Viterbo, acqua. Alt del Prefetto alla privatizzazione di Talete

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Stanno vendendo la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, o meglio prima di aver ottenuto dai proprietari l’autorizzazione a metterla su mercato.

E’ un po’ questa la sintesi che emerge dal carteggio tra l’amministratore unico di Talete e il presidente dell’Ato da una parte, e il prefetto Giovanni Bruno dall’altra.

Il rappresentante del governo, con una lettera inviata nei giorni scorsi aveva invitato Genova e Nocchi a fornire chiarimenti al comitato Non ce la beviamo sulla legittimità dell’iter di privatizzazione dell’azienda idrica, avviato senza le previste modifiche alle convenzioni di cooperazione e allo statuto della Talete da parte dei 32 Comuni soci. Nella risposta congiunta al prefetto, Genova Nocchi sono costretti ad ammettere che se queste modifiche non avverranno ex post “il percorso esplorativo oggi avviato non avrà alcun esito formale”. Come dire, abbiamo scherzato. 

E’ di venerdì scorso la notizia, data dall’amministratore unico di Talete in conferenza stampa, delle tre manifestazioni di interesse pervenute nell’ambito dell’avviso pubblicato dalla spa per cedere il 40% delle quote. I nomi non sono stati fatti proprio perché la procedura, come spiegato da Genova, è ancora in corso. Perché si possa proseguire serve infatti che i 32 consigli comunali si esprimano modificando, come detto, sia lo statuto di Talete, che oggi prevede una società interamente pubblica, che la convenzione di cooperazione. Il che non è per niente scontato che accada, considerata l’eterogeneità delle posizioni politiche in campo. Alcune domande nascono spontanee: perché queste modifiche non sono state fatte prima di procedere con l’avviso? Forse per forzare la mano dei sindaci e dei consigli comunali mettendoli di fronte a un fatto quasi compiuto? Peraltro non è la prima volta che ciò accade. A vendere una parte delle quote di Talete ci aveva già provato nel 2016 l’ex presidente Salvatore Parlato. Era stato individuato anche il possibile socio, ovviamente Acea, ma l’operazione non andò poi a buon fine. Già all’epoca, come in tempi più recenti, l’esponente del Pd Luisa Ciambella aveva presentato interrogazioni proprio per sottolineare l’irritualità di mettere in vendita quote di Talete senza il preventivo parere dei consigli comunali. Da ultimo è intervenuto sulla questione il comitato Non ce la beviamo con un esposto al prefetto. Di qui il richiamo di Bruno ai vertici di Talete e dell’Ato. Genova e Nocchi, nel confermare che i sindaci appartenenti all’Ato e i soci della spa, “attraverso un processo decisionale democratico (il passaggio nei consigli comunali, ndr), dovranno introdurre apposite modifiche alle convenzioni di cooperazione e allo statuto di Talete, e adottare tutti gli atti necessari a dare trasparenza e coerenza normativa a tale ipotesi aggregativa”, ringraziano il prefetto “per l’interesse e l’attenzione con cui segue da sempre le problematiche del servizio idrico nel nostro bellissimo ma ‘debole’ territorio”. Il riferimento è ovviamente alla debolezza di un Ato caratterizzato da bassa densità abitativa, con la conseguenza di una enorme rete idrica da gestire a fronte di un’utenza scarsa e pure parecchio morosa (oltre il 30 per cento).-

L’altra operazione avviata da Talete e dall’Ato, che prevede un intervento da 300 milioni, è quella che porta alla miscelazione delle acque viterbesi con quelle reatine del Peschiera per abbattere le concentrazioni di arsenico. L’acquedotto del Peschiera, come noto, è gestito da Acea. Per qualcuno questo è un chiaro segnale della strada che verrà seguita: la multiutility romana entrerà in Talete senza svenarsi (vista la situazione finanziaria della spa) e poi realizzerà la miscelazione delle acque con i soldi del Recovery Fund. Sempre ovviamente che arrivino.

(Corrierediviterbo)

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