Cop26: a Glasgow ha pesato la lobby delle fonti fossili

La lobby delle fonti fossili, che a Glasgow era la delegazione più numerosa con oltre 500 persone, ha imposto la sua linea alla Cop26, ha salvato il carbone e non ha consentito di definire una data certa per l’uscita dalla dipendenza dagli idrocarburi.

La fiera dell’ipocrisia che si è svolta a Glasgow è uno schiaffo alle future generazioni e al pianeta: nessun impegno, solo rinvii e ricerca quasi maniacale di parole per aggirare i problemi e non prendere impegni verso l’azzeramento delle emissioni di CO2 e l’uscita dalle fonti fossili.

A proposito di parole, nella plenaria della conferenza Onu sul clima la bozza finale di documento, già inadeguata, la definizione “phase-out” coal, cioè «eliminazione graduale» del carbone, è stata sostituita con “phase-down”, cioè «riduzione graduale».

La forza di condizionamento politico dei governi da parte delle lobby delle fonti fossili si capisce da quanti contributi pubblici hanno ricevuto nel mondo. Il working paper “Still not getting energy prices right: a global and country update of fossil fuel subsidies” del Fondo monetario internazionale (Fmi) dimostra quanto la lobby del petrolio sia ingorda, e quanto la politica globale sia stata e sia ubbidiente alle sue esigenze. Nel 2020 le compagnie petrolifere e società connesse alla distribuzione dei suoi derivati, hanno ricevuto nel mondo contributi per un totale di 5.900 miliardi di $, mentre in Italia per 41 miliardi. Secondo lo studio il 6,8% del Pil mondiale è destinato ai sussidi alle fonti fossili, 11 milioni di dollari al minuto mentre in Italia 676 $ sono caricati sulle spalle di ogni cittadino pari al 2,1% di Pil dell’Italia. In questi anni le compagnie petrolifere, di gas e carbone hanno elaborato una nuova strategia, per rallentare le decisioni e le soluzioni sulla crisi climatica, che si chiama “wokewashing” ed è quella che hanno attuato anche a Glasgow. Rassicurare che loro hanno a portata di mano soluzioni potenziali, allarmando che l’abbandono dei combustibili fossili avrà un impatto negativo per le comunità povere e marginalizzate, e che sono dalla parte di queste comunità e che non esiste la possibilità di portare a loro energie rinnovabili a prezzi accessibili.

L’altro aspetto negativo della Cop26 è la parte che viene chiamata Loss & Damage. Mentre nel mondo si spendono 2.000 miliardi di dollari all’anno in armamenti, i 100 miliardi di dollari promessi negli anni passati, alle precedenti COP sul clima, non sono mai arrivati ai Paesi poveri. Nel documento sui finanziamenti sul clima, la decisione circa gli aiuti ai Paesi più bisognosi viene di nuovo rimandata e se Usa e Europa fossero state più determinate e coerenti sulla finanza e sulla solidarietà avremmo potuto avere un esito diverso su rapporto tra paesi poveri e ricchi nel contrasto alla crisi climatica e sociale. Solo nel Madagascar e nel Sudan 2,2 milioni di persone sono colpite dalla carestia di cui quasi la metà sono bambini mentre nel mondo 145 milioni bambini soffrono di malnutrizione cronica.

La promessa data a Glasgow, da alcuni paesi, di fermare la deforestazione entro il 2030 è il simbolo dell’ipocrisia di questa COP26. Il Brasile che, con Bolsonaro, ha sottoscritto questo impegno ha, difatti, approvato poche settimane fa la legge ‘Marco Temporal’ che prevede la cacciata degli indios dalla foresta amazzonica per avviare lo sfruttamento totale del bioma amazzonico che già oggi procede al ritmo di 12.000 Km/q anno. Contemporaneamente, l’Europa preme per ratificare l’accordo Eu-Mercosur che consentirà la vendita e commercializzazione di prodotti agricoli, carne, legno e minerali provenienti proprio dallo sfruttamento e devastazione delle foreste tropicali del Sud America: una vergogna.

Poi c’è il disastro del Ministro Cingolani alla COP26, in linea con questa strategia pro-fossile, a cui chiedo perché ha assunto alcune decisioni rilevanti senza il mandato del Parlamento come quella sul nucleare su cui l’Italia si è espressa contro con ben due referendum. Cingolani ha deciso di non firmare il documento di Germania, Austria, Portogallo, Danimarca e altri paesi europei contro l’inserimento del nucleare nella tassonomia Verde UE. L’Italia in questo modo sta facendo un grande favore alla Francia, che vuole finanziare il suo nucleare civile e militare con i soldi della transizione ecologica! L’Italia invece ha firmato il documento su BOGA, alleanza per uscita da idrocarburi, entrando però nella categoria ‘Friends’ piuttosto che come membro effettivo, in questo modo non prendendo alcun impegno sullo stop a nuove trivellazioni e sull’uscita dalle fonti fossili.

Sempre il ministro non ha firmato il documento per lo stop all’immatricolazione alle auto a motore termico entro 2035, dimenticando che in Italia, 56 mila persone all’anno muoiono di smog. Il ministro in questo modo tutela, per i prossimi decenni, una mobilità con macchine che bruciano idrocarburi, compromettendo così anche la salute delle persone. Dall’ultimo rapporto dell’Alleanza europea per la salute pubblica (Epha) emerge chiaramente come l’inquinamento atmosferico costi all’Italia 20,8 miliardi e all’Europa 166,4 miliardi ogni anno.

Dove c’è giustizia ambientale deve esserci anche giustizia sociale ed è difficile comprendere e accettare che nel documento finale della Cop26 si scriva al condizionale sul rispetto dei diritti umani, civili, delle popolazioni indios e il diritto alla salute, in relazione alla crisi climatica.

Chi governa i paesi più responsabili della crisi climatica non ha ritenuto urgente affrontare problemi come il riscaldamento globale, le alluvioni, la desertificazione, lo scioglimento dei ghiacciai, le ondate di calore e la diminuzione della produzione delle derrate alimentari, loro tra 30 anni non ci saranno e hanno scaricato le conseguenze di un disastro sulle generazioni future.

(Huffpost)

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