Bollette: perché il sistema dei prezzi è fallito (e perché lo pagheremo tutti)

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Non solo boom di domanda e carenza di gas. I rincari mostrano quanto è impervia la strada per la transizione green.

 

Il boom della domanda globale post-Covid, le minori forniture da Russia e Norvegia, l’apporto ancora insufficiente delle rinnovabili, eventi climatici avversi, la grave dipendenza da Paesi stranieri e la contestuale riduzione della produzione interna, il sistema di determinazione dei prezzi a livello europeo. E poi i costi della transizione energetica che, seppur in parte residuale, impattano sul conto finale. C’è un insieme complesso e variegato di fattori dietro l’incremento esponenziale dei prezzi di gas ed elettricità che ora, salvo interventi del Governo, rischia di colpire direttamente le tasche dei cittadini italiani. Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha avvertito sui possibili rincari fino al 40% per le utenze domestiche e industriali, ma ha assicurato che il Governo sta lavorando per mitigare quantomeno il danno per i contribuenti. Un rincaro generalizzato: in queste ore il Governo della Spagna, tra i Paesi più colpiti dalle tensioni sui prezzi di gas ed elettricità, sta approvando una riduzione della tassa sull’energia elettrica dal 5,1% allo 0,5% e sospesa fino a fine anno l’imposta del 7% sulla produzione. Palazzo Chigi e Mef stanno pensando a interventi compensativi analoghi, seppur tagliati nell’immediato nella forma di sussidi per i ceti meno abbienti. Altra ipotesi allo studio è un intervento su tasse e oneri di sistema, quelli che c’entrano ben poco con i consumi effettivi: le imposte (Iva , sul consumo e addizionali) pesano per circa il 12,5% dell’importo finale della bolletta, gli oneri di sistema per il 20%, calato al 10,7% dopo l’intervento del Governo a luglio scorso.

Si tratta di misure tampone per cercare di stemperare le tensioni sul prezzo di elettricità e soprattutto di gas – impiegato anche per la produzione di elettricità – in attesa che cali. Per capire l’entità dell’aumento bastano due date e due cifre: se ad aprile 2020 il gas veniva a costare sei euro a megawattora, a settembre 2021 siamo a 61 euro a megawattora. Un incremento che potrebbe presto palesarsi in bolletta. Quali sono le cause? Il ministro Cingolani ha detto che è dovuto certamente all’aumento del prezzo della materia prima, quindi a dinamiche di mercato, dall’altro ha attribuito i rincari anche ai costi di emissione della CO2 che in Europa, per effetto delle politiche comunitarie per la transizione ecologica, stanno gradualmente ma costantemente aumentando. Si tratta dei diritti di emissione (Ets) che le grandi aziende europee sono tenute a versare per poter emettere quantità prestabilite di CO2: chi le esaurisce per poter continuare ad emettere deve acquistarle da chi ne ha in eccedenza. Se a marzo scorso il prezzo della CO2 era di 40 euro per tonnellata, oggi si è arrivati a scambiare una tonnellata a più di 60 euro. Questi incrementi, innescati dalle politiche Ue di deterrenza verso i combustibili fossili e di spinta verso le fonti green, si riflettono anche nell’aumento atteso delle bollette, sostiene Cingolani. Vero, ma solo in parte: secondo il vicepresidente della Commissione Europea Frans Timmermans solo “un quinto dell’aumento del prezzo può essere attribuito in effetti a un aumento dei prezzi dovuti al Co2, il resto è la conseguenza di una carenza sul mercato”.

La strategia comunitaria sul taglio delle emissioni – al momento – influenza solo in parte l’aumento atteso delle bollette, dovuto invece in larga parte a una serie di fattori che hanno fatto schizzare il prezzo del gas in un anno e mezzo di circa il 900%. Piuttosto, però, il caro-prezzi svela tutte le criticità nelle catene di approvvigionamento energetico europee (e italiane) in attesa di attuare una transizione ecologica doverosa ma dai tempi non proprio immediati: “I tempi di questo processo”, ha detto il premier Mario Draghi al 15esimo Forum economico italo-tedesco, “devono essere ambiziosi ma compatibili con le capacità di adattamento delle nostre economie”.

Secondo i dati Eurostat, prodotti petroliferi e fonti fossili solide rappresentavano nel 2019, prima della pandemia, quasi il 50% del fabbisogno europeo. Il gas naturale circa il 22,4%, le fonti rinnovabili solo il 15,3% e il nucleare il 13,1%. In Italia, fossili solidi e petroliferi pesano sul fabbisogno circa per il 41,7%, il gas per il 38,6%, le rinnovabili solo il 18,7% e il nucleare per nulla. L’Europa, com’è noto, paga una pesante dipendenza dalle forniture estere: nel 2019 il tasso di dipendenza era pari al 61%, il che significa che più della metà del fabbisogno energetico dell’Ue è stato soddisfatto dalle importazioni nette. Il Vecchio continente dipende principalmente dalla Russia per le importazioni di petrolio greggio, gas naturale e combustibili solidi, seguita dalla Norvegia per petrolio greggio e gas naturale. L’Italia fa anche peggio della media Ue, essendo dipendente dall’estero per più dell′80% del suo fabbisogno energetico.

Secondo i dati del Mise rielaborati da Arera, l’agenzia italiana per l’energia, nel 2019 l’Italia ha importato dalla Russia circa 32 miliardi di metri cubi di gas, quindici dall’Algeria, sette dalla Norvegia. Vent’anni fa l’Italia riusciva a produrre circa diciotto miliardi di metri cubi di gas, attualmente si attesta intorno sotto i quattro. Oggi la produzione nazionale riesce a soddisfare solo poco più del 10% della domanda interna.

L’Italia non è l’unico Paese ad aver ridotto gradualmente la sua produzione di gas naturale. I Paesi Bassi stanno chiudendo il più grande giacimento di gas europeo a Groningen a causa delle sismicità provocate dalle sue attività, dopo anni di proteste degli abitanti della zona.

La dipendenza energetica dall’estero e la costante riduzione della produzione domestica oggi si mostrano in tutta la loro crudezza. L’aumento spropositato del prezzo del gas infatti nasce da un’oggettiva carenza a cui contribuiscono diversi fattori. In primis, quello climatico: “L’anno scorso – ha detto all’HuffPost il presidente di Nomisma Energia Davide Tabarelli – l’inverno si è prolungato più del previsto. Lo stoccaggio per l’inverno successivo solitamente inizia tra aprile e maggio ma quest’anno abbiamo avuto temperature più basse più a lungo. A giugno il prezzo del gas era già in risalita, spingendo molti a ritardare le scorte in attesa che calasse. Il risultato è che oggi lo stoccaggio europeo di gas viaggia su livelli inferiori alla media di circa il 20%”.

Contestualmente Norvegia e soprattutto la Russia, principale fornitore europeo, hanno tagliato le forniture. Il colosso di Mosca, Gazprom, da mesi ha ridotto le quantità di gas immesso nei tubi diretti al mercato Ue. Già nel 2020 l’esportazione verso l’Europa occidentale era calata del 7,9% rispetto al 2019. In Italia il calo era stato meno marcato, seppur di poco (-5,89% a 20,799 miliardi di metri cubi). Con la ripresa post-Covid tuttavia la minore fornitura dalla Russia non è stato ripianata, tutt’altro. Alcuni analisti sostengono che il taglio di forniture sia mosso dalla volontà di tenere alto il prezzo del gas e recuperare le perdite registrate l’anno scorso durante la pandemia. Altri invece ci leggono l’intenzione di Mosca di fare pressioni indirette sull’Ue per far entrare in funzione al più presto il Nord Stream 2, il gasdotto che approda in Germania senza passare dall’Ucraina, con cui la Russia è in conflitto. “Oggi la soluzione sta nel pensare ad aumentare l’offerta gas, diversificare l’approvvigionamento, e aumentare la produzione nazionale”, sostiene Tabarelli.

Dietro i maxi-rincari c’è anche un aspetto legato alla determinazione dei prezzi, come ha rimarcato il presidente russo Vladimir Putin: “Nell’Ue non hanno pompato abbastanza gas negli impianti di stoccaggio ed hanno bisogno di un volume fino a 27 miliardi di metri cubi. Il prezzo del gas ha iniziato a superare il prezzo del petrolio e dei prodotti petroliferi. Sia sulla base dei contratti a lungo termine che in base al nostro principio dei prezzi, Gazprom non vende a un prezzo simile”, ha detto. In Russia il sistema di pricing del gas naturale in effetti è diverso da quello adottato dai Paesi dell’Europa occidentale negli ultimi anni dopo la liberalizzazione del mercato. Tendenzialmente il prezzo del gas sul mercato russo nei contratti a lungo termine è ancorato a quello del petrolio (lievemente più basso di quest’ultimo). “Coloro che hanno accettato di concludere contratti a lungo termine con noi in Europa ora possono esserne contenti”, ha detto Putin. “Gazprom vende alla Germania per 220 dollari. Con l’aumento dei prezzi del petrolio, quello del gas aumenterà, ma sarà un processo morbido”.

Sul mercato europeo da diversi anni si è deciso di disancorare il prezzo del gas da quello del greggio, facendolo determinare dall’incontro della domanda e dell’offerta (prezzo hub). Come ha ricostruito il ricercatore Luca Franza in un report per Clingendael Energy, Gazprom nel tempo non ha modificato l’impianto del suo sistema di pricing ma ha introdotto degli “sconti” per renderlo competitivo e meno suscettibile alle fluttuazioni del petrolio. Grazie a queste concessioni alternative, gli sconti praticati da Gazprom spesso si sono rivelati convenienti quasi come i prezzi hub. In altre parole se con l’introduzione di questi ultimi si voleva tener sotto controllo il prezzo, l’intento è stato raggiunto ma il gas costa ancora troppo per essere competitivo come fonte primaria di energia in grado di sostituire i combustibili fossili più inquinanti in attesa del graduale passaggio al green. E comunque non ha messo al riparo il mercato da forti tensioni sui prezzi, come quelle che si stanno registrando in questi giorni. “Qualsiasi sistema che consente in diciassette mesi di far salire il prezzo in questo modo semplicemente non funziona. Il sistema europeo ha fallito, il mercato non è efficiente”, ha dichiarato il presidente di Nomisma Energia.

Oltre al gas, a mancare è poi anche il gas naturale liquefatto, a causa della concorrenza dei Paesi asiatici e della Cina in particolare che, ripartendo prima dopo la fase più critica della pandemia, si è accaparrata maggiori quantità di Gnl. Secondo Carlos Torres-Diaz, responsabile dei mercati dell’energia e del gas presso la società di consulenza Rystad Energy, quest’anno i livelli di gas negli stoccaggi europei sono “molto al di sotto della media quinquennale”, ha affermato al Financial Times, mettendo in guardia su possibili scarse forniture in vista dell’inverno. La carenza di energia è poi aggravata dalla stagione calda, che quest’anno è stato meno ventosa del solito, innescando una minore produzione di energia eolica: ”È normale vedere una certa stagionalità nella produzione eolica, ma quest’estate la produzione è persino inferiore rispetto agli anni precedenti: è tutto legato all’estate che abbiamo avuto in Europa, calda, secca e meno ventosa”.

Il calo di produzione eolica è evidente in Gran Bretagna, dove il livello di produzione eolica è molto alto, ma anche la Germania ha dovuto ridurre il suo approvvigionamento di energia generata dal vento, compensandolo con le produzioni fossili. Nei primi sei mesi del 2021, le fonti tradizionali hanno superato l’energia eolica nella generazione di elettricità. Il 56% del totale proveniva da fonti convenzionali come carbone, gas naturale o energia nucleare, per un incremento del 20,9% su base annua, che riporta idrocarburi e nucleare al primo posto nella classifica delle fonti dell’elettricità generata in Germania. La quota delle rinnovabili è invece diminuita dell′11,7% (scendendo a 44% in totale) rispetto ai primi sei mesi del 2020. A causa della debolezza dei venti nella scorsa primavera, l’energia eolica ha subito una contrazione del 21%.

Carenza fisica della materia prima, dinamiche di mercato, dispute geopolitiche, stagionalità di fenomeni atmosferici e una eccessiva dipendenza dalle forniture estere sono oggi le principali cause dei maxi-rincari attesi nelle bollette a cui contribuisce, in parte, anche la strategia comunitaria per il passaggio al green. Una transizione doverosa e necessaria, ma che non sarà indolore perché troppi sono i ritardi accumulati dai Paesi Ue nelle sue catene di fornitura, fonti di grandi incognite lungo la strada che porta al green.

(Huffpost)

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