LA QUESTIONE DEL PETROLIO NIGERIANO: DALLA SCOPERTA DEL PRIMO GIACIMENTO AL CONFLITTO

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Un’analisi degli aspetti che hanno portato al conflitto nel Delta del Niger, tra petrolio e voglia di autodeterminazione.

 

Introduzione

La Nigeria è stata definita come african giant (“gigante africano”), dato che ha la popolazione più elevata di tutti gli Stati africani (nel 2019 sono stati stimati 209 milioni di abitanti circa)[1]. Lagos, pur non essendo la capitale del Paese, è la città più popolata della Nigeria e dell’Africa. Inoltre, la sua economia è una delle più sviluppate del continente grazie all’esportazione di cacao e olio di palma, ma soprattutto grazie alle sue risorse naturali, quali minerali, oro e petrolio. Per quanto riguarda quest’ultimo, nel 2019 la Nigeria rappresentava il primo produttore in Africa. La produzione di petrolio ammontava a 101,4 milioni di tonnellate nel paese[2].

La Nigeria è un puzzle incredibile di lingue, etnie e religioni. Sono tre le principali etnie che popolano il Paese: gli Hausa (27,4%), gli Igbo (14,1%) e gli Yoruba (13,9%), ma ce ne sono altre[3]. La lingua parlata ufficialmente è l’inglese ma esistono 500 lingue indigene addizionali. Il 53,5% della popolazione è musulmana, soprattutto nel nord del Paese, il 45,9% della popolazione è cristiana (di cui il 10,6% è cattolica), poi ci sono altre religioni[4]. La Nigeria, fortemente divisa al suo interno, oggi è composta da 36 diversi Stati federati.

Secondo World Poverty Clock, il 43% della popolazione nigeriana vive in condizioni di estrema povertà, quindi con in media 1,90 dollari al giorno o meno a persona[5]; dato sorprendente se si pensa alla quantità di risorse che detiene il Paese. In aggiunta, l’area interessata da una maggiore povertà (alto tasso di disoccupazione, mancanza di infrastrutture, di beni e servizi primari) è proprio quella più ricca di petrolio, il Delta del Niger, collocato nel sud-est del Paese.

Sono diverse le minacce interne allo Stato nigeriano che non permettono uno sviluppo autonomo e florido. Nel sud del Paese continuano le rivendicazioni separatiste che non hanno mai cessato di esistere dopo la fine della guerra civile del Biafra (1967-1970), alle quali si aggiungono quelle dei gruppi armati nell’area del Delta del Niger. Il nord, soprattutto il nord-est, è vittima degli attacchi terroristici degli estremisti islamici affiliati a Boko Haram, i quali commettono violenze indiscriminate sui civili (sono noti anche attacchi e rapimenti nelle scuole). Altro punto nevralgico è l’area centrale, la cosiddetta Middle Belt, dove si perpetuano violenze tra comunità agricole e allevatori[6]. Senza menzionare l’elevata corruzione presente nel Paese. Il quadro è dunque complicato e fitto di conflitti interni legati a diversità etniche, religiose e questioni economiche[7].

La Nigeria, come la conosciamo oggi, nasce dall’unione di Northern e Southern Nigeria Protectorates nel 1914, in seguito alla decisione del governatore di entrambi i protettorati Lord Frederick Lugard (Lugard’s amalgamation of 1914)[8]. La colonizzazione inglese della moderna Nigeria inizia nel 1861 da Lagos; nel 1903 gli inglesi hanno il controllo su tutto il territorio nigeriano e solo nel 1960 la Nigeria diventerà uno Stato indipendente dalla Gran Bretagna. Nonostante l’indipendenza ottenuta, i confini del Paese rimarranno quelli definiti da Lugard. In realtà, quella di amalgamare il territorio nigeriano fu una scelta pratica legata alla facilità di amministrare la colonia unendola in un solo territorio, “celebrando il matrimonio” tra il Sud ricco di risorse ed economicamente più avanzato e il Nord più povero per portare sviluppo in tutta la Nigeria[9].

Dunque, le ragioni che hanno portato alla creazione dello Stato nigeriano non sono attuali e sono frutto di una logica coloniale che si oppone al principio di autodeterminazione dei popoli. Da questo deriva lo scarso o quasi assente sentimento nazionale da parte di alcune etnie quali gli Igbo[10], per esempio, che dopo più di 50 anni dalla fine della guerra civile ancora sognano uno Stato del Biafra indipendente. L’organizzazione della Nigeria come Stato federale non sembra aver placato gli animi dei separatisti, anche se essi godono di una parziale indipendenza dallo Stato centrale.

Il petrolio in Nigeria

Come osservato in precedenza, la Nigeria rappresenta uno dei maggiori Paesi esportatori di greggio in Africa. L’estrazione di petrolio si concentra nella zona del Delta del Niger, ubicata nel sud-est del Paese; l’80% della produzione petrolifera proviene da questa zona[11].

L’esplorazione e l’attività estrattiva iniziarono in Nigeria nel 1937, con l’ottenimento da parte della Shell D’Arcy Company[12] della concessione dei diritti di esplorazione e produzione esclusiva su tutto il territorio nigeriano[13]. Shell è ancora oggi il principale attore nell’estrazione di petrolio nell’aria del Delta del Niger. Nel 1946 la Shell si unì con British Petroleum dando vita alla Shell-BP, che aveva un ruolo predominante in Nigeria anche grazie alla legislazione vigente dal 1914[14], la quale prevedeva l’esclusività della concessione per l’esplorazione e l’estrazione a società e cittadini britannici. Si deve tener conto del fatto che ai tempi non esisteva una regolazione riguardo all’estrazione del petrolio; i coloni inglesi si muovevano con estrema autonomia. Con un’ulteriore ordinanza sui minerali del 1946[15], si conferì alla Corona britannica la proprietà e il controllo di tutti i minerali e gli oli minerali presenti in Nigeria. Inoltre, l’assegnatario di un affitto o di una licenza per l’esplorazione e l’estrazione aveva l’obbligo di versare un indennizzo a chi legalmente deteneva la proprietà sui territori (la Corona inglese) per compensarlo della turbativa dei suoi diritti di superfice. I popoli indigeni abitanti le zone più ricche di petrolio e altre risorse, da questo momento in poi, verranno spogliati di ogni diritto sulle “loro” terre, non saranno più pienamente padroni del territorio che hanno abitato da sempre e gioveranno solo in minima parte delle entrate derivanti dall’estrazione del petrolio. Secondo l’opinione di molti, da questo momento vengono piantati i semi di quello che poi si trasformerà in un vero e proprio conflitto tra gruppi armati e governo centrale nel Delta del Niger, dato che all’autorità coloniale succederà quella del governo nigeriano[16].

Nel 1969, epoca post-indipendenza, l’Ordinanza del 1914 venne abrogata dalla Legge sul petrolio del 1969, la quale stabiliva che la proprietà e il controllo di tutto il petrolio erano dello Stato nigeriano: tutte le attività erano sottomesse all’autorità legislativa nigeriana, che si sostituiva a quella inglese[17].

Nel 1971 si giunse alla creazione della compagnia petrolifera nazionale Nigerian National Oil Corporation (NNOC), in seguito all’applicazione delle risoluzioni dell’OPEC, di cui la Nigeria era entrata a far parte. Tali risoluzioni prevedevano la necessità di un ruolo più attivo degli Stati membri nel settore, anche in seguito al boom petrolifero verificatosi in quegli anni. Accanto al NNOC operava il Ministero delle Risorse Petrolifere (MPR), il quale aveva la funzione di regolare le operazioni petrolifere condotte dalle compagnie. Nel 1977 queste due entità vennero unite nella Nigerian National Corporation (NNPC) che nel 1979 acquisì le quote di maggioranza direttamente delle operazioni petrolifere e non del pacchetto azionario delle compagnie interessate. Tali acquisizioni diedero origine a speciali accordi tra governo e società petrolifere chiamate Traditional Joint Venture (TJV), tuttora utilizzate nel settore[18].

Il risultato fu un’unione tra l’ente che si occupa di creare e gestire gli accordi con le società petrolifere (NNOC) e quello impegnato nella regolamentazione e nel controllo delle operazioni, nonché nella gestione del denaro proveniente da queste (MPR). Si verificò una drastica diminuzione nel controllo delle attività petrolifere e soprattutto una mancanza di trasparenza nella gestione degli introiti derivanti da queste (costi iniziali, licenze, royalties e tasse sui profitti pagate dalle compagnie secondo gli accordi stabiliti con la NNPC)[19].

Tra gli anni Sessanta e Novanta mancavano un quadro normativo e un sistema di controllo adeguato che facessero aderire le operazioni delle joint ventures agli standard internazionali sulla corretta conduzione dell’attività petrolifera. Questa mancanza ha causato molti danni a livello ambientale legati alle attività di esplorazione e produzione condotte, nonché perdite per il settore agricolo e compromissione della stabilità economica di numerose comunità nel Delta del Niger. Ad esempio, la costruzione di nuovi oleodotti ha distrutto vaste aree di terreno coltivabile e inquinato falde acquifere, senza che le popolazioni abitanti tali aree avessero reale facoltà di decisione al riguardo. Molte di queste popolazioni dipendono tradizionalmente da attività agricole sia per il proprio sostentamento sia per la produzione di medicinali indigeni. Un ulteriore problema è stato quello dei massicci esodi delle popolazioni del Delta del Niger a causa dell’espropriazione dei terreni destinati all’attività petrolifera, avvenuta senza un adeguato indennizzo[20].

I termini contrattuali più moderni previsti negli accordi di joint venture lasciano ampi margini di incertezza nella definizione dei limiti applicabili all’attività petrolifera al fine di rispettare l’ambiente e le popolazioni che lo abitano[21]. Incidenti legati a sversamenti, falle e rotture sono quasi quotidiani nel Delta del Niger; nel 2015 si contarono 656 incidenti di questo tipo solo negli impianti di proprietà di Agip Nigeria. Le compagnie petrolifere si definiscono spesso vittime di sabotaggi da parte dei gruppi armati presenti nell’area del Delta. Tuttavia, gli incidenti sono spesso causati da cedimenti tecnici, scarsa manutenzione, impianti vecchi e difettosi[22]. “Per contro, in media ci sono stati dieci casi di sversamento all’anno nell’intera Europa tra il 1971 e il 2011”, osserva Amnesty International, accusando le compagnie petrolifere di non usare in Nigeria gli stessi standard di sicurezza adottati in Occidente[23].

Dunque, oltre alla responsabilità statale per la regolazione delle attività petrolifere con il fine di renderle conformi agli standard ambientali, l’interrogativo è se esista una responsabilità delle compagnie petrolifere per le attività svolte sul territorio nigeriano. Il tema delle responsabilità delle compagnie multinazionali è una questione aperta nel diritto internazionale. Un caso emblematico è la recente sentenza della Court of Appeal nell’Aia del 2021[24] che ha ritenuto una filiale della multinazionale britannico-olandese Shell responsabile delle fuoriuscite di petrolio avvenute nel Delta del Niger nel 2006 e 2007. La compagnia ha dovuto risarcire un piccolo gruppo di residenti nella regione e ha dovuto iniziare a purificare le acque contaminate entro poche settimane. Anche in questo caso la compagnia Shell ha dichiarato che le fuoriuscite di petrolio erano state causate da sabotaggi. La sentenza ha ribaltato una decisione della Corte distrettuale dell’Aia nel 2013, la quale aveva ritenuto che Shell non fosse responsabile delle fuoriuscite[25].

Non è la prima volta che si verifica un caso simile: nel novembre 2014 la Shell è stata ritenuta responsabile dalla London High Court di due grandi sversamenti di petrolio, e ha dovuto bonificare la zona inquinata e pagare risarcimenti per 55 milioni di sterline alla comunità interessata[26].

La mancata partecipazione dei popoli indigeni alle decisioni legate allo sfruttamento dei territori, i seri danni ambientali, il mancato indennizzo in seguito all’espropriazione, l’assenza di una distribuzione equa dei proventi del petrolio sono le questioni alla base del conflitto nel Delta del Niger.

Il conflitto nel Delta del Niger

Storicamente, i gruppi minoritari/etnici hanno vissuto con la paura della dominazione e il sentimento di oppressione politica nel Delta del Niger, dato che, come visto in precedenza, il controllo sulle risorse petrolifere è stato sempre centralizzato. Questo ha generato richieste di autonomia regionale e lotte per il potere politico tra i gruppi minoritari della Nigeria, aumentando ulteriormente la tensione tra i gruppi etnici di maggioranza e minoranza presenti in queste zone. La prima azione di milizia fu iniziata da Isaac Adaka Boro nel 1966, leader della Niger Delta People’s Volunteer Force (NDPVF); successivamente, l’area del sud della Nigeria fu interessata dalla guerra civile del Biafra nel 1967. Entrambi gli eventi rischiarono di provocare la secessione dal Paese, rispettivamente del Delta del Niger e del Biafra. Inoltre, questi fatti diedero impulso alle azioni delle milizie che continuano ancora oggi. L’ideologia dell’autodeterminazione portata avanti da questi gruppi è alla base di un processo di contestazione che sfida la legittimità e l’autorità dello Stato nigeriano sul suo governo del petrolio[27].

Attraverso la volontà di partecipare alle decisioni riguardanti l’esplorazione, l’estrazione e la redistribuzione dei proventi del petrolio, i gruppi armati rivendicano il proprio territorio e la propria sovranità su di esso, inseguendo il sogno dell’autodeterminazione. Self-determination e resource control rappresentano le parole chiavi per comprendere il conflitto del Delta del Niger.

L’attività di gruppi quali il NDPVF iniziò in maniera non violenta, con proteste pacifiche. La protesta di Ogele[28], dove quattro persone vennero uccise, rappresenta un caso emblematico di repressione violenta da parte delle autorità nigeriane di un corteo pacifico per la rivendicazione dei diritti sul petrolio e altre risorse naturali del Delta. In seguito alle repressioni delle forze di polizia, i gruppi che inizialmente promuovevano proteste non violente si trasformarono in gruppi armati o milizie e iniziarono a bombardare gli oleodotti, a rapire gli operai nelle piattaforme petrolifere e a praticare il bunkering[29], processo attraverso il quale si provoca una fuoriuscita di petrolio dagli oleodotti che poi viene contrabbandato. Tra il 2006 e il luglio 2009, gli attacchi coordinati di gruppi militanti hanno causato circa 300 morti e 119 lavoratori del petrolio tenuti in ostaggio. Anche la produzione giornaliera di petrolio si è drasticamente ridotta durante questo periodo, da 2,6 milioni di barili di petrolio al giorno a soli 700.000 barili al giorno[30]. Oltre a compiere azioni per destabilizzare la produzione del petrolio, i gruppi armati hanno cominciato a combattersi tra di loro e a compiere veri e propri atti di pirateria. Nel Golfo di Guinea avvengono l’82% dei rapimenti di equipaggi nel mondo[31].

Con il tempo, le strategie e l’organizzazione di questi gruppi sono state perfezionate. Nel 2005 è nato il MEND (Movimento per l’Emancipazione del Niger Delta) del quale sono entrate a far parte varie bande armate. I fondi per le armi vengono forniti dai proventi dell’economia illegale (rapimenti e contrabbando di petrolio) e dal supporto di politici locali, soprattutto durante le elezioni. I leader dei gruppi armati, come Asari Dokubo, hanno infittito con il tempo le loro relazioni con il governo centrale, il quale ha concesso l’amnistia presidenziale ai capi di tali gruppi e ha creato il programma “Disarmament Demobilisation and Reintegration”, iniziato nel 2009, il quale prevede dei fondi (almeno 500 milioni di dollari l’anno) destinati direttamente ai leader delle milizie e che spesso vengono utilizzati per comprare nuove armi[32]. Attraverso tali strategie il governo centrale è arrivato a concludere un armistizio che avrebbe dovuto porre fine al conflitto.

In un’area della Nigeria dove la disoccupazione sfiora il 50% e la maggioranza delle persone vive sotto la soglia di povertà, la soluzione pensata dal governo centrale per arrivare all’armistizio non sembra aver risolto molti problemi. In seguito all’amnistia i miliziani continuano le loro attività in piena tranquillità e il fenomeno del furto del petrolio è calato solo durante i primi anni successivi all’armistizio. Inoltre, il programma per il disarmo non porta a una redistribuzione equa dei fondi stanziati dal governo; molti ex miliziani, infatti, sono stati completamente esclusi dal programma. Ciò che il governo centrale ottiene è appoggio politico e una sistematica opera di intimidazione degli elettori. Per i giovani miliziani, invece, il messaggio è chiaro: il crimine paga[33].

Conclusioni

La Nigeria è uno Stato complesso da analizzare nella sua interezza; è un Paese unito sulla mappa geografica, ma la realtà dei fatti dimostra il contrario. Le spinte separatiste sono ancora intense. Nel Sud del Paese il petrolio rappresenta l’oggetto di una lotta più ampia, quella dell’autodeterminazione e della volontà di gestione autonoma delle risorse delle terre che sono appartenute per millenni ai popoli che le abitano e che, in seguito alla colonizzazione, sono state sottratte[34].

Nel gigante africano mancano concetti chiave, come quello di accountability[35] del potere centrale, essenziali in un Paese che si sta apprestando a diventare una democrazia. Nel 2015 si è assistito alle prime elezioni democratiche, dopo quarant’anni di instabilità politica a seguito dell’indipendenza. Tali elezioni avevano rappresentato una grande speranza di cambiamento e risoluzione di questioni che interessano la popolazione, ma in realtà non molto sembra essere cambiato. A mancare è la fiducia nel governo centrale, in un Paese in cui la divisione partitica avviene prevalentemente in base all’appartenenza etnica e non all’ideologia[36], a dimostrazione della forte divisione interna. Se guardiamo ai dati delle ultime elezioni tenutesi nel 2019, notiamo che alle urne si è recato il 35% degli elettori: la percezione generale è che il voto non cambi poi molto; le decisioni spettano a una specifica élite che gode delle molte ricchezze del Paese[37].

La Nigeria sembra intrappolata in una trama di corruzione e malgoverno che non ne permette uno sviluppo equo. Il fenomeno dei ghost soldiers, con i comandanti militari che dichiarano effettivi arruolati ben superiori a quelli realmente disponibili per intascare le paghe a loro destinate[38], è uno degli esempi che rende chiaro quanto la corruzione e l’interesse economico siano insiti nella gestione del potere. Lo stesso avviene nel Delta del Niger, dove, però, agli interessi della classe dirigente si sommano quelli delle compagnie petrolifere, senza tenere conto dei bisogni della popolazione o della totalità del Paese. Inoltre, in Nigeria non ci sono infrastrutture che permettono di raffinare il greggio estratto, che viene dunque trasportato in raffinerie di altri Paesi, e il prodotto finito viene poi riacquistato da Abuja a prezzi elevatissimi[39]. Sono molte ancora le questioni aperte nell’attività petrolifera e queste si inseriscono in un puzzle di etnie, religioni, lingue, risorse che rendono la Nigeria un Paese con una grande quantità di potenziale che non viene sfruttato a favore della maggioranza della popolazione.

Francesca Cerocchi
(www.policlic.it)

 

Note e riferimenti bibliografici

[1] datacatalog.worldbank.org  (ultima consultazione: 26 aprile 2021)

[2] Le riserve di greggio dell’Africa sono rimaste stabili nel 2020, ammontando a 125,8 miliardi di barili. La Libia aveva la maggiore quantità di riserve di greggio nel continente, 48,36 miliardi di barili, mentre le riserve nigeriane ammontavano a 36,97 miliardi di barili. Cfr. Oil production in Africa as of 2019, by country, in statista.com (ultima consultazione: 22 maggio 2021).

[3] https://www.cgidd.com/media/1039/canback-nigeria-c-gidd.pdf (ultima consultazione: 22 maggio 2021).

[4] https://www.cia.gov/the-world-factbook/countries/nigeria/  (ultima consultazione: 22 maggio 2021).

[5] https://worldpoverty.io/map (ultima consultazione: 22 maggio 2021).

[6] Nigeria, in Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo, 2020.

[7] F. Rossi e G. Guerra, Rapporto COI – Nigeria del Sud, Sant’Anna Scuola Universitaria Superiore di Pisa, 2019, disponibile al sito www.santannapisa.it/it/area-di-ricerca-dream.

[8] J. McCaslin, Lord Lugard Created Nigeria 104 Years Ago, Council on Foreign Relations, 2018.

[9] Ibidem.

[10] Nigeria’s Igbo leaders reject call for Biafra state, BBC News, 3 luglio 2017, https://www.bbc.com/news/world-africa-40481323 (ultima consultazione: 22 maggio 2021).

[11] F. Rossi e G. Guerra, op. cit.

[12] Un’associazione tra la Royal Dutch Shell Petroleum Company e la D’Arcy Exploration Company.

[13] A. Akinrele, voce NigeriaEnciclopedia degli Idrocarburi, Volume IV – Economia, politica, diritto degli idrocarburi, Treccani.

[14] Ordinanza sugli oli minerali del 1914, art. 6(1)(a), ibidem.

[15] Ordinanza sugli oli minerali del 1946, ibidem.

[16] I. Umejesi e W. Akpan, Oil Exploration and Local Opposition in Colonial Nigeria: Understanding the Roots of Contemporary State Community Conflict in the Niger Delta, in “South African Review of Sociology”, XLIV (2013), 1, https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/21528586.2013.784452 (ultima consultazione: 22 maggio 2021).

[17] A. Akinrele, op. cit.

[18] Ibidem.

[19] Nigerian Oil and the Disappearing Money, in “Al Jazeera English”, 8 gennaio 2020, https://www.aljazeera.com/program/start-here/2020/1/8/nigerian-oil-and-the-disappearing-money-start-here (ultima consultazione: 22 maggio 2020).

[20] A. Akinrele, op. cit.

[21] Ibidem.

[22] M. Forti, I disastri delle aziende petrolifere nel delta del Nigerin “Internazionale”, 2015.

[23] Ibidem.

[24] Four Nigerian Farmers and Milieudefensie v. Shell, Court of Appeal, The Hague, 2 febbraio 2021.

[25] E. Peltier e C. Moses, A Victory for Farmers in a David-and-Goliath Environmental Case, in “The New York Times”, 29 gennaio 2021, https://www.nytimes.com/2021/01/29/world/europe/shell-nigeria-oil-spills.html (ultima consultazione: 22 maggio 2021).

[26] M. Forti, op. cit.

[27] B. Tantua e P. Kamruzzaman, Revisiting ‘Militancy’: Examining Niger Delta, in “Review of African Political Economy”, maggio 2016, https://www.researchgate.net/publication/301957735_Revisiting_’Militancy’_Examining_Niger_Delta (ultima consultazione: 22 maggio 2021).

[28] Ogele è una città nel sud della Nigeria dove, negli anni Settanta, le forze militari nigeriane repressero una protesta pacifica per le questioni legate al petrolio. “Protestavamo in modo non violento. Portavamo cartelli, senza armi o pistole. Ma in tutte le proteste volte a esprimere le nostre rimostranze, il governo federale usava la forza militare, non la polizia ma la forza militare […] lungo l’incrocio della strada dell’ospedale, alcuni soldati guidati dal capitano dell’esercito hanno aperto il fuoco su di noi. Si misero in tre file; il primo gruppo in ginocchio sul pavimento, altri gruppi un po’ più in alto e altri ancora in piedi. Hanno aperto il fuoco e quattro persone sono state uccise. Ho portato personalmente un ragazzo di Ogbia, il cui stomaco era stato lacerato da un proiettile, in carriola, in una clinica”.  Queste sono le parole di Otuan, un’attivista per i diritti umani nel Delta del Niger. B. Tantua e Kamruzzaman, op. cit.

[29] J. Campbell, A Primer on Nigeria’s Oil Bunkering, Council on foreign relations, 2015.

[30] B. Tantua e Kamruzzaman, op. cit.

[31] Terroristi di terra e di mare, in Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, 2019.

[32] E. Cholewa e A. Romoli, Non è Boko Haram la vera minaccia per la Nigeria, in “Limes”, 6 maggio 2015, https://www.limesonline.com/non-e-boko-haram-la-vera-minaccia-per-la-nigeria/76859 (ultima consultazione: 22 maggio 2021).

[33] Ibidem.

[34] I. Umejesi e W. Akpan, op. cit.

[35] La responsabilità, da parte degli amministratori che impiegano risorse finanziarie pubbliche, di rendicontarne l’uso sia sul piano della regolarità dei conti sia su quello dell’efficacia della gestione.

[36] La formazione di partiti politici in Nigeria non avvenne in base a questioni ideologiche, ma solamente in base all’appartenenza alle diverse etnie. Ad esempio, molti dei gruppi presenti nel nord della Nigeria, in cui è prevalente la popolazione hausa, sono affiliati al Northern People’s Congress (NPC); a ovest esiste l’Action Group e ad est il National Council di Nigeria e Cameroons (NCNC).

[37] Nigeria, in Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo, cit.

[38] E. Cholewa e A. Romoli, op. cit.

[39] Nigerian Oil and the Disappearing Money, cit.

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