Archiviata Cop26, ecco cosa Italia e Europa devono fare per il clima

Dopo due settimane di vertice internazionale, a Glasgow, in Scozia, i grandi della Terra hanno sottoscritto il nuovo accordo sul clima.

Un patto a nostro avviso inadeguato a fronteggiare l’emergenza climatica soprattutto per le comunità più vulnerabili dei paesi poveri, ma si mantiene ancora vivo l’obiettivo di 1.5°C.

Per centrare questo obiettivo è fondamentale che tutti i paesi più avanzati, a partire dall’Italia, aumentino al più presto i propri impegni di riduzione delle emissioni climalteranti e garantiscano un adeguato sostegno finanziario all’azione climatica dei paesi più poveri, perché non c’è più tempo da perdere gli anni da qui al 2030 saranno cruciali e decisivi. 

Quello che è certo è che a Glasgow si poteva e si doveva fare molto di più, anche per rispondere in maniera concreta ai tanti appelli e alle richieste dei giovani, che in tutto il mondo in questi anni stanno scioperando insieme a Greta Thunberg per chiedere azioni e politiche climatiche immediati.

Se da una parte l’Accordo conferma l’impegno dei paesi più ricchi a garantire un aiuto finanziario, per la mitigazione e l’adattamento, di 100 miliardi di dollari l’anno per il periodo 2020-2025: 600 miliardi complessivi da elargire attraverso il piano proposto dalla presidenza britannica. Dall’altra parte non mancano però i punti dolenti. Non è stato fatto nessun passo in avanti sulla creazione del Loss and Damage Facility, ossia il fondo per aiutare le comunità vulnerabili dei paesi più poveri a far fronte ai danni e alle perdite dovuti ai disastri climatici, in modo da consentire una rapida ricostruzione e ripresa economica dei territori colpiti, evitando così anche il preoccupante aumento dei profughi climatici.

C’è poi da dire che il Glasgow Climate Pact ha rinviato purtroppo al prossimo anno l’adozione della roadmap per ridurre le emissioni climalteranti al 2030 in linea con la soglia critica di 1.5°C. Sarà la COP27, che si tiene il prossimo anno in Egitto, a dover adottare la roadmap per dimezzare le attuali emissioni al 2030 attraverso la revisione annuale degli impegni di riduzione a partire dal 2022. Grazie anche alla riduzione graduale del carbone nelle centrali senza ccs ed all’eliminazione dei sussidi inefficienti alle fonti fossili, in modo da accelerare una giusta transizione energetica. Anche se per la prima volta nei negoziati sul clima, con l’Accordo di Glasgow, si è affrontata la questione cruciale dell’abbandono dei combustibili fossili, lo si è fatto però ancora in maniera inadeguata. La nota positiva è che la loro strada è ormai segnata, ma se si vuole per davvero fronteggiare l’emergenza climatica va avviato al più presto il phase-out di tutti i combustibili fossili e dei loro incentivi. L’Europa deve fare da apripista cogliendo l’occasione della discussione in corso sul nuovo Pacchetto Clima ed Energia. Un pacchetto legislativo non più “Fit For 55”, ma” Fit For 1.5, ossia in grado di consentire una riduzione delle emissioni di almeno il 65% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, accelerando il phase-out di carbone, gas e petrolio e di tutti i sussidi ai combustibili fossili.

Sul fronte aiuti ai paesi poveri, a nostro avviso sarà fondamentale un forte impegno da parte dell’Europa, mancato a Glasgow, per costruire una larga alleanza a sostegno del Loss and Damage Facility in modo che diventi finalmente realtà proprio alla “COP Africana” del prossimo anno. Anche l’Italia deve fare la sua parte e accelerare il processo di transizione ecologica ed energetica nella Penisola. Non solo sostenendo l’azione europea per la creazione del Loss and Damage Facility, ma garantendo anche la sua “giusta quota” dell’impegno collettivo di 100 miliardi di dollari l’anno per il periodo 2020-2025 destinati all’azione climatica dei paesi più poveri. Si tratta di almeno 3 miliardi di euro l’anno che possono essere facilmente reperiti attraverso il taglio dei sussidi alle fonti fossili da inserire al più presto nella legge di bilancio in discussione.

Il nostro Paese deve contribuire a centrare l’obiettivo di 1.5°C aumentando il suo impegno di riduzione delle emissioni al 2030 attraverso la revisione del Piano Nazionale Integrato Clima ed Energia (PNIEC). Infatti, l’attuale Piano consente un taglio delle emissioni entro il 2030 di appena il 37% rispetto al 1990. Serve una drastica inversione di rotta. Si deve aggiornare al più presto il PNIEC per garantire una riduzione delle nostre emissioni climalteranti, in linea con l’obiettivo di 1.5°C, di almeno il 65% entro il 2030. Andando quindi ben oltre l’obiettivo del 51% previsto dal PNRR e confermando il phase-out del carbone entro il 2025 senza ricorrere a nuove centrali a gas.

Non dimentichiamo che l’Italia ha a disposizione ben 70 miliardi, allocati dal PNRR per la transizione ecologica, da investire per superare la crisi pandemica e fronteggiare l’emergenza climatica, attraverso una ripresa verde fondata su un’azione climatica ambiziosa in grado di colmare i ritardi del PNIEC ed accelerare la decarbonizzazione dell’economia italiana in coerenza con l’obiettivo di 1.5°C dell’Accordo di Parigi. Solo così la Penisola potrà sostenere l’Europa nell’impegno comune per fronteggiare l’emergenza climatica globale. Una sfida che possiamo e dobbiamo vincere.

(Huffpost)

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