Vendola: «Draghi? È il governo che unisce i populisti alle oligarchie»

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Intervista. L’ex leader di Sel: «Giusto fare opposizione a un esecutivo che legittima i sovranisti ed è dominato da Lega e Confindustria»

Nichi Vendola, venerdì ha annunciato il suo ritorno alla politica dopo un periodo di «esilio». Cosa intende fare in concreto? Il campo della sinistra è ancora più frammentato e smarrito di quando lei nel 2015 ha lasciato…

La militanza politica, dalla parte degli ultimi e contro l’ ingiustizia, non è stata per me un hobby o una carriera, ma il senso stesso della mia vita e di tutte le mie scelte. E dalla passione politica non ci si dimette. Io mi sono dimesso dalla vita pubblica, ho scelto una sorta di esilio volontario, perché il dolore per un’accusa così ingiusta mi ha ucciso dentro: ma sono stato e sono un riferimento per tante e tanti che mi chiedono di uscire allo scoperto, di parlare. Questo intendo fare: riprendere la parola, in un mondo in cui la malattia delle parole ha contagiato e dannato la sinistra. La frammentazione a sinistra è solo un effetto del suo smarrimento semantico e simbolico, della perdita di uno straordinario vocabolario, di una visione del mondo che era capacità di discernimento e di orientamento.

L’esperienza di Sinistra italiana- forse anche per il suo ritiro- non ha avuto il successo e i numeri di Sel. Pensa che si debba costruire una nuova forza a sinistra del Pd? Con quali partner?

Non vorrei partire dagli abracadabra di nuovi inizi salvifici, non ci sono riti magici che possano restituire un popolo alla sinistra e ricostruire una «connessione sentimentale» smarrita da tempo. Condivido il posizionamento politico di Sinistra Italiana, all’opposizione di un governo davvero cinematografico: quello in cui tutti i populisti e tutte le oligarchie si incontrano sul terreno dell’emergenza. Ma detto questo sono più interessato alla ricostruzione di un progetto politico e culturale che sia di critica radicale della “dittatura del presente”, un presente in cui si smarrisce persino la centralità dei diritti umani in nome della logica del profitto. E non riesco a non partire da una presa di distanza da quel «riformismo delle contro-riforme» con cui la sinistra moderata ha assecondato i disegni di riduzione della democrazia in nome della governabilità, ha legittimato guerre disastrose, ha subìto persino con allegria l’egemonia liberista.

Cosa pensa di una coalizione con Pd, M5S e sinistra? È la strada giusta per battere la destra sovranista?
Un’alleanza deve essere innanzitutto un’idea di Paese. Le destre, a guida sovranista, dicono con chiarezza cosa sono e cosa vogliono: detassare la ricchezza, organizzare uno Stato caritatevole con i poveri italiani, criminalizzare le diversità e i migranti, privatizzare la giustizia, statalizzare la morale privata, cristallizzare le diseguaglianze sociali e inibire l’evoluzione dei diritti. Ma dall’altra parte? Che analisi facciamo del mondo post-pandemia, cosa diciamo sulla vicenda paradigmatica di Big Pharma, cosa su quella merce povera e poverissima che si chiama lavoro, sul Welfare, sui dannati della terra, sulla vendita di armi agli sterminatori di tutto l’universo, sulla solitudine del popolo palestinese? Non penso a un elenco di buone intenzioni, ma ad una capacità di lettura condivisa delle contraddizioni del nostro tempo, penso a un cimento collettivo che porti a fare di una alleanza una speranza per le nuove generazioni.

Il M5S di Conte potrà essere un soggetto del nuovo centrosinistra?

Se il populismo viene corretto col moderatismo, siamo al galateo, alla superficie delle cose. L’autocritica di Di Maio sul furore giustizialista del suo movimento è stata importante ma solitaria ed estemporanea. Una grande domanda di cambiamento è stata drenata dalla giovinezza e dal candore distruttivo dei grillini, cioè di un movimento settario e integralista: la sua evoluzione governista non ha affrontato minimamente quei nodi di cultura politica (e di educazione alla democrazia) che sono tutti ben visibili quando si osservi la violenza e spesso la miseria della lotta politica intestina.

Non pare convinto dell’alleanza strategica…

Hanno rappresentato una domanda di cambiamento radicale, auspico non venga tradita, come in quella canzone che dice: “sei diventato vecchio e non adulto”. Il moderatismo non è la medicina che cura il populismo, spesso è la causa che lo produce, e oggi di fronte alla radicalità del conflitto sociale non abbiamo bisogno di un silenziatore.

In questi anni c’è stata molta autocritica nella sinistra che – dagli anni Novanta-si è lasciata dominare dal neoliberismo. Che effetto le fa?

Costruimmo Rifondazione comunista non per nostalgia o istinto di restaurazione, ma per reagire a quella deriva. Non irrido ai pentimenti postumi, vorrei sulla base di questa tardiva autocritica costruire oggi quello che ancora non c’è: un pensiero e una politica alternativi al liberismo. Qui e ora.

Che valutazione dà del Pd a guida Letta? Lo accusano di essere troppo di sinistra per aver proposto una tassa sulle grandi successioni.

Questi avrebbero accusato persino Luigi Einaudi, che nell’immediato dopoguerra scrisse un istruttivo libretto intitolato «L’imposta patrimoniale», di essere un inconsapevole bolscevico. E’ talmente introiettata la resa all’avversario e alla sua cultura, che una proposta giusta, benché modesta, come quella di Enrico Letta viene interpretata come uno sbandamento a sinistra. La verità è che lo sbandamento a destra ha fatto perdere la bussola. Ottima invece la proposta di Sinistra italiana di una imposta patrimoniale.

Il governo Draghi rischia di essere come quello di Monti, una pietra al collo delle forze progressiste che donano sangue e poi perdono le elezioni?

Mi pare che il governo Draghi stia indirizzando l’Italia post-Covid nella continuità con quella che c’era prima. I nodi del salario minimo e dei licenziamenti sono solo evocativi della natura di questo gabinetto emergenziale. Il governo sta legittimando sulla scena europea i sovranisti italici e ha il suo portafoglio saldamente nelle mani di una Lega molto confindustriale e di una Confindustria molto leghista.

La sua condizione di condannato in primo grado nel processo Ilva sarà un handicap nel suo impegno politico? Da sinistra si possono attaccare i giudici?

Certo la mia implicazione nel processo Ilva è un fatto drammatico per me e condiziona pesantemente il mio impegno. La mia reazione a caldo è un grido di dolore, ma nulla è più lontano dal mio stile che una guerriglia contro i magistrati. Sono stato amico di alcuni tra i migliori magistrati italiani, ho condiviso molti lustri di impegno sulla frontiera della lotta alle mafie. Le sentenze ovviamente non sono la parola di Dio, come dice Luciano Canfora sono dentro la storia umana e possono essere sottoposte a un vaglio critico. Quel giorno volevo urlare una cosa semplice, nota a tutti: io non sono Verre, il governatore di Sicilia le cui concussioni e rapine furono dimostrate minuziosamente da Cicerone…

A sei anni dalla fine dell’esperienza in Puglia, che bilancio trae a mente fredda? Cosa non rifarebbe?

Rifarei tutto quello che ho fatto, con l’amore per il bene comune e per la mia terra.

Il suo post sul ritorno in politica ha suscitato commenti positivi. Pensa di poter essere ancora leader in prima linea? Chi vede come nuovi leader?

La sinistra non è orfana di leader, ma di un popolo. Non intendo candidarmi a nulla, solo dire ciò che penso. Oggi il mio ritorno dall’esilio avviene attraverso un libro di poesie, «Patrie», edito da Il Saggiatore, che è una polemica civile contro i muri e il filo spinato dei sovranisti, cioè dei fascisti della nostra povera contemporaneità. Ho attraversato un lungo doloroso silenzio e ora ho ritrovato la voglia di lottare. Con le uniche armi a mia disposizione: la passione e le parole.

(Il Manifesto)

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