Cosa si sa della revisione del Patto di stabilità

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L’obiettivo della Commissione europea è raggiungere il giusto equilibrio tra “riduzione del debito” e “aumento degli investimenti”, in particolare nelle transizione ecologica che richiederà, fino al 2030, risorse aggiuntive per oltre 650 miliardi l’anno

La Commissione europea ha avviato una consultazione pubblica sulla riforma del Patto di stabilità. L’obiettivo è raggiungere il giusto equilibrio tra “riduzione del debito” e “aumento degli investimenti”, in particolare nelle transizione ecologica che richiederà, fino al 2030, risorse aggiuntinve per oltre 650 miliardi l’anno.

La Commissione, secondo la tabella di marcia indicata dal vice presidente, Valdis Dombrovskis, sarà in grado di fornire le linee guida agli Stati nel primo trimestre del 2022. Così potranno progettare i loro bilancio in tempo per il ritorno del Patto di stabilità, previsto dal primo gennaio 2023.

Il Patto (che limita il deficit pubblico al 3% e il debito al 60% del Pil) era stato sospeso per evitare un collasso economico causato dalla pandemia di Covid-19. “Mi aspetto un dibattito aperto e franco nei prossimi mesi, con molti contributi e, spero, senza tabù”, ha dichiarato il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, in una conferenza stampa a Strasburgo.

Diversi Paesi chiedono ora maggiore flessibilità nella riduzione della spesa, soprattutto perché la lotta ai cambiamenti climatici richiederà ingenti investimenti. Alcuni propongono, ad esempio, di escludere gli investimenti green dal calcolo del deficit. “È un’opzione sul tavolo e che sarà affrontata nel nostro dibattito”, ha confermato Dombrovskis.

La questione divide, anche questa volta, i Ventisette: i cosiddetti Paesi “frugali” del nord, tra cui Germania e Paesi Bassi, sono preoccupati di dover pagare per i presunti eccessi dei loro vicini meridionali e temono l’abbandono dell’austerità. Ma la crisi legata alla pandemia ha colpito più duramente Paesi del Sud come Spagna, Italia, Grecia e Portogallo, esacerbando squilibri economici già molto forti all’interno dell’Unione.

Il livello medio del debito nell’Ue superava gia’ il 60% del Pil prima della pandemia (77,5%), ma con il Covid e’ schizzato fino al 92,9% e in alcuni Paesi già pesantemente indebitati – come la Grecia (209,3%), Italia (160%) o Spagna (125,2%) – ha raddoppiato la soglia prevista dai Trattati. In questo contesto, la Commissione raccomanda di definire percorsi realistici di riduzione del debito per tutti i Paesi.

“Si può discutere dal punto di vista delle regole del ritmo di riduzione del debito che è stabilito da diversi strumenti regolatori europei e che farà parte della discussione dei prossimi mesi”, ha spiegato Gentiloni. “I rapporti debito pubblico/Pil sono ulteriormente aumentati” e ciò evidenzia la necessità “di una riduzione graduale, sostenuta e favorevole alla crescita a livelli di debito prudenti” e “in secondo luogo, gli investimenti pubblici dovranno essere sostenuti a livelli elevati negli anni a venire”, si legge nella revisione delle regole fiscali Ue rilanciata dalla Commissione europea dopo lo stop dovuto alla pandemia.

Molti analisti vedono poca fattibilità che i governi possano ottemperare alla riduzione che la normativa ora richiede – di un ventesimo del suo volume ogni anno – e sottolineano che, sebbene il debito sia più elevato, il suo costo è più gestibile che in passato a causa dell’attuale basso tassi di interesse. È il parere, tra gli altri, dell’amministratore delegato del Meccanismo europeo di stabilità, Klaus Regling, o dell’European Fiscal Board – consigliere indipendente della Commissione – che propongono di rendere più flessibile la soglia del 60%.

Gentiloni appartiene alla stessa scuola di pensiero: “Finanze pubbliche sane sono un ingrediente essenziale per l’economia europea, ma la riduzione del debito deve essere realistica e compatibile con una strategia di crescita sostenibile“.

E soprattutto non vanno sacrificati gli investimenti, come avvenne con la crisi finanziaria del 2008. “Una delle eredità della crisi finanziaria e delle politiche perseguite negli anni successivi è stata che gli investimenti pubblici nell’eurozona sono scesi intorno allo zero in termini netti. Gli investimenti hanno sostenuto l’urto dei tagli. Le politiche fiscali sono state spesso tutt’altro che favorevoli alla crescita“, ha confermato Gentiloni.

“Stimiamo che il fabbisogno aggiuntivo di investimenti pubblici e privati legati alle transizioni verde e digitale sarà di quasi 650 miliardi di euro all’anno fino al 2030. La sola transizione verde rappresenta 520 miliardi di euro all’anno”, ha rimarcato l’ex premier italiano.

“I settori dell’energia e dei trasporti richiederanno una stima di 390 miliardi all’anno, il 50% in più rispetto al passato. Il Piano per la ripresa e la resilienza contribuira’ sicuramente a soddisfare queste esigenze, fornendo 338 miliardi di euro in sovvenzioni e fino a 386 miliardi di euro in prestiti fino al 2026”, ha aggiunto.

“Gran parte degli investimenti di trasformazione di cui abbiamo bisogno devono provenire dal settore privato, ma anche i governi nazionali avranno un ruolo chiave da svolgere. Ed e’ per questo che una domanda chiave che deve essere considerata nei prossimi mesi e’ come il nostro quadro puo’ facilitare in modo piu’ efficace questi investimenti”, ha ribadito Gentiloni.

(Agi)

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