Perché serve il governo Draghi per tutto il 2022 (anche alla sinistra)

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Anno cruciale per rivedere il Patto di stabilità e cambiare l’Unione europea.

 

Nell’affermazione che talvolta si ascolta da parte di esponenti di centrosinistra, secondo la quale «il governo Draghi non è il nostro governo», c’è insieme una constatazione ovvia e un tratto di inconsapevolezza.

La constatazione ovvia è che questo governo è nato su impulso del Presidente della Repubblica, in una fase di emergenza e senza una «formula politica». Ne fanno parte forze politiche molto distanti, che non possono certo proporsi di continuare a governare stabilmente assieme anche in futuro.

L’aspetto decisamente meno convincente riguarda, invece, l’assenza di chiarezza sulla funzione strategica che l’alleanza centrosinistra-M5S dovrebbe attribuire al governo Draghi in questa fase politica fuori dall’ordinario. È qualcosa che va pure al di là del fatto che un governo, in cui Pd, M5S e Articolo 1 esprimono otto ministri politici e la guida di dicasteri cruciali per le sfide che il Paese si trova ad affrontare in questi mesi (Esteri, Difesa, Lavoro, Salute), difficilmente può essere rappresentato come un mero esecutivo tecnico a cui si dà un appoggio esterno. E non si tratta neppure soltanto del fatto che sulla questione ancora centrale del contrasto alla pandemia, il governo sta mantenendo una linea di rigore e serietà, facendo emergere tutte le contraddizioni della destra italiana.

Il punto veramente decisivo, di cui di discute da mesi tra gli analisti internazionali e che inizia a far capolino perfino sulla stampa italiana, è che il 2022 sarà l’anno in cui si dovrà negoziare a livello europeo la riforma delle regole economiche e di bilancio europee, dopo la fase della loro sospensione emergenziale. È un appuntamento di capitale importanza per il futuro dell’Unione Europea e, in particolare, di un Paese come il nostro, che ha un bisogno vitale di evitare il ritorno a politiche fiscali e monetarie restrittive per non precipitare in una nuova spirale recessiva, che spazzerebbe via l’impatto potenziale del Recovery Plan e renderebbe insostenibile il peso del debito.

Se si ha chiaro che questo è il passaggio cruciale da cui dipende il futuro dell’economia italiana, diventa sorprendente la tesi di chi considera inevitabile, o addirittura auspicabile, la fine dell’attuale esecutivo di qui a qualche mese, l’elezione di Draghi al Quirinale e le elezioni anticipate nel 2022. Nel momento in cui in Europa si discuterà del nostro destino, l’Italia sarebbe senza governo e alle prese con la campagna elettorale. Inoltre, il nuovo Parlamento sarebbe eletto con il famigerato Rosatellum, un ibrido mal riuscito che costringe a costruire coalizioni farlocche, senza peraltro assicurare né rappresentanza né governabilità.

Anche a prescindere dai sondaggi attuali, che sembrano delineare un successo del centrosinistra nelle grandi città ma una vittoria della destra alle politiche, si fa fatica a comprendere quale sia l’utilità per il Paese di una simile prospettiva. Dovrebbe perciò essere anzitutto il centrosinistra a motivare il suo sostegno all’attuale governo oltre la fase emergenziale della pandemia, legandolo esplicitamente alla natura decisiva della discussione che si aprirà a livello europeo dopo la formazione del nuovo governo tedesco e al fatto che Mario Draghi è, per riconoscimento praticamente unanime, la figura con che maggiore autorevolezza e peso politico può rappresentare l’interesse nazionale italiano in questo passaggio.

All’obiezione che ciò rappresenterebbe una fase troppo lunga di “commissariamento” dei partiti e della politica democratica, bisogna dare una risposta sincera e onesta. Questo esito, al di là della spregiudicatezza di chi ha determinato sul piano parlamentare la fine del precedente governo, non è il frutto del destino cinico e baro. Esso è piuttosto l’ultima tappa di un processo di delegittimazione e svuotamento dei partiti che ha segnato la genesi e lo sviluppo della “Seconda Repubblica”, senza che le diverse leadership politiche succedutesi abbiano avuto la forza e talora neppure la volontà di contrastarlo. Quella che Miguel Gotor ha felicemente definito la “Repubblica dell’antipolitica” è nata dall’idea, coltivata a lungo da larga parte delle classi dirigenti di questo Paese (e dei loro organi di stampa), che l’Italia, finita la guerra fredda, non avesse più bisogno di partiti organizzati e autonomi. Non c’è bisogno di dilungarsi sul disastroso bilancio politico ed economico di questa lunga stagione. Oltre a un generale clima di avversione alla politica, questo processo ha trovato due decisivi fattori di consolidamento prima nello sgangherato “maggioritario all’italiana” e poi nell’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti.

Ora se, com’è giusto necessario per l’Italia, i partiti vogliono recuperare un ruolo vero, devono utilizzare il tempo del governo Draghi e l’anno abbondante che manca alla fine della legislatura per avviare una rigenerazione del sistema politico. Il 2022 potrebbe essere non solo l’anno in cui, a un trentennio esatto dalla stipula del Trattato di Maastricht, l’Europa si lascia definitivamente alle spalle la stagione dell’austerità e dei vincoli ciechi, ma anche quello in cui i partiti chiudono l’ingloriosa stagione della “Seconda Repubblica” (che peraltro nacque anche in relazione al carattere stringente di quei vincoli, come ha spiegato in pagine illuminanti Guido Carli). Per farlo occorre ricostruire un sistema politico funzionante con decisioni coraggiose e conseguenti: riforma in senso proporzionale del sistema elettorale sul modello tedesco; legge sulla democrazia interna dei partiti con contestuale reintroduzione del finanziamento pubblico dei partiti su base democratica e non censitaria (a differenza dell’attuale normativa del 2×1000); indizione di veri appuntamenti democratici interni, nei quali i partiti discutano con i propri aderenti linea, programmi e candidati con cui presentarsi alle elezioni del 2023.

È un’agenda di riforma della politica che il Pd e il centrosinistra devono proporre agli altri interlocutori subito dopo le elezioni amministrative, senza aspettare l’elezione del Presidente della Repubblica, che, se affrontata senza un chiaro e condiviso disegno politico, rischia di diventare un momento di lacerazione dagli sbocchi imprevedibili. Chiarire le ragioni strategiche del sostegno a Draghi fino alla fine della legislatura e impegnare la maggioranza che sostiene il governo su una riforma elettorale in chiave proporzionale è la pre-condizione per arrivare a un’elezione largamente condivisa del prossimo Capo dello Stato, evitando forzature, giochetti o imboscate. Senza contare che, se questo quadro non venisse delineato, sarebbe complicato anche chiedere a Mario Draghi di restare a Palazzo Chigi e di non candidarsi al Quirinale, in uno scenario in cui, con il Rosatellum vigente, un minuto dopo l’elezione del Presidente della Repubblica si aprirebbe una campagna elettorale nella quale la logica delle (finte) coalizioni preventive destabilizzerebbe immediatamente la maggioranza di governo.

L’altra obiezione a questo ragionamento è che in questo modo il Pd e il centrosinistra si “consegnerebbero” a Draghi, perdendo ogni autonomia. In realtà, è nella condizione attuale che i partiti non contano nulla o quasi. Con maggiore o minore senso di responsabilità e decoro istituzionale, si intestano battaglie identitarie o simboliche, assumendo posizioni che vengono poi puntualmente smentite dalle decisioni dell’esecutivo, oppure sollevando temi sostanzialmente estranei all’agenda di governo. Quando Mario Draghi dice che il governo agisce con il consenso del Parlamento, mentre i partiti discutono tra di loro, fotografa una realtà che può non piacere, ma che è la realtà attuale, certo non imputabile all’attuale Presidente del Consiglio. Una realtà in cui le forze politiche della maggioranza sembrano oscillare spesso tra senso di estraneità e subalternità passiva alle scelte dell’esecutivo. Un Pd e un centrosinistra, che riuscissero a esplicitare le ragioni strategiche e di interesse nazionale del sostegno a Draghi, sarebbero anche più liberi e forti nell’affermare, di fronte al premier e all’opinione pubblica, il proprio autonomo punto di vista sulle questioni economico-sociali. Nessuno potrebbe a quel punto imputare loro nostalgie del precedente governo o derive frontiste, a fronte della scelta di sostenere con convinzione un governo di unità nazionale di salda ispirazione euro-atlantica, e di farlo tuttavia facendo valere le nuove idee economiche con le quali Biden sta governando gli Stati Uniti o con cui Scholz e la SPD potrebbero vincere le elezioni in Germania. Il punto non è avere astrattamente un’agenda diversa da quella del governo in cui si è, ma contare nel determinare quest’ultima. Un nuovo Pd che si occupasse anzitutto di diritti sociali, di «lavoro, scuola, salute e case», come saggiamente suggerisce Romano Prodi, riuscirebbe a conciliare il suo ruolo di responsabilità nazionale nel sostegno a Draghi con l’obiettivo di ricostruire una base sociale tra i ceti popolari e di incidere di più sulle scelte fondamentali del governo. Altrimenti, senza un aggiornamento profondo (a cui è auspicabile che le imminenti “Agorà” lanciate da Letta possano dare un impulso) del modello di partito e della cultura economico-sociale di riferimento, anche il centrosinistra rischia di apparire fuori sincrono rispetto alle nuove esigenze storiche dell’Italia post-pandemia.

Per superare l’attuale impotenza del sistema dei partiti, l’esito ultimo della fallimentare parabola della “Seconda Repubblica” maggioritaria, occorrono perciò forze politiche di nuovo capaci di ottenere la fiducia degli elettori con la propria visione della società – e non con la proposta di coalizioni artificiali destinate puntualmente a sciogliersi dopo il voto – e in grado di condizionare costruttivamente con le proprie idee l’azione dei governi che decidono di sostenere in Parlamento. Per tutte queste ragioni, nel 2022 serve che, mentre con sostegno bipartisan Draghi difende l’interesse nazionale italiano (e insieme il rilancio del progetto europeo) nella decisiva discussione a Bruxelles, i partiti italiani si impegnino in questo processo di rigenerazione. Altro che un confuso precipitare verso elezioni anticipate che ci restituirebbero, ingigantiti, i problemi di oggi.

(Huffpost)

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