La lunga marcia di Virginia per la leadership del Movimento 5 Stelle

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L’elezione di Virginia Raggi nel Comitato di garanzia del Movimento 5 Stelle apre uno scenario molto affascinante.

Tanto più che tra i poteri del Comitato stellato c’è quello di poter sfiduciare all’unanimità il Presidente del Movimento. Cioè, se Virginia Raggi, con gli altri due componenti Luigi Di Maio e Roberto Fico, dovesse decretare la fine del mandato di Giuseppe Conte, questi non potrebbe opporre alcuna resistenza. 

C’è un elemento che i più non considerano quando si parla di Virginia Raggi: lei è l’esponente più nota e maggiormente esposta a livello mediatico del Movimento 5 Stelle. Nel bene e nel male, Raggi rappresenta un capitale politico e mediatico enorme per il movimento 5 Stelle. Al di là dei suoi demeriti come sindaca di Roma e al di là di come andrà l’elezione amministrativa capitolina, c’è un futuro politico per Virginia Raggi.

Quelli bravi direbbero che Raggi rappresenta un “asset” irrinunciabile per i pentastellati. Ed è in questo contesto che magari andrebbe letta la sua auto-candidatura a sindaco di Roma nell’agosto del 2020, quando ancora nessuno del Movimento 5 Stelle aveva messo all’ordine del giorno la questione. O magari qualcuno l’aveva messo in agenda. Magari proprio Beppe Grillo, il garante del Movimento, aveva indicato la strategia a Virginia per offrire al Movimento stesso una vita oltre l’eventuale debacle politica e mediatica di Giuseppe Conte.

L’aver costituto il Comitato di garanzia con tre delle principali figure del movimento, ognuna con la sua peculiarità e averlo dotato di un potere così decisivo, tanto da decretare la fine o la sopravvivenza del Presidente, mette nelle mani dell’Elevato il destino del Movimento. E sopratutto di Giuseppe Conte.

Una prima conseguenza di questo nuovo ruolo politico di Raggi è quella che, all’indomani del primo turno e laddove lei dovesse arrivare terza, il partito Democratico, al fine di avere un appoggio al secondo turno, dovrebbe trattare non solo con Giuseppe Conte, ma anche con la stessa sindaca uscente. Lasciando, quindi, a Conte un ruolo dimezzato e non certamente così decisivo come fino ad ora si pensava.

La seconda conseguenza riguarda il destino stesso di Conte, che oggi appare molto più in bilico. Perché se quest’ultimo può ancora godere di un certo seguito mediatico, Virginia Raggi gode della stima incondizionata di Beppe Grillo, dell’appoggio di ciò che è rimasto della base grillina (che di fatto Conte vuole annullare, per creare un proprio Inner Circle di fedelissimi) e dell’appoggio di Alessandro Di Battista. Quest’ultimo, seppur oggi non ha alcun ruolo politico e non ricopre nessuna carica, rimane uno dei principali rappresentanti del Movimento delle origini, proprio perché rimasto fuori dalle cariche elettive del Movimento governista. La sua funzione è appunto quella di ricordare, quando serve, che il Movimento è stato e può tornare ad essere quello di lotta e di protesta delle origini

Per chiudere, la partita di Virginia Raggi non è la rielezione a sindaco di Roma. Questa non è altro che una tappa di avvicinamento al suo obiettivo principale: prendersi la leadership, con il beneplacito di Beppe Grillo e della base grillina del Movimento 5 Stelle. E se dovesse riuscire in ciò, applicherebbe una delle principali regole della politica: trasformare una sconfitta in una vittoria.

(RomaToday)

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