Processo Mimmo Lucano. Pisapia: «Questo processo è una forma di accanimento non terapeutico»

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Mimmo Lucano. L’arringa finale della difesa. La sentenza è prevista per giovedì, probabili ripercussioni sul voto regionale.

 

L’ultima udienza dibattimentale del processo in cui l’ex sindaco di Riace è imputato inizia alle 9. Tanti amici e compagni presenti. L’aula è gremita. Molti non possono entrare. Accanto a lui, Peppino Lavorato, storico deputato comunista della Piana.

PRIMA IL PROCESSO, POI, tra una settimana, le elezioni. Un’estate da globetrotter. “Trenta iniziative, non mi sono risparmiato” ci dice in un bar davanti al palazzo di Giustizia. Elenca i nomi di tutti i posti, borghi, paesi, dove ha fatto comizi. Cerca di allentare un po’ la tensione. Perché la prova più snervante lo attende ora in aula. Nel cortocircuito tra politica e magistratura il caso (?) ha voluto che un processo molto politico come quello a suo carico arrivasse a sentenza proprio alla vigilia di un’importante tornata elettorale in cui Lucano è capolista per “Un’altra Calabria è possibile”.

IERI È STATO IL TURNO dell’arringa conclusiva dei difensori. Domani le repliche dell’accusa e già nel pomeriggio la camera di consiglio. La lettura del dispositivo è prevista per giovedì. Vista la mole di giornalisti attesi da tutto il mondo, il presidente del collegio ha destinato due aule all’evento. Dopo la dipartita di Antonio Mazzone, un principe del foro locrideo, il patrocinio di Lucano lo ha assunto Giuliano Pisapia, insieme al collega Andrea Daqua. Al banco dell’accusa siede il pm Michele Premunian. Fu colui che all’udienza del 16 maggio formulò una richiesta di condanna pesantissima: sette anni e undici mesi di reclusione a carico di Lucano, accusato di associazione a delinquere, abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per presunti illeciti nella gestione dell’accoglienza dei migranti.

L’EX SINDACO DI MILANO rievoca il 4 gennaio scorso, quando Lucano gli propose di assumere la sua difesa. “Non mi era mai capitato di entrare nel vivo di un processo nella sua fase conclusiva. Conoscevo Riace. C’ero stato. A questo modello guardavamo da Milano. Ricordo quando i comuni della Locride diedero disponibilità ad accogliere 200 migranti, mentre Milano ne accoglieva soltanto 20. È un’esperienza che ho voluto vivere e vedere da vicino. Perché vanno bene le regole e le norme, ma bisogna tener conto anche del contesto e dell’esperienza”.

PISAPIA RICORDA che Mimmo Lucano rinunciò a candidature europee che gli avrebbero dato la certezza di essere eletto. “Come il mio collega al parlamento di Strasburgo, Pietro Bartolo, che – spiega – come Lucano in questi anni si è battuto per l’accoglienza”. L’avvocato ricorda la principale lezione morale di Don Milani: “L’obbedienza non è una virtù”. Particolarmente appassionato è il passaggio sulla natura politica dell’esperienza realizzata da Lucano: “Riace non è un modello – precisa Pisapia – ma un laboratorio. È in ogni esperimento ci sono successi ed insuccessi. Sbagliare è umano, però l’errore amministrativo non è uguale a una condotta penalmente rilevante. Soprattutto, ci sono fatti non punibili e cause di non punibilità, che in questo processo ci sono tutte” Snocciola tutte le scriminanti applicabili al caso Riace.

AD ESEMPIO “L’ERRORE manifesto” e “lo stato di necessità”, che possono comportare enormi difficoltà nell’applicazione delle norme. Ricorda la situazione venutasi a creare nel 2015, quando il porto di Reggio Calabria rientrava nell’operazione mare nostrum. “La procedura di evidenza pubblica – aggiunge Pisapia – prevede non meno di 60 giorni. Ma come si fa? Non si sa quando i migranti arrivano o partono. La condizione di emergenza rende dunque inapplicabile la norma, perché sussiste uno stato di necessità. La condotta di Lucano è stata sempre improntata alla concretezza dell’agire. Ha accolto richieste di disponibilità che arrivavano da istituzioni superiori”. E rivolgendosi al presidente, Pisapia ribadisce: “Quando c’è il dubbio tra colpevolezza ed innocenza, il legislatore lo dirime attraverso le cause di non punibilità. Questo non è un processo politico, ma una forma di accanimento non terapeutico».

DOPO AVER SMONTATO pezzo per pezzo i capi d’imputazione, citando Piero Calamandrei, sottolinea Citando Piero Calamandrei sottolinea che “il giudice penale è uno storico e Lucano non ha agito per il potere, ma perché ci credeva. E se ha sbagliato, lo ha fatto in buonafede”.

* ha collaborato Natascia Di Stefano

(Il Manifesto)

 

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