Giulietti sul caso Report: “Così l’Italia si avvicina a Orban”

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Il presidente della Federazione della Stampa affida in questa intervista un possente j’accuse e, insieme, una chiamata alla mobilitazione per qualcosa che è ha fondamento di uno stato di diritto: la libertà d’informazione. 

 

“Un fatto gravissimo che, quanto a libertà di informazione, avvicina l’Italia all’Ungheria di Orban”. Il Tar contro Report e il diritto alla segretezza delle fonti. Quello che Beppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale della Stampa Italiana (Fnsi) affida in questa intervista a Globalist è un possente j’accuse e, insieme, una chiamata alla mobilitazione per qualcosa che è ha fondamento di uno stato di diritto: la libertà d’informazione.

Il pronunciamento del Tar sul “caso Report”. Qual è il segno di questa vicenda?

Un segno gravissimo, inquietante. In questo modo l’Italia cala di altri venti posti nei rapporti internazionali. E spiego il perché. Il modello del giornalista del servizio pubblico-funzionario della Pubblica amministrazione c’è già: è il modello ungherese e anche quello polacco. Chi dice che non c’è scritto niente in quella sentenza o non l’ha letta, o non sa leggere e allora bisogna avere tanta umana comprensione, e magari potrebbe rifrequentare le elementari con buon profitto. Oppure è in assoluta malafede. Perché lì c’è scritto una cosa gravissima…

Vale a dire?

Tu sei un pubblico funzionario e quindi devi consentire l’accesso agli atti. Come ha spiegato Sigfrido Ranucci, l’accesso agli atti sono anche le mail di denuncia che arrivano alla redazione di Report. Non ci vuole a capire la gravità di ciò che si vuole determinare. Anche una sola mail di segnalazione può essere successivamente usata contro la tv. Il criterio base non è, come dicono, la trasparenza che, ripeto, non c’entra niente. Nella Pubblica amministrazione sono due i criteri fondanti: trasparenza e fedeltà. Ma la fedeltà può essere un criterio di riferimento di un cronista?! C’è una differenza enorme tra l’essere un’azienda pubblica e un’azienda di stato…

 Qual è questa differenza?

C’è una bella differenza tra essere azienda pubblica, cioè pagata dagli utenti, ed essere azienda di stato come oneri etc. Dopodiché c’è una responsabilità del potere legislativo in questa complessa e nevralgica materia legata al diritto all’informazione…

A cosa ti riferisci in particolare?

La legge sulle querele-bavaglio è insabbiata al Senato. La legge sulla tutela delle fonti, un rapporto fiduciario gravemente violato dalle intercettazioni di Trapani, non è mai stata portata in aula. La legge sul segreto professionale che andava risistemata proprio per impedire l’aggiramento, non è stata mai portata in aula. La situazione è triste e preoccupante per quello che è accaduto e soprattutto per quello che non è accaduto. E non mi riferisco solo a Report. Perché è chiaro che si tenta adesso di fare un referendum come se la vicenda in questione riguardasse solo Report.

Io non cado in questa trappola. Quella sentenza è una sentenza pericolosa per tutti i giornalisti del servizio pubblico, di qualsiasi livello, che potrebbero vedersi chiedere le fonti, i loro documenti, come se fossero documenti amministrativi. Ma ci rendiamo conto della gravità della cosa! Aggiungo una seconda considerazione. Ma se avesse senso la tesi dell’equiparazione alla Pubblica amministrazione, chi potrebbe impedire che in una prossima sentenza del Tar si sancisse che chiunque abbia avuto o abbia finanziamenti diretti o indiretti vada equiparato alla Pubblica amministrazione? A quei colleghi che se la ridono perché pensano che finalmente hanno dato una botta a quei rompic…., adesso potrebbero scoprire che invece la sentenza potrà essere reversibile. A me, invece, quel tipo d’intervento non piace, disturba che si applichi a Report o a qualunque altra trasmissione o redazione. Per questa ragione mercoledì prossimo, alle ore 15, aderendo all’invito dell’Usigrai e di Articolo 21, ci sarà una conferenza stampa. Nomineremo un collegio di difesa composto da persone che difendono presso la Corte europea, da costituzionalisti e dai nostri legali, perché intendiamo accompagnare i colleghi di Report in ogni sede. Dopodiché, e me ne assumo tutta la responsabilità, aggiungo che qualora qualcuno dovesse chiedere a un giornalista le proprie fonti e gli chiedesse di violare il segreto professionale magari brandendo una legge o una sentenza del Tar o qualsivoglia atto intimidatorio, io mi auguro che non lo faccia, mi auguro che avverta le organizzazioni professionali, comunque sia gli metteremmo a disposizione gli avvocati. Per quanto mi riguarda, ho chiesto a Ranucci di essere in redazione se e quando qualcuno andrà per reclamare le loro fonti. Non sono battaglie che si possono fare con la mano sinistra. Non si possono fare al grido di mi è simpatico Report…La simpatia o l’antipatia per Report non c’entra niente. Chi voleva anche mettere in ginocchio Report, il signor Mascetti, come mai non ha scelto subito la via del tribunale? Perché non ha dato ampia facoltà di prova a Report? Forse era intimorito dal fatto che Report ha vinto 157 querele su 157? Te lo do io il motivo. Perché non li ha sfidati in aula? Perché non ci ha consentito di assistere tutti alle udienze? Ma come mai ricorre al Tar? Aggiungi che la Cedu (Convenzione europea per i diritti dell’uomo) ha istruito un processo che riguardava la Finlandia. Ha detto non è possibile effettuare intercettazioni a strascico dei giornalisti, si tratta di un altro modo di aggirare il segreto professionale e si tratta di un modo per impedire inchieste di pubblica rilevanza e d’interesse sociale. Può piacere o no, ma le materie trattate da Report erano di pubblico interesse e di grande rilevanza sociale. E non c’è dubbio che in questo caso prevalga l’indirizzo della Corte europea che tutela le fonti, tutela il segreto in modo estensivo e fa obbligo al giornalista di fornire tutte le notizie di pubblico interesse. Questo è il tema. E io credo che esso debba essere avvertito come un grande tema d’interesse nazionale. Un tema che dovrebbe stare a cuore ad ogni giornalista. Perché è una questione che riguarda tutte e tutti. E’ inutile fare finta. Vedo che alcuni non la pensano così, ma sono problemi loro.

(Globalist)

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