Non violenza, ingiustizia e rabbia, di Marco Veronesi

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Il 2 ottobre è la giornata internazionale della nonviolenza.

E’ commemorata il 2 ottobre, perché è La data di nascita del Mahatma Gandhi. È stata promossa dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 15 giugno 2007 e celebrata per la prima volta il 2 ottobre 2007.

Ogni volta che penso alla non violenza , a Gandi, a Capitini e ai tanti che l’hanno praticata e predicata e la praticano e la perdicano ancora oggi, entro in crisi perché la riconosco come giusta ma non so se sarei capace anche di essere non violento in situazioni estreme.

Credo che il discorso sia lungo e complesso, forse troppo per essere affrontato qui e così.

Però vorrei cominciare una riflessione ed un dialogo, partendo da lontano, dalla rabbia che si prova davanti alle ingiustizie, come la condanna assurda a Mimmo Lucano e le assoluzioni o alle pene irrisorie date a fatti di sangue, di mafia, di ruberie enormi. Una rabbia che porterebbe alla violenza, forse, se ci fosse l’opportunità.

Propongo allora una prima riflessione sotto forma di metalogo.

Sono stati i metaloghi di Gregory Bateson a darmi l’idea. Bateson stesso ne dà una definizione pubblicata in Steps to an Ecology of Mind, Chandler Publishing Company, 1972 (tradotto in italiano da G. Longo e G. Trautteur per Adelphi Edizioni, 1976): “. Un metalogo è una conversazione su un argomento problematico. Questa conversazione dovrebbe esser tale da rendere rilevanti non solo gli interventi dei partecipanti, ma la struttura stessa dello stesso dibattito…”

Ci provo, chissà che non interessi qualcuno per far nascere , su queste pagine una discussione.

Certo che costa cara la libertà che Dio ci ha dato, libertà di autodeterminarci, sterminarci, offenderlo. Quando penso al male nel mondo sento urlare in me il silenzio di Dio.

Mi viene in mente il Salmo 82“

Dio della mia lode, non tacere (…)
perché la bocca dell’empio e la bocca del disonesto si sono aperte contro di me; (…) Siano pochi i suoi giorni (…)
I suoi figli diventino orfani e sua moglie vedova.
(…) Nessuno sia misericordioso con lui (…).”
Ma Dio non viene e non c’è. Forse sarà vero il famoso paragrafo 125 della Gaia scienza dove Nietzsche afferma che “Dio è morto”, sulla tracce di un detto germanico “tutti gli dei debbono morire”.

Ma Dio non viene e non c’è. Forse sarà vero il famoso paragrafo 125 della Gaia scienza dove Nietzsche afferma  che “Dio è morto”, sulla tracce di un detto germanico “tutti gli dei debbono morire”.

All’improvviso mi sovviene che qualche settimana fa con don Renato, ero andato a trovarlo a ridosso del mio rientro a Roma, e mi lamentavo proprio di questo silenzio di Dio di fronte ai mali del mondo, alla sofferenza e alle ingiustizie; dopo avermi ascoltato  don Renato mi sorride dolcemente “Quando incolpiamo Dio di mutismo, quando attribuiamo a lui le nostre angosce e le nostre impotenze, è perché in realtà siamo noi incapaci di ascoltarlo, perché pretendiamo da lui una parola che sia a nostra immagine e somiglianza. Ricorda che lo stesso Gesù sulla croce si è rivolto a Dio chiedendogli: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, intonando così il salmo 22, il canto del giusto perseguitato a morte. Ma proprio in quel salmo, dopo il lamento, quando tutto sembra finito, la voce dell’orante si leva ad esclamare: “Tu mi hai risposto!”

“Questo va bene per i santi e per gli uomini pii” rispondo. “Gli uomini di poca fede, come me, devono trovare altre risposte. Dire che noi incolpiamo Dio di quello che facciamo non mi basta. Il tema è certamente il peso della libertà, che è libertà di fare anche il male ma è tema anche l’ingiustizia del caso: buoni che si ammalano e mascalzoni in piena salute; bambini che nascono con disabilità nella povertà ed altri nella ricchezza inimmaginabile; chi vive 100 anni da nababbo e chi muore in pochi giorni per la fame; perché il caso ha voluto che uno nascesse in un posto e uno in un altro. Senti don Renato, la storia di Giobbe non mi è mai piaciuta”.

“Vedo una contraddizione nei tuoi ragionamenti” riprende don Renato “da una parte, e lo so perché ne abbiamo parlato tante volte, inneggi alla libertà come bene supremo, dall’altra vorresti una libertà tutorata. Dio è un poco più coerente: ci ha voluti liberi e liberi siamo, anche di sbagliare atrocemente”.

“Certo” riprendo “ ma il caso, il fato, il destino, chiamalo come vuoi?”

“Sai Guglielmo io non credo nel caso esattamente come lo immagini tu. Tutto dipende da quello che noi umanità abbiamo fatto, facciamo, faremo. Pensa a quel bel libro di Morris West ‘I giullari di Dio’ quando Gesù, in mezzo ad un gruppo di persone prende una bimba down sulle ginocchia e dice che ai suoi occhi è perfetta, che lei non lo offenderà mai. Il male lo costruiamo noi, con le nostre regole, con nostre aspettative, con nostre società che non funzionano per tutti. Pensa se riuscissimo a creare delle dimensioni relazionali solidali, accoglienti, inclusive, la vita diventerebbe un segno di speranza per tutti, sarebbe possibile essere diversi, essere migliori.”

“Si, certo” rispondo.

“Credo” riprende don Renato “ che Dio, per lasciarci liberi, sia uscito dalla storia ed è questa una delle grandi differenze tra il Vecchio e il Nuovo Testamento. Dio non combatte più a Gerico e non punisce più gli egiziani. L’altra grande differenza è il ruolo dell’amore declinato come perdono, come carità, come fratellanza in un solo Padre perché Padre di tutti, senza differenze di colore, di provenienza, di salute, di età. Ce n’è anche qualche altra di differenza, come il ruolo centrale dei poveri, dei semplici, degli umili. Ma di questo potremmo parlarne un’altra volta”.

“Ok” rispondo “ma allora secondo te non c’è più Dio nel mondo” replico.

Etsi deus non daretur” mi interrompe. Non colgo la frase, la traduco ma non la comprendo  e dico: “Come se Dio non ci fosse. Allora non dobbiamo più dire il silenzio di Dio ma l’assenza di Dio? La cosa mi inquieta ancora di più”.

“No Guglielmo non farti prendere dall’inquietudine, devi attingere speranza da questo” riprende don Renato con la sua solita pacatezza che però non mette in difficoltà, anzi, non so come né perché, stimola il dialogo. Sicuramente, penso tra me, l’essere stato frate francescano, prima di incardinarsi in una diocesi, lo ha aiutato a non giudicare le persone e a metterle a proprio agio.

“Voglio parlarti di un uomo buono e saggio che ha teorizzato e vissuto sulla sua pelle la necessità dell’impegno concreto dell’uomo nella storia e al contempo della resa al destino. Mi sto riferendo a Dietrich Bonhoeffer il pastore luterano tra i principali promotori della cosiddetta Chiesa Confessante che rappresentò, in Germania, la resistenza cristiana al nazismo e che, coinvolto nel fallito attentato a Hitler compiuto dal gruppo di Von Stauffenberg e Canaris, venne impiccato nel campo di concentramento di Flossenburg”. Renato mi guarda e con gli occhi mi dice di stare molto attento perché è importante. Lo guardo anche io rassicurandolo.

“Bonhoeffer osserva che ormai il mondo è diventato adulto e può proseguire benissimo senza la presenza di Dio. Le varie scienze: dalla fisica al diritto, dalla politica alla biologia si sono sganciate, nel corso del loro sviluppo, dall’idea di Dio e sono divenute autonome. L’uomo basta a sé stesso e sembra cavarsela benissimo. In un’epoca in cui l’uomo non si riconosce più nel messaggio cristiano, Dietrich si domanda come sia ancora possibile professare il Vangelo e viverlo in un mondo totalmente secolarizzato e lontano da Dio. ‘Vivere in nome di Dio e di fronte a Dio ma senza Dio‘ è la formula in cui si condensa questo tentativo di accogliere, senza mezzi termini, le istanze dell’umanesimo ateo e di scorgere, contemporaneamente, la presenza di Dio. Per fare questo però non dobbiamo più avere l’immagine di un Dio tappabuchi che interviene solo sulle questioni ultime come la morte o come la colpa, che si insinua nel mondo attraverso gli aspetti più precari e più deboli dell’uomo. Bonhoeffer ci parla di un Dio nel pieno della vita. La fede nella resurrezione non è la soluzione del problema della morte. L’aldilà di Dio non è l’aldilà delle capacità della nostra conoscenza! La trascendenza gnoseologica non ha nulla a che fare con la trascendenza di Dio”. Qualche attimo di silenzio; rimango in ascolto aspettando il resto del pensiero di Renato /Bonhoeffer.

“È al centro della nostra vita che Dio è aldilà” riprende. “La Chiesa di Dio non sta lì dove vengono meno le capacità umane, non sta ai limiti, ma sta al centro; non nelle debolezze, ma nella forza, non dunque in relazione alla morte e alla colpa, ma nella vita e nel bene dell’uomo. Solo così puoi incontrare Dio, mentre realizzi il Suo Regno nel mondo. Nei campi di concentramento, Guglielmo, non c’era il silenzio di Dio ma il silenzio dell’uomo, non mancava Dio mancava l’umanità”.

Qualche tempo dopo, mi soffermo a pensare ad un aspetto che non abbiamo affrontato con don Renato e che invece mi interessò molto e che in seguito approfondii: la resistenza e la resa. Una antinomia, una contraddizione che il pastore luterano considera come un unico processo, un unico insieme; non una sequenza ma una contemporaneità: Don Chisciotte, la resistenza e Sancio Panza, la resa. Insieme sono quello che Cervantes ci narra. In una lettera dal carcere, quella del 21 febbraio ’44  Bonhoeffer si chiede dove sia il confine tra la necessaria resistenza e la altrettanto necessaria resa al destino e afferma che il destino va affrontato e, in caso, sottomettersi ad esso.

Egli decise di affrontare il destino cercando di uccidere Hitler.

Dietrich Bonhoeffer nel carcere militare di Tegel, a Berlino accluse ,ad una lettera all’amico Eberhard Bethge dell’8 luglio 1944 e tradotti da Anna Maria Curci, i seguenti versi:

“Chi sono? Spesso mi dicono
che esco dalla mia cella
sciolto e sereno e saldo
come un signore dal suo castello.
Chi sono? Spesso mi dicono
che parlo con i sorveglianti
libero e cordiale e franco
come se avessi da comandare.
Chi sono? Mi dicono anche
che i giorni porto della malasorte
imperturbabile, sorridente e fiero,
come chi è uso alle vittorie.
Davvero sono quello che altri di me dicono?
O son soltanto ciò che io stesso di me so?
Inquieto, nostalgico, malato, come un uccello in gabbia,
boccheggiante per un soffio di vita, come se mi strozzassero,
affamato di fiori, di colori, cinguettii,
assetato di buone parole, di calore umano,
tremante d’ira per l’arbitrio e la minima offesa,
tormentato dall’attesa di grandi cose,
invano trepidante per amici a distanza infinita,
stanco e troppo vuoto per pregare, per pensare, per fare,
fiacco e pronto a dire addio a tutto?
Chi sono? Questo o quello?
Sono forse oggi questo e domani un altro?
Sono entrambi al contempo? Dinanzi agli uomini un ipocrita
e per me stesso un debole piagnucoloso degno di disprezzo?
O forse ciò che è ancora in me assomiglia all’esercito in rotta
che arretra confuso dinanzi a vittoria già ottenuta?
Chi sono? Solitario porsi domande si fa beffe di me.
Chiunque io sia, Tu mi conosci, Tuo sono, o Dio!

 

Marco Veronesi

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