Cannabis legale: il referendum rischia il “sabotaggio”

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Da tempo è stata raggiunta la soglia delle 500 mila firme digitali, tramite Spid. Ma non finisce lì.

Infatti le firme digitali devono essere “accoppiate” con i certificati elettorali per essere certi che siano valide: e qui iniziano i problemi. La velocità della firma online cozza con la burocrazia tricolore

La situazione è complicata. Il tempo poco. Circa un quarto dei certificati elettorali chiesti ai Comuni per validare e certificare definitivamente le firme sul referendum per la cannabis non sono arrivati. Il referendum rischia quindi “il sabotaggio” secondo il comitato promotore, che ha diffidato le 1400 amministrazioni inadempienti.

In una settimana era stata raccolta la quota minima di sottoscrizioni necessarie per il deposito del quesito in Cassazione. Il boom grazie alle firme digitali. Da tempo è stata quindi raggiunta la soglia delle 500 mila firme digitali, tramite Spid. Ma non finisce lì. Infatti le firme digitali devono essere “accoppiate” con i certificati elettorali per essere certi che siano valide, ovvero che chi ha firmato abbia diritto all’elettorato attivo. Il Comitato – composto da Associazione Luca Coscioni, Meglio Legale, Forum Droghe, Società della Ragione, Antigone e dai partiti +Europa, Possibile e Radicali italiani – ha inviato a tutti i Comuni italiani via Pec la richiesta di avere i certificati elettorali dei firmatari. Solo a quel punto sarà possibile depositare in Cassazione le firme. E la scadenza, per il referendum sulla cannabis, è fissata al 30 settembre. Per ora.

Referendum cannabis: Comuni al rallentatore

Il Comitato chiede al Governo l’esenzione al 31 ottobre come data ultima per la consegna delle firme certificate. Oggi come oggi delle 580 mila firme digitali raccolte in poco più di una settimana, solo una piccola parte è stata già certificata dai comuni con risposta inviata via Pec o via posta ordinaria. La legge imporrebbe di elaborare la risposta entro 48 ore, ma ciò avviene raramente. 1.400 amministrazioni comunali non hanno risposto del tutto.

Con la diffida partita all’indirizzo dei Comuni inadempienti, entro giovedì prossimo i Comuni dovranno inviare i certificati. Intanto c’è il parere favorevole del governo ottenuto dal deputato di +Europa Riccardo Magi ad un Ordine del giorno che impegnava l’esecutivo a valutare lo slittamento del termine ultimo di consegna della documentazione dal 30 settembre all’8 ottobre anche per i referendum, quale quello sulla cannabis, presentati dopo il 15 giugno, ma non si muove una foglia. Appare evidente nei fatti la disparità di trattamento di questo referendum, rispetto agli altri che avranno tempo fino al 31 ottobre. Se a ciò si aggiunge l’inadempienza di tanti comuni italiani, si capisce perché il tema sia intricato.

“Giovedì notte sono scadute le 48 ore a disposizione delle amministrazioni comunali per restituire i certificati elettorali richiesti via Pec dal Comitato promotore. Venerdì mattina, a fronte di 545.394 certificati digitali richiesti con 37.300 email certificate inviate ai comuni (ogni PEC contiene dai 2 ai 20 nominativi) sono rientrate 28.600 email per un totale di circa 125.000 certificati”, hanno denunciato i membri del Comitato promotore del referendum, Marco Perduca, Antonella Soldo, Riccardo Magi, Leonardo Fiorentini e Franco Corleone. “La velocità della firma online cozza con la burocrazia italiana”, evidenziano.

Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni (tra i promotori del referendum), ha sottolineato che si tratti di un fatto grave: “Neanche un quarto delle richieste di certificazione sono state evase nel termine di 48 ore previste dalla legge. Si tratta di certificati di iscrizione nelle liste elettorale che poi sarebbe dovere del Comitato promotore referendum depositare presso la Corte di Cassazione entro il 30 settembre. A questi ritmi, diventa concreto il rischio di annullare la firma di centinaia di migliaia di cittadine e cittadini italiani e dunque sabotare il referendum”.

Cappato si rivolge direttamente al governo di Mario Draghi, affermando che solo Palazzo Chigi ha il potere di evitare che questo accada: “Eliminare la discriminazione contro il referendum cannabis concedendo la proroga di un mese in ragione della pandemia, oppure concedere ai Comuni di produrre i certificati elettorali anche dopo il termine della consegna delle firme, in modo che il Comitato promotore possa depositarli successivamente al 30 settembre”. Se però, ha proseguito Cappato, il presidente del Consiglio, la ministra degli Interni e la ministra della Giustizia non intervenissero, si “assumerebbero la responsabilità del sabotaggio del referendum e della vanificazione delle norme che ne hanno autorizzato la sottoscrizione per via digitale”.

(RomaToday)

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