Perché non possiamo uscirne (solo) con la scienza

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Attorno al 1.200 a.C. molte fiorenti civiltà del Mediterraneo orientale e nella cosiddetta Mezzaluna fertile – una zona che andava dall’odierna Palestina fino alla Mesopotamia passando per il Sud della Turchia – collassarono.

Fiorenti commerci, culture raffinate, città estese e persino potenti imperi entrarono in crisi e crollarono nell’arco di alcune decine di anni. I motivi di questo disastro diffuso, che viene chiamato il “Collasso dell’età del bronzo”, non sono ancora chiari, ma la causa che oggi da molti esperti viene ritenuta quella principale è il cambiamento climatico.

Un clima caldo e secco e poi freddo e secco colpì una terra al tempo lussureggiante trasformandola lentamente in quelle lande aride che oggi riconosciamo quale paesaggio (stereo)tipico del Medio Oriente. I contadini lasciarono i campi non più coltivabili per confluire nelle città, che diventarono delle bombe sociali ad orologeria, spaccate tra una montante quantità di poveri e pochi nobili che vivevano in lussuosi palazzi. Alla fine, probabilmente tutte o quasi queste civiltà collassarono primariamente per via delle rivolte interne contro il potere costituito: quello dei sovrani semi-divini che evidentemente avevano perso i favori degli Dei se non erano più in grado di far piovere.

Sono molti e inquietanti i parallelismi che si possono fare tra il Collasso dell’età del bronzo e i giorni nostri: dal cambiamento climatico alla disuguaglianza crescente.

Ma a pensarci bene, se il clima fu l’innesco e la dinamite la disuguaglianza, il detonatore fu il frantumarsi del patto sociale. Una società si basa sul riconoscimento di un’autorità legittima centrale e nel sentirsi parte di una popolazione con tratti e interessi comuni. Se le élite perdono di credibilità e gli individui cominciano a percepirsi più come nemici che come alleati, non c’è floridezza economica, raffinatezza culturale o forza anche bruta del potere centrale che tenga: il collasso arriva.

Ecco quindi il parallelismo più preoccupante: i due fattori alla base della frattura del patto sociale sono sempre più riconoscibili oggi. Della crisi delle élite si parla da tempo, e ora la pandemia, dopo averci uniti tutti in uno sforzo solidaristico contro un potente nemico invisibile, rischia di fratturare la nostra società. Ed è questo ciò che davvero spaventa i nostri governanti: la fine del patto sociale; la rivolta popolare. Sarà cinico dirlo, ma i Governi di tutto il mondo non sono tanto intervenuti con decisione contro la pandemia perché la gente moriva e si ammalava, ma soprattutto perché c’era il pericolo che la popolazione, terrorizzata ed esasperata, alla lunga si ribellasse.

Una popolazione, infatti, può ben sopportare anche squilibri di potere e di ricchezza elevati se si sente tutto sommato al sicuro; se i cittadini si sentono abbastanza certi di poter mettere il pane in tavola, di essere difesi se vittime di un sopruso, di essere curati se ammalati, di non essere tartassati da imposte e tasse. È quando comincia a serpeggiare il sospetto che queste cose non siano più garantite con equità prima, e quando ci si guarda con sospetto per accaparrarsi il poco rimasto dopo, che le società collassano. E attenzione: non è nemmeno necessario che sia la maggioranza a ribellarsi; spesso bastano anche minoranze pure esigue ma ben coordinate e ideologizzate che approfittino del momento di debolezza del potere centrale per sovvertirlo.

La crescente complessità del nostro tempo ha messo in crisi la classe dirigente e intellettuale delle nostre democrazie. Il mondo è oramai un dedalo di rischi correlati; di fattori intrecciati e insolubili. Il potere cerca di neutralizzare più fattori di rischio possibile, e quando qualcuno di essi si concretizza, cerca di intervenire rapidamente e risolutamente per evitare l’effetto domino. Passiamo quindi di emergenza in emergenza, e questo è già un grosso problema, ma in sé non basta a provocare il crollo di un patto sociale. Una società può anche affrontare sfida dopo sfida, e persino disgrazia dopo disgrazia se si compatta attorno a un comune sentire e ha fiducia nella sua élite. Ma questo oramai è sempre meno il nostro caso.

Il fatto è che le élite politiche e culturali della nostra società sono ora dove sono per via di una doppia promessa: quella di portare nel medio-lungo periodo verità e prosperità. Come i sovrani delle antiche civiltà precedenti al Collasso dell’età del bronzo, sono assisi sul trono in qualità, se non semidei, di sacerdoti di una divinità onnipotente e inarrestabile: la scienza, la tecnica, il progresso. L’inevitabilismo è la religione dell’Occidente contemporaneo: l’idea che ci possono essere errori, passi falsi, momentanei incidenti, ma che la scienza inevitabilmente ci mostrerà sempre di più la verità, e che la tecnica inevitabilmente ci porterà sempre più potenza. E questa “religione” è sempre più in crisi.

“Se la tecnica ci rende sempre più potenti, perché ci chiudiamo in casa a causa di un minuscolo virus? Se la tecnologia aumenta esponenzialmente la nostra prosperità, allora perché siamo sempre più astiosi e infelici? Se la scienza disvela la verità, se non è quindi tanto un metodo di indagine per formulare ipotesi ma un processo foriero di certezze, perché gli scienziati litigano? Perché non riusciamo a dare una risposta definitiva a nulla?”. Questi sono i dubbi, magari inconsci, magari non detti, che albergano nella testa di molti. E non importa che siano più o meno fondati; più o meno veri: l’unica cosa che conta è che si fanno sempre più largo nella società, creando conflitti più o meno latenti che ne stanno indebolendo la struttura.

Si pensi al populismo: cos’è se non la convinzione che se abbiamo sempre più mezzi ma le cose vanno sempre peggio allora è colpa di chi è al potere? Si pensi al complottismo: cos’è se non la convinzione che se abbiamo sempre più certezze ma io mi sento sempre più confuso allora qualcuno mi nasconde la verità? C’è una certa logicità dietro questi pensieri. Negarla, respingerli come sciocche farneticazioni o ingenuità pericolose, continua a non farci vedere il cuore del problema.  Continua a non farci notare che avere strumenti potentissimi e ancora meno aver ragione non serve a nulla o quasi quando la popolazione scende in piazza con i forconi e le torce.

Forse di tutto ciò si rende un po’ più conto la politica che la scienza – e infatti talora cerca timidamente di portarla  a più miti consigli. La scienza infatti si basa sull’approccio laboratoriale: sull’idea di poter isolare dal resto del mondo solo alcuni elementi e fattori e poter sperimentare e osservare le loro interazioni per arrivare a conclusioni oggettive. Ma questo non si dà davvero mai nel mondo reale, e tanto meno in un mondo sempre più complesso come il nostro! Non si possono isolare fattori e intervenire solo su di essi, pretendendo che il resto rimanga inalterato.

Quando l’immunologa Antonella Viola dice che «Ne siamo già usciti grazie alla scienza» non tradisce forse questo pensiero “settoriale”? Quando gli scienziati Walter Ricciardi e in parte Roberto Burioni denunciano su Twitter “l’insostenibile leggerezza del ragionamento giuridico” non dimostrano di ragionare in maniera “clinica”, cioè come se la pandemia fosse solo o quasi la sommatoria di una serie di corpi che si infettano e letti d’ospedale che si riempiono? E, di nuovo, possono avere perfettamente ragione, ma questo non consola, né risolve il problema alla radice. La scienza tra ciò che è vero e quello che è giusto sceglie sempre ciò che è vero: ma noi oggi abbiamo più bisogno di soluzioni giuste che di verità certe, e le due cose non sempre vanno di pari passo.

Possiamo anche esultare di fronte al fatto che i novax vengano esclusi dal Parlamento, dal posto di lavoro, dalla vita sociale. Ma queste persone non spariscono! Non sono fattori inermi fuori dal laboratorio. Rimangono nella nostra società, e rischiano di tornare in forme ancora più deleterie. Possiamo anche rallegrarci della nascita di nuovi “Osservatori per distinguere il vero dal falso” ma, ammesso e non concesso di riuscirci o anche solo di suonare ridicoli, non è che questo impedirà a “fake news” e “verità alternative” di diffondersi e fare danni. Anzi, forse le rinforzerà. E ancora: non serve che convincano tutti, ma relativamente pochi e nelle giuste condizioni perché il banco salti.

Il fatto è che la grande vittoria del vaccino – che è una vittoria che va riconosciuta e di cui bisogna essere grati – è una lama a doppio taglio. Rischia infatti di alimentare ancora di più l’idea del soluzionismo tecnologico; di diffondere ancora di più la narrazione che possono accadere le peggio cose, ma se lasciamo una stretta élite tranquilla a lavorare nel suo laboratorio dandogli tutti i mezzi e il supporto necessari, presto o tardi se ne usciranno con un “Eureka!” che risolverà il problema. E anzi, di più: che ci porterà tra le stelle. Una narrazione, a ben vedere, forse non troppo diversa da quella degli antichi sovrani della tarda Età del bronzo. E se crolla quella, crolla tutto.

(Huffpost)

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