Spagna. Alta Corte: via libera al sindacato delle prostitute. Protestano le femministe

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Per i collettivi femministi è «una pessima notizia», mentre una parte delle prostitute esulta all’indomani del verdetto col quale si riconosce il diritto ad associarsi. Ma c’è lo scandalo della tratta

Per i collettivi femministi è «una pessima notizia», mentre una parte delle prostitute esulta all’indomani del verdetto col quale la Corte Suprema spagnola ha riconosciuto il loro diritto ad associarsi in sindacato come «lavoratrici sessuali». La sentenza di Cassazione con la quale l’Alta Corte dà ragione al sindacato Organización de Trabajadoras Sexuales (Otras), il primo costituito in Spagna, ha infiammato il dibattito sulla prostituzione. La sentenza non entra nel merito della legalità di un’attività che non ha «legalità», perché non regolata. Ma riconosce alle associate «il diritto fondamentale alla libertà sindacale», come ogni altra persona. Anche se limitatamente a coloro che lavorano come «autonome».

La battaglia legale risale al 2018, quando Otras riuscì a iscriversi al registro sindacale, con l’autorizzazione del ministero del Lavoro. Però, all’indomani della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, l’allora ministra socialista, Magdalena Valerio, riconobbe «l’autogol», perché in sostanza equivaleva ad avallare lo sfruttamento sessuale. La legislazione penale spagnola, argomentava, non consente di lavorare come prostituta per conto terzi «anche se l’attività non sia coercitiva e ci sia il consentimento della persona prostituita». Così come «la figura del protettore resta criminalizzata». In base al ricorso presentato dallo stesso governo Sánchez, assieme a quelli di due Piattaforma femministe per l’abolizione della prostituzione e contro il maltrattamento delle donne, il tribunale dell’Audiencia Nacional annullò gli statuti sindacali.

Ma ora la Corte suprema ha riconosciuto che la libertà sindacale invocata da Otras «è conforme a diritto». Non «la legalizzazione, tolleranza o penalizzazione» del lavoro sessuale, che va risolta per via legislativa.

Un verdetto che tuttavia contribuisce a “ufficializzare” la professione in un Paese dove, in mancanza di statistiche, secondo i dati di polizia l’80% delle donne che si prostituiscono è vittima della tratta. Una sentenza scomoda per il governo progressista di coalizione e per la ministra di Uguaglianza, Irene Montero (Podemos), che ha fra le priorità del programma la legge – non ancora presentata – per la lotta al traffico e ai prosseneti, liberi di gestire i “club de alterne” a scopo di lucro. E la modifica del Codice penale, con multe pesanti ai clienti e ai proprietari dei locali dove si esercita la prostituzione, che è ancora paralizzata.

(Avvenire)

 

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