grande comunità, hanno grandi responsabilità e bisogna ascoltarli” a me pare solo un modo per eludere la questione vera che occorre affrontare, e che è ben più complessa.

Il reato di abuso in atti di ufficio è da sempre la norma che il legislatore ha consegnato, insieme ad altre, agli Uffici di Procura per esercitare un indebito controllo general preventivo sull’attività della pubblica amministrazione e dunque sulla politica. Norme che per la loro indeterminata genericità si risolvono in quella che è stata efficacemente definita (Luciano Violante) come una sorta di “mandato a cercare” eventuali irregolarità o illiceità nella amministrazione pubblica, a prescindere da ben definite e chiare notizie di reato.

È a tutti noto che la percentuale di condanne definitive per abuso in atti di ufficio è infinitesimale se raffrontata al numero di indagini che in nome di esso sono state aperte dagli Uffici di Procura di tutta Italia; indagini che hanno di per sé prodotto i propri effetti sostanzialmente sanzionatori già in quella fase, gravando di una pesante ipoteca lo svolgimento del mandato dell’amministratore indagato, quando non ponendolo perciò solo nella necessità di rimetterlo.

L’abuso, data la sua definizione magmatica e residuale (“salvo che il fatto non costituisca più grave reato”, così esordisce la norma) permette di tenere in vita e legittimare comunque indagini sommariamente avviate per più gravi ipotesi di reato (corruzione, concussione, peculato) che con il tempo si dimostrino infondate: alla fine, male che vada, un abuso in atti di ufficio non potrà negarsi a nessuno.

Questo è a ben vedere la distorsione più grave determinata dal mantenere in vita quella fattispecie di reato, e che riguarda -in forma ormai perfino più grave- anche una seconda fattispecie di reato, lo sciagurato “traffico di influenze”, introdotto da pochi anni a furor di populismo. Nessun giurista serio è ad oggi in grado di spiegare con chiarezza quale possa essere in concreto e con certezza questa misteriosa condotta, un miscuglio indefinito tra una corruzione solo immaginata ed un millantato credito però mica tanto millantato. Un mostriciattolo giuridico senza capo né coda che infatti non produce praticamente mai condanne, ma alimenta invece, come e più dell’abuso in atti di ufficio, un indeterminato numero di indagini. E se per questo reatuncolo non sono consentite -deo gratias- intercettazioni telefoniche, non preoccupatevi: se i protagonisti sono più di tre (e tre cristiani li trovi sempre), sarà sufficiente contestare in fase di indagine una associazione per delinquere finalizzata al traffico di influenze per consentirsele.

Dunque, altro che sindaci. Qui il tema è ancora una volta quello di una politica che si è stolidamente consegnata al controllo di legalità preventivo degli uffici di Procura, in nome di un diritto penale sempre più drammaticamente lontano dal suo ancoraggio ai principi costituzionali e liberali di tipicità e tassatività delle norme incriminatrici. Questo il Presidente Fico non lo sa, ma occorre invece che tutti lo comprendano, se vogliamo affrontare con serietà questa ennesima emergenza democratica.

Alessio Pascucci

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