Papa Francesco: “la Croce non è una bandiera o un simbolo politico”

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In Slovacchia il Pontefice lancia un affondo contro i sovranismi e i populismi europei, poi incontrando la cominutà Rom invita all’integrazione sottolinenado che “ghettizzare le persone non risolve nulla”

Nuovo affondo di Papa Francesco contro i sovranismi e i populismi europei. Da “pellegrino nel cuore del Vecchio Continente” il Pontefice, nel suo 34esimo viaggio apostolico a Budapest e in Slovacchia, ha preso di petto uno dei temi che più gli sta a cuore, l’integrazione, bacchettando chi strumentalizza i simboli cristiani e allo stesso tempo predica le chiusure e innalza i muri.

La croce non sia mai “un simbolo politico”, “non vuole essere una bandiera da innalzare”, non si riduca a “un segno di rilevanza religiosa e sociale”. Il crocifisso non è un mero “oggetto di devozione”, da portare al collo vedendo però gli altri come nemici, ha rimarcato Francesco durante l’omelia della messa di rito bizantino presieduta a Presov, in Slovacchia.

Un allarme sull’avanzare dei populismi Francesco lo aveva già lanciato nel febbraio dell’anno scorso, a Bari, dove aveva confessato di provare paura per i discorsi di alcuni leader (“sento discorsi che seminavano paura e odio già nella decade degli anni trenta del secolo scorso”) e un riferimento aveva fatto a Hitler, in un incontro con i giovani due anni prima.

Dopo il faccia a faccia con Viktor Orban nella sua tappa lampo (7 ore) a Budapest, Bergoglio in Slovacchia ha una “rivincita”. In Ungheria, secondo indiscrezioni della stampa, vi era un accordo diplomatico a non pronunciare la parola “migranti” nei suoi discorsi pubblici. Lo fa solo durante l’incontro con i vescovi, alcuni di loro vicini alle posizioni di chiusura del premier (e le sue parole infatti vengono diffuse molto più tardi ai giornalisti).

Nella più europeista Slovacchia rimarca che “la croce esige una testimonianza limpida” perché è “la sorgente pura di un modo nuovo di vivere”.

E per un appello ancora più forte all’integrazione, unica “via per una convivenza pacifica”, Bergoglio sceglie Lunik IX, uno dei 22 distretti della città di Kosice, diventato un ghetto, il più grande d’Europa, nel quale vive la più alta densità di popolazione Rom in Slovacchia.

Sono circa 5 mila le persone di origine gitana costrette a vivere in condizioni di degrado e povertà. Le abitazioni sono prive di gas e acqua corrente, disponibile solo per poche ore al giorno, e manca un vero e proprio sistema di riscaldamento. Un quartiere non accettato dalla città e dal quale sono fuggiti tutti, tranne i salesiani che svolgono dal 2008 una importante opera pastorale.

“Ghettizzare le persone non risolve nulla”, dice durante l’incontro con la Comunità Rom, perché “quando si alimenta la chiusura prima o poi divampa la rabbia”. L’integrazione “un processo organico, lento e vitale, che inizia con la conoscenza reciproca, va avanti con pazienza e guarda al futuro”.

Perché il futuro appartiene ai bambini e il Papa invita, per i figli, a fare scelte coraggiose “per la loro dignità, per la loro educazione, perché crescano ben radicati nelle loro origini ma al tempo stesso senza vedere preclusa ogni possibilità”.

(Agi)

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