3 Dicembre, 2022
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Il primo consiglio comunale dell’era Gualtieri: ritorno al passato per Raggi, lo show di Calenda, il silenzio degli assessori

Il sindaco incollato al banco per quasi cinque ore, chi l’ha preceduto anche. Solo Calenda si concede ai cronisti. Un ritorno al passato che fa sembrare lontana, lontanissima, l’era Raggi

L’emozione dei nuovi, l’imbarazzo di “quelli di prima”, l’esuberanza di chi è qui ma non doveva esserci. E soprattutto la sobrietà di chi indossa la fascia tricolore: “È uno sgobbone, sta studiando anche ora che è seduto lì”, dice sorridendo un membro dello staff. Sì, perché Roberto Gualtieridallo scranno da sindaco per ore non si praticamente mai mosso, ossequioso al protocollo e contemplativo nei confronti di un’aula che incarna per la prima volta il sogno inseguito per l’intera estate e concretizzatosi a inizio ottobre.

Pare lontano anni luce il primo consiglio grillino, con gli applausi per la sindaca, il figlio che le ruba lo scranno e i flash dei fotografi e gli attivisti alla conquista dell’aula. Sarà per le restrizioni covid, sarà per l’austerità del sindaco, sarà per il profilo basso scelto dalla coalizione vincente, ma il primo consiglio è scivolato via sonnacchioso, animato a stento da un Carlo Calenda esuberante, arruolabile Giamburrasca tra apparenti statue di sale. È lui a “denunciare” l’accordo tra Fratelli d’Italia e M5s per la vicepresidenza d’aula in cambio della trasparenza. Ed è lui ad andare a caccia di un angolo per fumatori in un Campidoglio sempre più vietato ai tabagisti.

Per il resto tutto secondo copione. Il bel discorso di Valerio Casini, Italia Viva, reggente d’aula, che ringrazia i dipendenti ed esalta il ruolo dell’aula all’alba di una consiliatura di rilancio verso il Giubileo e la conquista di expo 2030. L’elezione a presidente di Svetlana Celli, scelta dal PD e votata a maggioranza dalla coalizione: “Quest’aula, organo supremo di democrazia, saprà dare un contributo fondamentale alle grandi sfide che ci attendono. Oggi diamo inizio a una nuova pagina e quest’Aula sarà un luogo aperto, condiviso, trasparente. Ogni giorno. Non sarà mai una fortezza chiusa in un Palazzo”. Il discorso di Gualtieri, con citazione di Petroselli: “Sento il peso e la responsabilità dell’incarico a cui sono stato eletto dai cittadini, lo svolgerò con tutto il mio impegno e la mia determinazione, con tutto il mio amore per Roma e i romani. Sono convinto e fiducioso che insieme sapremo essere degni della fiducia che i romani ci hanno accordato”.

Gli occhi nel frattempo corrono sui nuovi, i più impacciati. Qualcuno si commuove, qualcun altro non tiene a freno l’adrenalina. I più giovani in aula hanno genitori e fidanzati, emozionati anche loro. Gli esordienti più in là con gli anni hanno portato in aula i figli piccoli, con tanto di foto di rito. Non mancano i fiori ed ovviamente i selfie, ad uso e consumo dei social. Fuori programma che lasciano qualcuno senza posto dal lato giusto. Il Covid infatti fa tracimare la sinistra verso destra. Sì perché il distanziamento riempie rapidamente il lato della maggioranza. E così nel PD c’è chi si ritrova di fianco ai grillini, all’ex sindaca Raggi.

È lei a rubare la scena a Roberto Gualtieri, con un ritorno al passato, a quei banchi dove nel 2013 sedeva con Marcello De Vito, Daniele Frongia e Enrico Stefano e da cui oggi prova a ripartire, osservando il suo ex scranno occupato da Gualtieri. E durante il suo discorso l’ex prima cittadina guarda il cellulare, si distrae con i compagni di banco e praticamente mai concede applausi al suo successore. All’ingresso in aula, senza il codazzo del mega staff a segnalarne la presenza, in tanti faticano a riconoscerla, complice la mascherina. Ci si aspetta una fuga alla bouvette, una sosta fisiologica alla toilette per una chiacchiera di rito con i cronisti. Niente: per quasi cinque ore Raggi è tutt’uno con il suo banco, concedendo udienza solo ai suoi colleghi m5s e ad un paio di esponenti del centrodestra, e allontanandosi solo per lasciare la scheda nell’urna per le votazioni.

Più loquaci i suoi colleghi di partito che promettono opposizione dura e costruttiva, criticando già le prime scelte di Gualtieri, in particolare i nomi scelti per la giunta.

Assessori consegnati al silenzio con rarissime eccezioni. Quasi tutti restano seduti di fianco al sindaco. Qualcuno scende per un caffè, una bottiglietta d’acqua, una chiacchiera in famiglia. Quando si avvicinano i giornalisti, cortesemente declinano l’invito a parlare. Il sindaco sobrio pare infatti essere anche Generale, con consegne durissime ai suoi comandanti sul campo, intimoriti dal nuovo corso e dalle regole. Dai più “indisciplinati” e in confidenza con i cronisti scappa la battuta a mezza bocca: “Per ora non posso parlare, fammi prima capire che aria tira”. Il vento sta cambiando signori, il vento sta cambiando. Aspettiamo di capire come.

(RomaToday)

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