India in crisi energetica. La fame di carbone spegne le speranze di Cop26

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Il Governo di New Delhi vuole aumentare la produzione e l’estrazione mineraria. Come già deciso in Cina.

 

L’India è sull’orlo di una crisi energetica senza precedenti. La maggior parte delle centrali elettriche a carbone ha pochi giorni di riserve, e nel Paese è scattata l’allerta per possibili black-out a New Delhi e in altre grandi città. Il governo ha rassicurato sul fatto che le scorte sono abbastanza e ha annunciato di essere al lavoro con le imprese statali per aumentare la produzione e l’estrazione mineraria così da ridurre il divario tra domanda e offerta. A meno di tre settimane dall’inizio della Conferenza di Glasgow sul clima, il disperato bisogno di carbone di Nuova Delhi riaccende i riflettori sulle sfide della decarbonizzazione nelle economie emergenti.

Il tema era già emerso nei giorni scorsi con la Cina. Per difendere le aziende nazionali dal rincaro dei beni energetici, Pechino ha ordinato a 72 grandi miniere di aumentare la produzione di carbone. La crisi si è però riaccesa a causa delle inondazioni che nel weekend hanno costretto decine di miniere cinesi a chiudere, facendo schizzare a livelli record i futures del carbone.

I travagli energetici di Pechino e Nuova Delhi – entrambe fortemente dipendenti dal carbone – riflettono la fragilità della ripresa economica post-pandemica nelle economia emergenti. Un nervo scoperto che entrambi i governi sono corsi a anestetizzare con la solita ricetta, estrarre e produrre più carbone. Lo sta facendo la Cina, si prepara a farlo anche l’India, dove la carenza di materia prima si è aggravata negli ultimi due mesi.

Secondo la Bbc, più della metà delle 135 centrali elettriche a carbone dell’India sono quasi a secco, con scorte di carbone estremamente basse. In un Paese in cui il 70% dell’elettricità è generata utilizzando il carbone, questo è motivo di grande preoccupazione perché minaccia di far deragliare la ripresa economica.

La crisi nasce da un mix di fattori. Dopo il trauma per la seconda, micidiale, ondata di Covid-19, la domanda di energia è aumentata notevolmente: solo negli ultimi due mesi, il consumo è cresciuto di quasi il 17% rispetto allo stesso periodo del 2019. Allo stesso tempo, i prezzi globali del carbone sono aumentati del 40% e le importazioni dell’India sono scese ai minimi da due anni. Il Paese è il secondo più grande importatore di carbone al mondo, pur essendo al quarto posto per numero di miniere del combustibile fossile. Le centrali elettriche che di solito si basano sulle importazioni sono ora fortemente dipendenti dal carbone indiano, aggiungendo ulteriore pressione alle forniture nazionali già limitate. Le piogge monsoniche, che quest’anno sono durate più del normale, hanno inoltre reso difficile l’estrazione del carbone nelle miniere a cielo aperto e interrotto le reti di trasporto.

A lanciare l’allarme, nei giorni scorsi, era stato il governatore di Delhi, Arvind Kejriwal, che in una lettera al premier Narendra Modi aveva chiesto di assicurare forniture adeguate di carbone e gas per le centrali della capitale, lamentando l’assenza di scorte. Oggi è arrivata la rassicurazione del ministro indiano per l’approvvigionamento del carbone, Pralhad Joshi. “Assicuro a tutti che non c’è minaccia di interruzione dell’energia: Coal India (il gigante pubblico del carbone, ndr) ha uno stock di 43 milioni di tonnellate, pari al fabbisogno di 24 giorni”, ha scritto il ministro su Twitter.

La situazione, però, resta delicata. Le autorità della capitale indiana hanno avvertito esplicitamente del rischio. “C’è una crisi del carbone che potrebbe portare a una crisi energetica e paralizzare tutto, compresa l’industria, ma il governo centrale lo sta negando. Se il centro non intraprende alcuna azione, ci sarà una crisi in tutto il Paese”, ha messo in guardia nel corso di una conferenza stampa il vicepremier di New Delhi, Manish Sisodia.

Secondo l’ultimo rapporto quotidiano sulle scorte di carbone, pubblicato dalla Central Power Authority of India giovedì scorso, 83 delle 110 centrali elettriche che utilizzano questo combustibile hanno meno di quattro giorni di riserva; sedici di loro mancano completamente di riserve, mentre il governo impone scorte minime di dieci giorni. Sabato Tata Power Delhi Distribution Ltd ha inviato messaggi telefonici ai suoi clienti esortandoli a usare l’elettricità con giudizio.

L’India ricava oltre due terzi della sua energia elettrica dal carbone, del quale è il secondo consumatore al mondo dopo la Cina. Negli ultimi anni, la produzione dell’India è rimasta indietro poiché il Paese ha cercato di ridurre la sua dipendenza dal carbone per raggiungere gli obiettivi climatici. Ora, però, l’elevato costo delle importazioni sta spingendo Nuova Delhi a rivedere questa strategia, in quella che sarebbe una clamorosa battuta d’arresto nel percorso verso la decarbonizzazione che la Cop26 vorrebbe accelerare.

Il timore degli esperti è che a pagare il conto della crisi energetica siano i consumatori indiani, già duramente provati dall’inflazione: tutto, dal petrolio al cibo, è diventato più costoso, mentre i salari sono rimasti al palo. “Se [come azienda] sto importando carbone costoso, alzerò i miei prezzi, giusto? Le aziende alla fine trasferiscono questi costi sui consumatori, quindi c’è un impatto inflazionistico – sia diretto sia indiretto – che potrebbe potenzialmente venire da questo”, ha commentato alla Bbc Aurodeep Nandi, economista indiano e vicepresidente di Nomura.

Il ministro dell’Energia indiano, R.K. Singh, in un’intervista al quotidiano The Indian Express, ha affermato che la situazione è “delicata” e che il Paese dovrebbe prepararsi per i prossimi cinque-sei mesi. Anche Vivek Jain, direttore di India Ratings Research, ha descritto la situazione come “precaria”. Se il quadro non migliora, la terza economia più grande dell’Asia farà fatica a rimettersi in carreggiata, ha avvertito Zohra Chatterji, già a capo della Coal India Limited, impresa statale responsabile dell′80% della fornitura di carbone del Paese. “L’elettricità alimenta tutto, quindi l’intero settore manifatturiero – cemento, acciaio, costruzioni – subisce un impatto una volta che c’è una carenza di carbone”.

Il punto è che la strada per la diversificazione delle fonti energetiche è appena agli inizi, e mal si concilia con la fretta di ripartenza delle economie emergenti. Ne è ben consapevole il presidente di Cop26, Alok Sharma, che in un’intervista al Financial Times – anziché tirare le orecchie a indiani e cinesi – se l’è presa con i governi di Roma e Parigi per non aver ancora assunto nuovi impegni finanziari per l’assistenza climatica ai Paesi in via di sviluppo. La questione dei 100 miliardi l’anno fino al 2025 – e del rinnovo della promessa per gli anni successivi – è uno dei nodi della Cop26: senza garanzie sugli aiuti, sarà difficile trattare su qualsiasi altro punto, compreso il taglio alle emissioni.

(Huffpost)

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