Pasquale Tridico: “Più contributi e meno cassa. Vi spiego perché l’Italia è ripartita”

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Il presidente dell’Inps propone la proroga del blocco dei licenziamenti per il tessile e le pelli. “Falsità sul reddito di cittadinanza” 

Presidente Tridico, la notizia del giorno è il ritorno della produzione industriale ai livelli pre Covid. È un altro segnale della fase di ripresa e di fiducia che sta attraversando il Paese. Dal suo punto di osservazione privilegiato, in qualità di presidente dell’Inps, vede segnali di svolta anche nel mondo del lavoro?

Vedo un indubbio miglioramento delle prospettive. I dati trimestrali dei flussi contributivi delle aziende sono incoraggianti e addirittura superiori, seppure di poco, a quelli dello stesso trimestre del 2019. È un segnale molto significativo perché questi flussi sono il vero termometro dell’attività produttiva.

Siamo vicini alla fine della stagione dell’Inps come “pronto soccorso” per dirla con un’espressione che lei utilizzò circa un anno fa per definire la macchina degli aiuti?

L’Inps è uno stabilizzatore automatico dell’economia per definizione, lavora secondo un meccanismo che possiamo definire “a fisarmonica”: avanza quando l’economia privata arretra e viceversa arretra quando la stessa economia avanza. Oggi la fisarmonica si sta gradualmente indirizzando verso una riduzione delle prestazioni erogate e anche questo è un altro segnale di ripresa e di fiducia.

Andiamo dentro la riduzione graduale degli aiuti. Da quali dati si evince questo trend?

Quelli più significativi sono quelli che riguardano la cassa integrazione: abbiamo un tiraggio (le ore di cassa effettivamente utilizzate, ndr) diverso rispetto all’anno scorso, sia in termini assoluti che percentuali. Per la cig nel 2020 abbiamo stanziato oltre 21 miliardi, con un tiraggio che è stato di circa il 50% rispetto all’autorizzato. Per il 2021 lo stanziamento è significativamente più basso, 8,2 miliardi, proprio tenendo conto del miglioramento delle prospettive. Vediamo un ricorso inferiore alle autorizzazioni, con un probabile minor tiraggio.

Cosa dicono questi numeri?

Dicono che le imprese stanno chiedendo meno cassa integrazione e che la differenza tra la richiesta e l’utilizzo è minore rispetto a un anno fa. Il che significa che si riprende a lavorare e le aziende ripartono.

Meno cassa integrazione però non si sta traducendo in più posti di lavoro. Le imprese tra l’altro lamentano che non si trovano gli stagionali, come i cuochi e i camerieri, perché preferiscono prendere il reddito di cittadinanza e stare a casa. Condivide questa visione?

Per nulla, anche perché è viziata da due falsi assunti.

Cioè?

La prima falsità è che i cuochi e i camerieri percepiscono il reddito di cittadinanza: non è vero, quasi tutti hanno avuto il bonus per gli stagionali. La seconda è dire che il reddito di cittadinanza è un disincentivo a lavorare: una media di 550 euro per un nucleo familiare non è un livello di sussidio tale da permettere a qualcuno di rifiutare un lavoro. È un reddito di sussistenza, simile a quello che esiste in ogni Paese civile e in Europa, in cui però esiste in parallelo anche un salario minimo.

Le imprese, però, sono convinte del contrario. Da ideatore del reddito di cittadinanza non si sente chiamato in causa?

Sul reddito di cittadinanza si è creata una falsa percezione, anzi un falso mito sul fatto che tutti prendano 780 euro, cosa che non è vera. Io penso che non si trovano lavoratori per un altro motivo.

Quale?

Il caso della Sammontana fa scuola. Esiste un meccanismo molto semplice: quando i lavoratori sono pagati in modo congruo, allora quel lavoro è ricercato. Da quando è nato, il welfare si è configurato sempre come un minimo di sussistenza per i lavoratori. Le regole di mercato devono valere al di sopra di questo minimo, non sotto. Non si possono pagare i lavoratori 2-3 euro all’ora.

Lo specchio delle assunzioni sono i licenziamenti. Lei ritiene che bisogna modificare lo schema attuale?

I settori più colpiti hanno bisogno di un’ulteriore protezione: per loro e sotto determinati requisiti si può pensare di consentire il blocco dei licenziamenti fino al 31 ottobre.

Come si individuano i settori per cui si renderebbe necessaria un’ulteriore proroga del blocco?

A mio avviso prendendo in considerazione due indicatori: l’utilizzo della cassa integrazione, cioè la percentuale di chi è in cassa sul totale dei lavoratori, e l’intensità della cassa stessa. Alcuni settori hanno una percentuale di cassa molto elevata, ma per individuare i settori più vulnerabili bisogna anche capire da quanto tempo il lavoratore è in cassa integrazione, se da 6 mesi invece che da un anno.

Per quali settori è opportuno allungare il blocco dei licenziamenti fino a fine ottobre?

Stiamo facendo una ricognizione proprio su questo. Sicuramente il tessile, ma anche la produzione e la vendita di articoli di abbigliamento e delle pelli. Ci sono poi le produzioni di stampe e supporti di registrazione e il settore del tabacco. Anche quello della fabbricazione di auto e rimorchiatori è in affanno, ma qui conta soprattutto la crisi strutturale del settore. Tutti questi sono settori e platee potenziali, poi toccherà alla politica fare le sue scelte.

L’altra grande questione del mercato del lavoro che vive una fase di transizione è la protezione dei lavoratori. Il Governo punta sulla riforma degli ammortizzatori sociali anche per attutire il colpo dei licenziamenti. Quando sarà pronta?

Stiamo lavorando insieme al ministro Orlando, come dichiarato da lui sarà pronta a luglio. Il principio che ci ha portato la pandemia e che verrà riversato nella riforma è che tutti i lavoratori devono avere diritto alla cassa integrazione, a una protezione. Sull’universalità dello strumento arriveremo a risultato.

Non ci sarà però la cassa integrazione unica. Perché?

Il Paese è fatto di tanti interessi, dai Fondi ai comitati, e purtroppo questo non ci permetterà di raggiungere questo obiettivo in questa fase. Peccato, perché un unico strumento avrebbe semplificato, e di molto, il sistema della cassa.

Quali novità arriveranno con la riforma?

Una sarà sicuramente la domanda unica per la cassa integrazione. Come Inps stiamo lavorando a un sistema innovativo che garantirà alle aziende di avere un accesso unico. Non ci sarà la cig unica, ma anche la domanda unica, sul fronte delle aziende e degli utenti, è una semplificazione importante.

C’è un grande attivismo su licenziamenti, assunzioni e ammortizzatori, ma Confindustria chiede di staccare la spina alla stagione dei sussidi. Anche Draghi e la Banca d’Italia, seppure in maniera graduale, tracciano la stessa strada. Il reddito di cittadinanza può avere ancora un futuro nell’Italia post pandemia?

Faccio fatica a pensare che anche in futuro un governo possa eliminare uno strumento come il reddito di cittadinanza. Dobbiamo entrare nella logica dei sussidi virtuosi, come il reddito, che fanno parte oramai del welfare del Paese. Il reddito di cittadinanza, ma anche la cassa integrazione e la Naspi, sono strumenti importanti di integrazione nel mercato del lavoro.

Lo dice perché è considerato il papà del reddito di cittadinanza?

Lo dico perché il reddito di cittadinanza funge da reddito minimo, quello che esiste in tutti i Paesi europei. È perfettibile e può essere migliorato, ma fa parte del welfare del Paese.

Il tema delle pensioni è stato messo un po’ da parte dalla politica, ma a fine anno scade quota 100. Senza nuovi interventi varrà la riforma Fornero e basta. Sono necessarie nuove misure?

Quote rigidi e uguali per tutte, diverse da quelle della riforma Fornero, sono sbagliate e a mio avviso difficili. Si può pensare, all’interno del modello contributivo, a una certa flessibilità, da fare però a costo zero o quasi. In questo senso la flessibilità in uscita può essere utile per i lavori usuranti o gravosi.

L’Inps ha erogato miliardi di aiuti, ma la macchina, come tutte quelle della Pubblica amministrazione, ha bisogno di innovazione. Come pensate di intercettare l’occasione che arriva dal Recovery?

Stiamo lavorando molto e su diversi progetti con il ministro per la Transizione digitale Colao e con quello per la Pubblica amministrazione Brunetta. Siamo una delle pubbliche amministrazioni più grandi e durante la pandemia abbiamo raggiunto 15 milioni di italiani, oltre ai 42 milioni che raggiungiamo ogni mese. Avremo un ruolo principale nel cloud nazionale a cui sta lavorando il ministro Colao e parteciperemo a quell’azione di reclutamento che, grazie all’impulso del ministro Brunetta, metterà a bando migliaia di posti necessari per supportare la macchina pubblica e il Paese.

(Huffpost)

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