Yemen e armi made in Italy: fake e pericolose riaperture

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Nessun embargo sulla vendita di armi agli Emirati, nessuna revoca delle licenze alla #RwmItalia per bombe agli Emirati. Chi mette in giro false notizie e perché?

Stavolta facciamo uno strappo alla grammatica giornalistica. Partiamo dal commento e poi dalla notizia. Anche perché nel commento c’è già una notizia. Che interesse ha La @Repubblica  a diffondere notizie false? Nessun governo italiano ha mai decretato un #embargo sulla vendita di #armamenti agli Emirati. E non è stata cancellata la revoca delle tre licenze alla #RwmItalia per bombe agli Emirati. #Fakenews. E’ il tweet di una delle persone più serie e competenti quanto a questioni legate al commercio, la vendita, la prodizione di armamenti: Giorgio Beretta. 

Fake e non solo

La questione è troppo seria, e grave, per farla cadere nel silenzio complice della stampa mainstream. E allora ecco la buona, sana, documentata, puntuta “controinformazione” messa meritoriamente in atto da Rete Italiana Pace e Disarmo e dal fronte disarmista che ha in Giorgio Beretta e Francesco Vignarca

“In merito alle recenti notizie di stampa riguardanti lo ‘sblocco’ delle forniture di armamenti agli Emirati Arabi Uniti va innanzitutto evidenziata la strumentalizzazione della notizia da parte di diversi organi di informazione che, non solo oggi ma da mesi, stanno parlando di un inesistente embargo di armi imposto dall’Italia verso gli Emirati Arabi Uniti: non c’è mai stato alcun embargo da parte del governo italiano o dall’Autorità nazionale competente, l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama) né verso gli Emirati Arabi né verso l’Arabia Saudita, ma solo la revoca di sei licenze di forniture di bombe e missili utilizzati da questi paesi nel conflitto in Yemen.

Inoltre, quella diffusa ieri non è una risoluzione della Camera sulla situazione nello Yemen, ma una semplice “Comunicazione congiunta” della Commissione Affari esteri della Camera al Parlamento Europeo, al Consiglio e al Comitato economico e sociale europeo. Considerato che le misure restrittive sulle forniture di armamenti nei confronti degli Emirati Arabi Uniti erano state decise dal governo Conte a seguito di precise mozioni votate dalla Commissione Esteri della Camera, se davvero la situazione in Yemen è cambiata è auspicabile che la Commissione si esprima con una nuova mozione anche a seguito di audizioni con le nostre associazioni, alcune delle quali sono direttamente impegnate con aiuti umanitari nello Yemen.

Ma va soprattutto detto con forza che proprio le numerose risoluzioni del Parlamento europeo (che per anni ha chiesto di imporre un embargo verso Arabia Saudita e UAE) e soprattutto le decisioni di vari Paesi europei, tra cui l’Italia, di revocare le licenze di forniture di armamenti hanno contribuito all’annuncio da parte degli Emirati di ritirarsi dallo Yemen. Questo dimostra che la revoca delle licenze decisa dal governo a seguito delle mozioni parlamentari e soprattutto delle reiterate richieste da parte delle nostre associazioni ha sortito l’effetto desiderato: l’annuncio del ritiro degli Emirati Arabi dal conflitto in Yemen. Solo una politica che non si piega ad indebite pressioni ma che mette rigorosamente in atto le norme stabilite dalle nostre leggi e dai trattati internazionali è in grado di portare paesi belligeranti a rivedere il proprio atteggiamento assumendo una nuova e più responsabile postura nella scena internazionale. Solo il dialogo tra le parti può infatti condurre ad una soluzione pacifica del conflitto in Yemen e non certo i bombardamenti indiscriminati sui civili attuati per anni da parte della coalizione militare a guida saudita”.

 Ricatti e riaperture.

Ma oggi, scrive la commissione, le cose sono cambiate, alla luce di un disimpegno da parte di Abu Dhabi nel conflitto yemenita ravvisato dalle forze politiche. “Va però ricordato – annota Gianni Rosini sul ilfattoquotidiano.it–  che nei mesi scorsi il governo emiratino ha sottoposto l’Italia forti pressioni che hanno contribuito a complicare ulteriormente i rapporti diplomatici tra i due Paesi. Non sono arrivate solo le limitazioni al commercio di altri prodotti tra Italia ed Emirati: innanzitutto Abu Dhabi ha deciso di chiudere la base militare di al-Minhad, snodo militare strategico per le missioni in IraqCorno d’Africa e Afghanistan, con i militari italiani costretti a tornare a casa. E successivamente si è assistito a un episodio che ha avuto una risonanza internazionale: in occasione della visita del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, al contingente italiano in Afghanistan per la cerimonia dell’ammainabandiera. Il Paese del Golfo ha vietato il sorvolo del proprio spazio aereo al volo che trasportava i giornalisti italiani al seguito della missione -.

Una decisione che costrinse i piloti a un atterraggio nell’aeroporto di Dammam, in Arabia Saudita, dove l’aereo rimase in attesa per circa tre ore prima di poter riprendere il viaggio. Comportamenti che, spiegò il ministro degli EsteriLuigi Di Maio, erano dovuti non solo alla decisione italiana di revocare l’export di razzi e bombe verso gli Emirati, ma anche agli esiti negativi dei casi Piaggio e Alitalia’, nel corso dei quali l’Italia “non è stata in grado di garantire a un investitore straniero quanto gli era stato assicurato”.

Ricatti e pressioni che sembrano aver sortito il risultato sperato. Già a inizio luglio, infatti, il governo italiano, attraverso la Uama (l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento), ha deciso di togliere la causa end-user certificate rafforzata sulla vendita di armi a Emirati e Arabia Saudita: la formula “rafforzata” consisteva in un impegno dei due Paesi, in fase di autorizzazione all’export, a non usare le armi acquistate dall’Italia (esclusi missili e bombe d’aereo, già colpite dalla sospensione) nel conflitto in Yemen.

In sostanza, armi da fuoco e altri prodotti Made in Italy diversi da razzi, missili e munizionamento pesante, potevano tornare ad essere impiegate nel conflitto yemenita.

L’ultima proposta della commissione Esteri  – conclude Rosini – sembra andare proprio in quella direzione per tornare a buoni e proficui rapporti diplomatici e commerciali con gli Emirati Arabi. Ma al momento si tratta solo di un parere all’interno di una comunicazione al parlamento Ue e non di un atto di indirizzo, quindi non è sufficiente a cambiare l’orientamento del Parlamento. ‘Senza un atto ufficiale delle Nazioni Unite che dimostri il ritiro degli Emirati dal conflitto in Yemen, qualsiasi esportazione di armi verso quel Paese va considerata contraria alla legge 185 e alle risoluzioni del Parlamento”, ha infatti specificato a Ilfattoquotidiano.it il deputato di LeU e membro della commissione esteri, Erasmo Palazzotto”.

I numeri della guerra nello Yemen

Il segretario generale dell’Onu António Guterres più volte ha definito la situazione umanitaria yemenita come “la peggiore carestia che il mondo abbia visto da decenni“. La fame è pressoché onnipresente in tutto il Paese; oltre 16 milioni di persone si troveranno in una condizione di scarsità alimentare nel corso di quest’anno e i numeri sono ancora in crescita. La malnutrizione acuta severa (MAS) è costantemente aumentata nel corso del 2021 e ha raggiunto livelli record: circa 2,3 milioni di bambini sotto i cinque anni si trovano in uno stato di malnutrizione acuta, di cui 400.000 rischiano di perdere la vita per insufficiente nutrizione e carenza di cure urgenti. Sono poi 1.2 milioni le donne incinte e in allattamento in condizione di malnutrizione acuta e, quindi, impossibilitate ad offrire nutrimento adeguato per sé e per i propri figli.

I prezzi del paniere hanno subito costanti rialzi nel corso degli anni, causati da una carenza di beni primari e conseguente impossibilità per la popolazione più povera di accedervi. I dati economici più recenti, monitorati dal Fondo Monetario Internazionale, evidenziano l’imponenza della crisi economica del Paese; al 2020 il Prodotto Interno Lordo è a quota a -5.

Un sistema sanitario distrutto dalla guerra

Tutti i servizi di base sono al collasso e chi opera sul campo tutti i giorni restituisce immagini devastanti: «Soltanto la metà degli ospedali funziona normalmente, un terzo delle scuole sono chiuse», spiega a Vita Marco Rotunno, operatore umanitario dhttps://www.youtube.com/watch?v=xso_aQsilYE in Yemen, «Più della metà della popolazione non ha acqua a sufficienza per i bisogni essenziali. Anche acquistare i medicinali o il sapone per prevenire il Covid-19 e altre malattie infettive, quali colera e malaria, diventa proibitivo». Il risultato è che ogni 10 minuti almeno un bambino muore a causa di malattie prevenibili. Spesso a dover far fronte alle necessità dei nuclei familiari sono donne rimaste sole, alle quali, a causa di fattori socioculturali, viene negata qualsiasi opportunità per sfamare e curare sé e i propri cari. Donne che in molti casi, indifese e prive di ogni risorsa, diventano anche bersaglio di soprusi e violenze di genere.

Ma il conflitto non si ferma e al momento non sembrano esserci spiragli di pace.

Dalla fine del 2020 gli Houthi controllano la maggior parte dei governatorati situati a nord e centro del Paese, il Consiglio di transizione meridionale (STC) controlla invece parte dello Yemen del sud (principalmente la città di Aden e Socotra) e il governo centrale (GoY) detiene la gestione del resto dei governatorati meridionali e orientali. L’incessante conflitto è la causa della povertà e miseria cronica in cui vive il paese da anni, a questo si aggiungono le inevitabili conseguenze di una totale assenza di controllo statale, servizi infrastrutturali inefficaci o inesistenti, carenza di beni primari come acqua, cibo e medicinali.

Operare in un contesto così instabile è molto difficile e rischioso, ma l’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, mantiene una presenza capillare nel Paese, per fornire aiuti essenziali per la sopravvivenza di milioni di sfollati, sotto forma di aiuti economici diretti alle famiglie più vulnerabili, utilizzati perlopiù per l’acquisto di cibo, medicinali e acqua potabile, di alloggi di emergenza, supporto psicosociale, recupero e riattivazione di scuole e ospedali. «Noi restiamo ogni giorno al fianco della popolazione yemenita, il DNA dell’Unhcr è esserci fisicamente per incontrare lo sguardo di chi ha bisogno. La situazione in Yemen, dopo 6 anni di conflitto, è indubbiamente grave e purtroppo anche fortemente sottofinanziata. Ma questo non deve indebolire la nostra solidarietà, al contrario deve spingerci a fare di più: chiediamo a tutti di fare un piccolo gesto per alleviare le tante, troppe sofferenze di milioni di uomini, donne e bambini yemeniti», spiega Chiara Cardoletti, Rappresentante dell’Unhcr per l’Italia, la Santa Sede e San Marino.

Per il 2021 sono necessari 271 milioni di dollari, purtroppo attualmente ne sono stati raccolti soltanto 119,5 milioni, ovvero soltanto il 44% delle necessità della popolazione sono soddisfatte.

“Il bisogno è grandissimo, quotidiano e crescente, ma le risorse sono estremamente limitate ed è urgente e necessaria una grande e corale risposta di solidarietà e di sostegno», conclude Cardoletti

Questo è lo Yemen. Un paese in ginocchio. Dove a prosperare sono solo i venditori di morte.

(Globalist)

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