Gotor: “Dietro l’attacco alla Cgil c’è una lucida strategia, non sottovalutiamo”

46

Lo storico, ex senatore: vedo analogie con gli atti squadristici neo-fascisti dal 1966 in poi. “Fermezza massima, ma la politica sia autorevole e più in connessione con la società nelle risposte da dare”.

 

Miguel Gotor, storico e saggista, docente di Storia Moderna all’università di Roma Tor Vergata, è stato senatore del Pd nel 2013 per poi contribuire alla fondazione di Articolo Uno.

Professore, esattamente un secolo fa, tra il 1920 e il 1921, le squadre delle camicie nere assaltarono le Camere del Lavoro, oltre a tipografie di giornali e sedi socialiste. A Bologna gli scontri di piazza finirono con la strage di Palazzo D’Accursio. Ieri, cogliendo un po’ di sorpresa politica e istituzioni, i cortei No Green Pass infiltrati dall’estrema destra, hanno “sfondato” la sede della Cgil. Dopo altri episodi di intimidazioni ai giornalisti e insulti a esponenti politici e partiti. Lei vede un parallelismo?

Il confronto tra epoche storiche e contesti così distanti e diversi tra loro suggerisce di mantenere il raffronto soltanto su un piano evocativo, il che non è poco. L’analogia però regge sul piano della sottovalutazione del pericolo. L’ascesa del fascismo dovrebbe avere insegnato che non bisogna mai sottovalutare la violenza o pensare di strumentalizzarla in base ai propri interessi politici contingenti, come fecero fino al 1925 i liberali e i popolari nella convinzione di potersi servire di Mussolini e dello squadrismo fascista in funzione anti-socialista.

Quindi, rispetto al fascismo storico ci sono una suggestione e un ammonimento a tenere la guardia politica alta? 

Esatto. Fermo restando che in questo Paese non c’è stato soltanto il fascismo, ma anche il cosiddetto neo-fascismo che non è un’invenzione della stampa bensì un fenomeno storicamente determinato e più recente che ha praticato la violenza politica, lo stragismo e la lotta armata dalla fine degli anni Sessanta in poi. Un dirigente come Roberto Fiore, fondatore e leader di Forza Nuova e in quegli anni militante in Terza posizione, ieri era in piazza e viene direttamente dalla storia dell’estrema destra italiana che è cronologicamente più vicina a noi.

Attaccare al cuore la Cgil, il più grande sindacato italiano oggi stretto tra la richiesta di responsabilità da parte di industriali e governo e la domanda di tutela della minoranza di lavoratori No Vax, è un avvertimento preciso. Il danno è più simbolico o più politico?

Anche nei fatti di ieri fatico a distinguere tra lotta simbolica e conflitto politico. I sindacati sono espressione del pluralismo democratico e significano la difesa del mondo del lavoro e la promozione dei valori della sinistra e del solidarismo cattolico. Chi attacca i sindacati attacca la democrazia, non un suo simbolo e basta. Nulla meglio di questo obiettivo ci dice che dentro la protesta dei No Vax e No Green Pass – legittima finché rimane pacifica – si sono infiltrate forze politiche organizzate di matrice neo-fascista che approfittano di quelle manifestazioni per compiere azioni squadriste.

Come difendersi, allora?

Bisogna anzitutto distinguere, che è il primo ma decisivo passo per isolare i militanti “Sì Dux”, e poi agire con il necessario rigore. Gli strumenti legislativi ci sono e purtroppo quanto è avvenuto ieri era ampiamente prevedibile e ho l’impressione che non sia stato sufficientemente contrastato dalle forze dell’ordine forse per un errore di sottovalutazione. I video del momento dell’attacco, infatti, consentono di verificare l’organizzazione del gruppo di militanti e la loro predeterminazione.

La ministra dell’Interno Lamorgese, che già denunciava il rischio di infiltrazioni, ha parlato di atti eversivi. C’è il rischio che la regia di organizzazioni come Forza Nuova incendi la rabbia di migliaia di cittadini contro lo Stato? In fondo, il fascismo non è nato su un humus simile?

Non parlerei di rischio, ma di una lucida strategia. Che è già in atto e viene praticata da dirigenti neo-fascisti che stanno approfittando della situazione provocata dalla crisi del Covid-19 – non solo sanitaria, ma anche economica e sociale – per ottenere un nuovo protagonismo sul terreno politico. Hanno momentaneamente abbandonato le curve chiuse degli stadi per riversarsi nelle piazze usando come copertura il mantello dei No Vax. Se devo stare sul terreno dell’analogia, che per uno storico è sempre scivoloso perché si nutre del rischio dell’anacronismo, ne vedo di maggiori con i pestaggi e gli atti squadristici realizzati dai neo-fascisti dal 1966 in poi.

La prospettiva di saldatura tra violenza organizzata e ceti sociali esasperati dagli strascichi economici e psicologici del lockdown, più la paura irrazionale dei vaccini, preoccupa il governo. La linea della fermezza appena ribadita da Draghi è la risposta giusta? O occorre un surplus di dialogo?

La paura, razionale o irrazionale che sia, merita sempre attenzione e delle risposte politiche, civili e culturali. La politica è nata in una caverna dove c’era paura del buio e si decise di accendere il primo fuoco. Serve dunque un investimento speciale e non un processo di demonizzazione o la manifestazione di una presunta superiorità per di più agitata con il ditino alzato. Tanto più che questa paura si fonda su problemi di ordine economico e sociale che ciascuno di noi ha vissuto in questi ultimi due anni direttamente o da vicino e che meritano il massimo rispetto.

Sembra che lei consideri la strategia finora seguita dal governo condivisibile fino a un certo punto. E’ così?

Non direi, perché sul piano della gestione della pandemia in questi due anni per fortuna ha prevalso la continuità tra i governi che si sono succeduti. Sono però persuaso che in questa fase di ricostruzione l’Italia abbia bisogno non soltanto di una risposta di tipo tecnocratico, ma anche di una lettura calda e partecipata dei processi di disgregazione in atto da parte di una politica che sia autorevole e più in connessione con la società. La fermezza invece deve essere massima per quanto riguarda le violenze organizzate e ha fatto bene il presidente del Consiglio a ribadirlo. Ma anche le pulsioni sovversive, pure le più distanti da noi, hanno delle ragioni che devono essere affrontate per prosciugare l’area di consenso che possono incontrare.

Questo è un governo “anomalo” nato su due contingenze: l’epidemia mondiale e la necessità di spendere una mole di fondi europei senza precedenti. Vede il rischio che questi scontri catalizzino il dissenso politico diventando l’innesco di una sollevazione? Insomma: esiste un pericolo per la democrazia?

Sono dell’avviso che il meccanismo democratico debba funzionare con due polmoni alternativi e che situazioni come le larghe intese, dettate dall’emergenza, non siano una soluzione salutare nel medio e lungo periodo. Ma il discorso riguarda la qualità della democrazia italiana, non la sua quantità. Anche perché l’epidemia ha rivelato, come tutte le crisi improvvise, non soltanto virtù ma anche vizi antichi del nostro sistema-Paese, in cui la politica è solo parte del problema. In questo senso non vedo un pericolo per la nostra democrazia, ma serve fermezza proprio per evitare questa saldatura tra chi ha paura e quei neo-fascisti che ci soffiano sopra. Non bisogna sottovalutare quanto sta avvenendo perché prevenire è meglio che curare.

E’ stato notato ieri il prolungato silenzio di Meloni e Salvini, nello stesso giorno in cui due autorevoli governatori leghisti chiedevano un allentamento del Green Pass sui luoghi di lavoro in funzione “anti-caos”. C’è una parte della politica che soffia sul fuoco delle proteste?

Non ho dubbi che questo sia avvenuto: la Lega e Fratelli d’Italia, ma non Forza Italia, hanno avuto un atteggiamento ambiguo e ondivago sulla gestione dell’epidemia. Ad esempio, io voto a Roma e se ho capito che Michetti è un grande estimatore di Giulio Cesare, non ho invece ancora compreso cosa pensi sui vaccini e Green Pass. Lo trovo molto grave e mi pare evidente che quest’atteggiamento evanescente punti a prendere i consensi dell’elettorato No Vax, ma soprattutto di quelle ampie fasce di popolazione impaurita ed esitante, che magari si è vaccinata ma controvoglia.

Crede che questa ambiguità alla lunga procuri un dividendo politico o piuttosto confini queste forze nel “recinto della protesta”?

Bisogna fare di tutto per disarticolare le radicate convinzioni anti-vacciniste dal voto di protesta contro il Green Pass. La vera partita si gioca lì ed è la più delicata, per questo serve una politica all’altezza e la risposta di tipo tecnocratico ed efficientista mi pare utile ma di corto respiro. Ho ascoltato un paio di volte le dirette Facebook di Enrico Montesano che hanno migliaia di contatti: con una certa abilità si propone in modo chiaro la fondazione di un movimento politico e i No Vax a Trieste hanno sfiorato il 5%. Insomma, piatto ricco mi ci ficco.

Lei esprime una preoccupazione molto netta. Eppure, Trump ha pagato caro l’assalto a Capitol Hill. Opinione pubblica ed elettori sono stati i primi a non perdonare ammiccamenti alla violenza. L’Italia seguirà quella strada?

Credo che lo stia già facendo come dimostra per ora questa tornata elettorale amministrativa. Ci sono due grandi temi – la questione ambientale e la risposta al Covid – in cui a livello mondiale è evidente la differenza tra destra e sinistra, tra conservatori e progressisti nel leggere i problemi e offrire soluzioni. Chi è destinato a rimanere attaccato al palo è chi ritiene queste differenze superate e ormai prive di senso: il corpo della terra ferita e quello dell’uomo malato ci dicono che non è così e per la sinistra si apre un grande spazio politico soprattutto intorno al nodo del lavoro che dovrebbe avere la capacità di coltivare se prevalessero maggiore generosità, coraggio e fantasia.

(Huffpost)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui