Perché all’Italia adesso serve il proporzionale

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Oggi più che mai un sistema alla tedesca ci tutelerebbe da avventure pericolose e lascerebbe strada a “larghe coalizioni”

 

È vero che nelle grandi città il centrosinistra va sempre molto meglio della media nazionale. È verissimo che ha votato in media poco più del 50% degli aventi diritto al primo turno e poco più del 40% ai ballottaggi. È altrettanto vero che – come per la verità ha riconosciuto con apprezzabile understatement lo stesso Enrico Letta – il Pd farebbe un errore madornale a montarsi la testa e a considerarsi adesso già in vantaggio in vista delle prossime elezioni politiche.

Premesso tutto questo, sarebbe però miope non riconoscere che nell’imprevista omogeneità delle tendenze elettorali dell’ultimo turno amministrativo c’è un messaggio politico piuttosto evidente che gli elettori (sia quelli che hanno votato sia una parte di quelli che sono rimasti a casa) hanno voluto trasmettere: questa destra, per come essa è adesso e per come si è mostrata lungo tutto il corso della pandemia, non è adatta a governare, né le grandi città, né tantomeno l’Italia.

Da questo punto di vista, il governo Draghi si è rivelato un fattore di accelerazione nel far venire alla luce con maggiore evidenza giganteschi nodi non sciolti delle leadership di Salvini e Meloni.

Si può governare un grande Paese occidentale avendo ancora ambiguità e imbarazzi sulla pregiudiziale antifascista o sulla collocazione internazionale? Ci si può candidare credibilmente alla guida dell’esecutivo dopo essersi sottratti alla chiamata di responsabilità del presidente della Repubblica in uno dei momenti più drammatici della vita repubblicana, oppure avendo accettato per calcolo puramente tattico (peraltro sbagliato), ma comportandosi dal minuto dopo come se si stesse all’opposizione?

Si può ricostruire il Paese dopo la pandemia avendo passato tutta la fase più acuta dell’emergenza ad avversare per calcolo elettorale (anche in questo caso sbagliato) tutte le difficili misure che sono servite pian piano a uscirne? Si può affidare la terza economia dell’eurozona, quella che peraltro più dipende dal consolidamento di un nuovo corso delle politiche europee, a leadership ancora impegnate a inseguire posizionamenti e alleanze internazionali con forze che questo nuovo corso europeo vogliono esplicitamente sabotarlo?

Al di là della scelta dei sindaci delle loro città, gli elettori chiamati al voto nell’ultimo turno amministrativo hanno fatto capire che pensano di no. E, obiettivamente, sulla base di quello che si è visto, è abbastanza difficile dargli torto.

Se è così, il Pd e il centrosinistra devono allora ragionare sull’ulteriore responsabilità che il voto nelle città attribuisce loro. Che non è quella di organizzare con il Rosatellum una roulette elettorale all’ultimo voto, in cui per evitare di consegnare l’Italia a una destra di tal fatta il Pd è costretto a metter su un assemblaggio di forze eterogenee e conflittuali che rischia di ricordare, più che l’Ulivo, l’ultima fase dell’Unione.

La responsabilità è invece quella di provare a investire la forza politica derivante dal voto nelle città in un progetto più ambizioso di ridisegno della geografia politica del Paese e di riforma della legge elettorale in senso proporzionale. La novità è che oggi, dopo il successo nel voto amministrativo, Letta può credibilmente candidare il nuovo Pd che si propone di costruire nei prossimi mesi a perno del sistema politico che uscirà dall’esperienza del governo Draghi.

Ed è su questo obiettivo – lavorando a un nuovo programma fondamentale, a un diverso modello di partito e a una base sociale non più chiusa nel recinto della Ztl – che bisognerebbe investire il successo elettorale e concentrare le energie nei prossimi mesi. Non in una estenuante discussione con il M5S, con i vari soggetti centristi e con le componenti della sinistra radicale, che rischia di riempire per mesi le pagine dei giornali sui veti incrociati e sulla difficoltà di far nascere il “nuovo Ulivo” e di tradursi poi molto prosaicamente in una complicata e ingrata trattativa sulla spartizione dei collegi uninominali (peraltro finti, perché non prevedono alcun voto disgiunto ai candidati rispetto ai partiti) dello sciagurato Rosatellum.

Invece, oggi più che mai, un sistema proporzionale come quello tedesco (compresa un’adeguata soglia di sbarramento anti-frammentazione) metterebbe al riparo l’Italia (e l’Europa) da rischi di avventure pericolose, lascerebbe aperta la strada – in modo più trasparente e onesto verso gli elettori di quanto faccia il sistema elettorale attuale – a soluzioni di “larga coalizione” se nessuna area politica dovesse avere una maggioranza autosufficiente, ma consentirebbe anche al nuovo Pd e a Letta di impostare una strategia simile a quella della SPD tedesca.

Quest’ultima, dopo essersi sobbarcata la responsabilità della Große Koalition, ha ridefinito il proprio profilo ed è diventata il primo partito tedesco, ottenendo un successo che probabilmente le consentirà di guidare da una posizione di forza il nuovo governo con Verdi e Liberali. Se la mania di trovare modelli stranieri non avesse fatto già abbastanza danni, verrebbe da dire che nella situazione attuale, con un sistema proporzionale, Letta avrebbe tutte le carte per diventare lo Scholz italiano.

Come quest’ultimo ha saputo accreditarsi come il vero erede della Merkel pur presentando una piattaforma programmatica molto più avanzata, così Letta potrebbe rivendicare il merito di essere il leader che ha sostenuto con maggiore lealtà il governo Draghi, lavorando nel contempo a un posizionamento del PD più chiaro e incisivo sui temi del lavoro, dei diritti sociali e del contrasto alle disuguaglianze.

E il proporzionale aiuterebbe, non danneggerebbe, anche la costruzione del centrosinistra possibile, liberando tutti dal peso e dalla scarsa credibilità delle alleanze preventive. Verrebbe favorita la costruzione di un’area liberale di centro (che, anche per effetto della soglia di sbarramento, potrebbe trovare magari, dopo il risultato di Roma di Carlo Calenda, un punto di aggregazione) e sarebbe aiutata la riorganizzazione del M5S sotto la guida di Conte, il quale non si troverebbe più costretto a lavorare ogni giorno sotto la spada di Damocle di chi gli imputa l’appiattimento preventivo sul PD.

E magari questi soggetti – il nuovo PD più socialdemocratico, il centro liberale e un M5S che provi a occupare lo spazio politico conquistato dai Verdi in Germania –, impegnando il prossimo anno a definire la loro identità e la loro proposta al Paese, anziché in estenuanti discussioni su veti e alchimie delle alleanze, potrebbero espandere il loro potenziale elettorale, fino a rappresentare una possibile maggioranza di governo.

Il sistema proporzionale è quindi oggi utile sia per costruire un nuovo Pd, che riprenda a presidiare la questione sociale e si candidi a diventare la prima forza politica del Paese, sia per stimolare un’evoluzione positiva della destra, sia per mettere in sicurezza l’Italia. Può sembrare controintuitivo, ma proprio il proporzionale può permettere al Pd di conciliare “vocazione maggioritaria” e alleanze necessarie per il governo, consentendogli di lavorare sulla propria proposta al Paese e sulla propria identità, senza dover rincorrere coalizioni preventive, e di diventare nei fatti, grazie al voto degli elettori, il perno dell’alternativa alla destra. Poi le alleanze si faranno ovviamente, come sta avvenendo in Germania, ma sulla base dei rapporti di forza decisi dagli elettori e di un trasparente compromesso programmatico.

Ma il proporzionale è anche la chiave per favorire un definitivo chiarimento in Forza Italia e in settori della Lega, consentendo a chi ne avrà la capacità di mettere in campo – dopo il prevedibile naufragio delle aspirazioni quirinalizie di Silvio Berlusconi – una proposta politica ancorata al Partito popolare europeo e non più costretta a dipendere in chiave subalterna dalla Meloni.

E, con tutta evidenza, il proporzionale è nell’interesse del Paese, sia perché può permettere al governo Draghi di andare avanti con meno spinte centrifughe nel 2022, un anno cruciale per la ridiscussione delle regole economiche europee, sia perché non affida il destino del Paese a una rischiosa lotteria all’ultimo voto tra coalizioni prive di ogni vera coesione e costruite solo per prevalere nella parte maggioritaria del Rosatellum.

Il maggioritario era stato proposto trent’anni fa in Italia con il nobile proposito di «restituire lo scettro agli elettori». Quello che abbiamo vissuto nel corso di questa sfortunata “Seconda Repubblica” è stato tutt’altro. Il vero modo adesso per «restituire lo scettro ai cittadini», oltre che dignità alla democrazia parlamentare, è quello di sfruttare la congiuntura del governo Draghi anche per chiudere l’infelice stagione del maggioritario all’italiana e gettare le basi di un nuovo sistema politico fondato su partiti più solidi, stabili e riconoscibili nella loro identità.

(Huffpost)

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