RESISTENZE E RESISTENZA, IERI E OGGI, di Marco Veronesi

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Da quasi 80 anni, la parola resistenza ci porta a pensare ai partigiani e all’antifascismo e alla lotta contro i nazisti, all’Olocausto.

L’assalto alla CGIL di sabato scorso ci ricorda che è giusto e doveroso, dobbiamo seguitare a opporci e lottare, perché nel nostro Paese, come anche nel resto dell’Europa e del mondo i fascismi e i totalitarismi stanno riprendendo quel fiato che, alla fine del secolo scorso, era stato loro tolto.

Credo che oggi la necessaria resistenza al fascismo e al nazismo non basti più e che occorra allargare il concetto di ‘resistenza’, per cercare di prosciugare il brodo di coltura dove queste aberrazioni disumane crescono si fortificano ed emergono in forme violente e brutali.

Per fare questo credo occorra ricordare anche altre resistenze contro gli oppressori, quelle per i diritti civili ed umani ed allargare così, nei nostri pensieri, il significato della parola.

Occorre ricordare ed allargare il pensiero per vari motivi.

  • Per rendere imperituro chi è morto per l’idea di libertà.
  • Perché in una società come la nostra, dove crescono il negazionismo, il complottismo, la paura del diverso e dello straniero, uno degli antidoti più importanti ed efficaci è la memoria, la memoria larga, la memoria di tanti fatti e di tante persone (credo che siano veramente poche le persone che oggi ricordino chi siano stati Sacco e Vanzetti e la loro storia).
  • Perché la memoria è giustizia, è sapere, è pensiero che si mette in movimento, collega fatti, persone, idee, aiuta a pensare e a capire.
  • Perché la memoria – sia nella biologia di un singolo individuo che in quella di una comunità -è indispensabile alla vita, alle relazioni, all’amore, alla nostalgia.
  • Perché la memoria permette la comprensione degli errori; parafrasando un detto di Bernardo di Chartres possiamo affermare che: con la memoria siamo come nani sulle spalle dei giganti, sì che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non per l’acutezza della nostra vista, ma perché [ricordando siamo] sostenuti e portati in alto dalla statura dei giganti.

Vorrei, pertanto, ricordare tre fatti, tutti e tre con un nome di località. Tre fatti differenti tra di loro ma tutti segnati da alcuni comuni elementi: dare la propria vita per una causa, essere martiri involontari, aver subito l’arroganza e la cecità del potere istituzionale di un generale, di uno Stato, di un giudice. Tre fatti dove la giustizia, l’onore, la libertà hanno perso, ma dove le persone si sono immolate per dare dignità al vivere.

Pontelandolfo

Il primo è avvenuto a Pontelandolfo, provincia di Benevento, nel 1861. In questa piccola cittadina, i generali di casa Savoia, Enrico Cialdini in testa, si comportarono peggio dei nazisti a Marzabotto. Il giorno della festa del patrono, il 7 agosto del 1861, durante la processione in onore del santo, irruppero un gruppo di uomini e donne che opponevano resistenza all’occupazione militare, politica e culturale ai Savoia e che venivano, da questi, chiamati ‘briganti’. Appoggiati da parte della popolazione e dall’arciprete don Epifanio De Gregorio, inneggiando al ritorno del re Francesco II, diedero vita ad una rivolta dove furono uccisi alcuni soldati della guarnigione del regio esercito sabaudo presenti sul posto.

Venne inviata, per una operazione di rappresaglia, una colonna di 500 bersaglieri al comando del colonnello Pier Eleonoro Negri, con la disposizione, da parte del Generale Cialdini «che di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra». A Casalduni non trovarono nessuno perché, grazie ad una ‘soffiata’, la popolazione era fuggita fin dalla sera. Invece, a Pontelandolfo la strage fu piena: vennero bruciate tutte le case con la popolazione dentro colta nel sonno; chi scappava veniva fucilato, anche i bambini e le donne prima violentate, poi uccise; “non usare misericordia ad alcuno, uccidere senza fare prigionieri, tutti quanti se ne avessero tra le mani” aveva ordinato per iscritto il generale. Ci furono quattromila morti.

Solo in anni recenti, grazie ad un’accurata riflessione storica dovuta anche ad Antonio Gramsci, si è cercato di fare luce sui tumultuosi eventi di quegli anni, arrivando alla conclusione che ciò che è stato riduttivamente chiamato brigantaggio dalla classe politica del tempo, in realtà è stata una vera e propria insurrezione civile contro l’oppressore.

Bisognerà comunque attendere il 14 agosto 2011, esattamente 150 anni dopo, perché Pontelandolfo fosse dichiarato uno dei “Luoghi della Memoria” della storia dell’Unità d’Italia.

Belfiore

Il secondo episodio è legato a Belfiore, in provincia di Mantova dove dal 1851 al 1855, furono uccisi dagli Austriaci 11 patrioti italiani. E devo dire che mi indigna un po’ che in un luogo ‘sacro’ come Belfiore sia scoppiato lo scandalo di tal Luca Morisi, il guru delle campagne social di Matteo Salvini, aggressive, arroganti ed immorali.

Comunque i fatti del risorgimento furono ben altri.

Giuseppe Mazzini aveva organizzato nel Regno Lombardo Veneto, dato all’Impero Austriaco dal Congresso di Vienna del 1815 a seguito della caduta dell’Impero napoleonico (fin da allora le popolazioni e i territori venivano dati e presi come merce dai più forti), dei comitati rivoluzionari di liberazione dall’oppressore Asburgico.

Il comitato insurrezionale mantovano stampava proclami, aveva contatti con le cellule di Milano, Venezia, Brescia, Verona, Padova, Treviso e Vicenza, raccoglieva denaro attraverso cartelle del prestito interprovinciale’ organizzato da Giuseppe Mazzini e ruotava intorno alla figura di don Enrico Tazzoli, prelato di orientamento mazziniano che teneva contatti con tutte le cellule rivoluzionarie.

Questi fu arrestato il 27 gennaio 1852, dopo che la polizia ebbe scoperto la congiura per caso, durante una perquisizione di routine; nonostante il sacerdote tenesse i conti e i nomi degli affiliati utilizzando un codice cifrato segreto, gli austriaci riuscirono a tradurre le informazioni e a trovare i nomi di tutti i rivoluzionari.

I prigionieri, prima furono rinchiusi nel carcere del Castello di San Giorgio e sottoposti a torture fisiche e psichiche, poi furono fatti impiccare dal feldmaresciallo Radetzky, al culmine della repressione seguita alla Prima Guerra di Indipendenza.

Il 7 dicembre 1852 furono eseguite le prime condanne per impiccagione di Giovanni Zambelli, Angelo Scarsellini, Enrico Tazzoli, Bernardo De Canal e Carlo Poma.

Il 3 marzo 1853 fu la volta di Carlo Montanari e don Bartolomeo Grazioli, arciprete di Revere. Con loro anche Tito Speri, eroe delle Dieci Giornate di Brescia del 1849.

Il 19 Marzo, poche ore prima che fosse notificato un decreto di amnistia a tutti per l’onomastico dell’imperatore, venne infine impiccato Pietro Frattini.

Altri due italiani, estranei alla congiura, furono giustiziati a Belfiore: don Giovanni Grioli, condannato a morte il 5 novembre 1851 perché accusato di aver tentato di indurre alla diserzione due soldati ungheresi, e Pier Fortunato Calvi, il capo della resistenza cadorina del 1848, arrestato dagli austriaci in trentino. Entrambi furono impiccati  nel luglio del 1855.

Questi 11 italiani impiccati per aver lottato contro l’invasore, passarono alla storia come ‘I martiri di Belfiore’

Riace

Il terzo episodio è a noi contemporaneo ed è avvenuto a Riace, un comune italiano di 1.902 abitanti che fa parte della città metropolitana di Reggio Calabria. Il comune divenne famoso per il ritrovamento, nel 1972, di due statue bronzee di epoca greca, note come “Bronzi di Riace”.

In questo piccolo comune calabrese, il 12 giugno del 2004, fu eletto sindaco Domenico (Mimmo) Lucano che rimase in carica per tre mandati consecutivi con più del 50% dei voti, fino al 2018.

Durante i suoi mandati ebbe dei riconoscimenti internazionali molto prestigiosi: nel 2010 si classificò al terzo posto nella classifica dei migliori sindaci del mondo (classifica organizzata dalla City Mayors Foundation) e al 40° nella classifica della prestigiosa rivista statunitense Fortune per i leader più seguiti al mondo per il suo modello di integrazione dei rifugiati politici e  degli immigrati. Ne accolse ben 450, circa un quarto della popolazione residente a Riace.

Nel 1999, ben 5 anni prima di essere sindaco, con alcuni cittadini di Riace fonda Città Futura, un’associazione dedicata a don Pino Puglisi che aveva l’obiettivo di aprire le case ormai abbandonate di Riace superiore all’ospitalità e di recuperare i mestieri di “una volta” per dare lavoro. Poco dopo crea la cooperativa “Il borgo e il cielo” per gestire i nuovi laboratori di tessitura, ceramica, vetro e confetture che dà lavoro a 10 persone tra cui due immigrati.

Divenuto Sindaco aderisce alla rete di comuni solidali RECOSOL e partecipa ad iniziative e progetti di solidarietà in Niger e in Sahel e riceve numerosi premi tra cui uno per la sostenibilità ambientale dalla Provincia di Roma.

Con ARCI e Libera di Cosenza, Napoli e Torino promuove la creazione di murales per ricordare le vittime della ‘ndrangheta, lancia una campagna di solidarietà per Lampedusa alla quale aderiscono alcuni comuni che accolgono così immigrati tenuti nei CPT, riceve il premio per la Pace Dresda 2017 e Ben Gazzara lo interpreta in un film ispirato a lui.

Alla fine del 2017 arriva la relazione del prefetto di Reggio Calabria che riferisce di anomalie nel funzionamento del sistema e si apre una indagine della magistratura su Domenico Lucano accusato di truffa e concussione. A seguito di ciò, il Ministro dell’Interno Minniti (quello che ha autorizzato di fatto la Libia a costruire i campi di concentramento per i migranti) blocca i fondi, non riconoscendo più al Comune i bonus e le borse lavoro degli ultimi tre anni (pari ai 35 euro giornalieri stanziati per ogni migrante).

Una seconda relazione del prefetto del 26 gennaio 2018 ha toni differenti e loda il modello d’integrazione.

Il 3 ottobre 2018 (era diventato Ministro degli Interni il leghista Salvini), Lucano viene sospeso dalla carica di sindaco.

In questi giorni è terminato il processo di primo grado che lo condanna a più di 13 anni di detenzione.

In un Paese dove i mafiosi, gli stupratori, gli assassini di donne, insieme a chi spara ai migranti, spaccia, ruba, fa apologia di fascismo ecc. spesso non viene condannato o quelle rare volte che avviene riceve pene irrisorie, in un paese così dove chi è solidale e umano viene punito in maniera abnorme , la resistenza è ancora un dovere civile.

Per concludere vorrei ricordare un sermone, diventato poi una poesia ripresa da Bertold Brecht, del pastore luterano e teologo tedesco Martin Niemöller che a seguito di questa predica fu arrestato su ordine di Hitler e rinchiuso nel campo di concentramento di Dachau.

«Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare»

Marco Veronesi

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