Occupanti del Caravaggio: «Non ci muoviamo senza una soluzione»

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Parla Anna, che vive nell’occupazione di Tor Marancia ed è attiva nei movimenti per il diritto all’abitare: «Fra famiglie e single, i nuclei sono 105 e tutti quanti devono uscire da qua con le chiavi di una casa in mano»

Sta scadendo il tempo per l’occupazione romana di viale del Caravaggio: venerdì 11 giugno, infatti, è il giorno che il prefetto Matteo Piantedosi ha indicato come termine ultimo per lo sgombero. Nel momento in cui quella data è stata comunicata ai diretti interessati, i 105 nuclei familiari che vivono nello stabile di proprietà della famiglia Armellini, e alle e agli attivist* dei Movimenti per il diritto all’abitare, è stato riattivato anche un tavolo di trattativa tra Municipio VIII e Regione Lazio per trovare soluzioni abitative per tutt* le e gli occupanti.

Anna è una delle oltre duecento persone che vivono all’occupazione avviata il 6 aprile del 2013, inoltre è attiva nei Movimenti per il diritto all’abitare: in questa sua doppia veste ha seguito da vicino il lento e faticoso procedere della trattativa. L’abbiamo contattata telefonicamente per farci raccontare nel dettaglio tutto l’iter della vicenda e per riflettere sul quadro più ambio della questione abitativa a Roma e non solo.

Quando è ripartito il tavolo di trattativa e con quali premesse?

Di questo tavolo si parlava già da tempo. Poi, per questioni politiche e per l’arrivo della pandemia, si è bloccato tutto. La trattativa infine è ripresa due settimane fa, ma in maniera molto accelerata perché il Prefetto improvvisamente ha deciso che Caravaggio deve essere sgomberato entro venerdì 11 giugno. Tutto ciò accade nonostante in precedenza avesse detto che non ci sarebbero stati sgomberi forzosi e che lui la violenza non l’avrebbe usata.

Questo ci ha lasciato perplessi, anche perché contemporaneamente è stata fatta un’incursione in un’altra occupazione, quella di Torrevecchia: sono entrati un’ottantina di militari, hanno proprio preso possesso del palazzo dicendo che dovevano fare un censimento. Questo ci ha ancora di più messo in allarme, l’abbiamo proprio percepito come un avvertimento: “Attenzione perché noi arriviamo ed entriamo quando vogliamo”.

Nonostante tutto questo, ci siamo incontrati con la regione e con il Municipio VIII per portare avanti la trattativa. Già da tempo si parlava di case, ma il numero esatto appariva e scompariva: non si sapeva mai quante fossero, una volta erano cinquanta, un’altra sessanta… Noi però siamo sempre stati fermi su un punto: i nuclei di Caravaggio sono 105, famiglie e single, e tutti quanti devono uscire da qua con le chiavi di una casa in mano. Ognuno deve avere un tetto sulla testa, altrimenti da qui noi non ci muoviamo

Nonostante il tavolo coinvolga istituzioni quali Regione e Municipio, dalla Prefettura non sono arrivati comunque segnali distensivi?

L’ultimo incontro fatto in prefettura è quello in cui è stata proposta la data dell’11 giugno. Noi abbiamo chiesto che i tempi fossero un po’ meno stretti: c’è una trattativa, aspettiamo almeno tutto il mese di giugno. Poi finiscono le scuole e se tutti hanno le chiavi in mano, la gente da Caravaggio se ne va perché nessuno vuole stare qui per tutta la vita. Anche se noi siamo super organizzati, comunque nelle occupazioni ci sono disagi. Non abbiamo l’acqua nelle stanze e dobbiamo andare a lavare le cose in un lavandino che abbiamo costruito noi, i servizi sono in comune.

Purtroppo il Prefetto per ora è stato irremovibile. Speriamo che parlando con l’assessore Valeriani o con il Municipio capisca che c’è volontà nostra di portare a termine al più presto la trattativa. Da parte nostra è tutto trasparente, abbiamo messo tutto sul piatto, quanti nuclei siamo, abbiamo fatto un censimento, ne avevamo fatto un altro due anni fa: quindi non c’è niente che possa fargli pensare che noi vogliamo rimanere a Caravaggio. Noi vogliamo la casa: se loro ci danno la possibilità di farlo e il comune si dà una svegliata, noi siamo a posto. Al momento però siamo molto sulla difensiva comunque, perché non ci fidiamo: se almeno ci fosse per il momento un’apertura di altri giorni, ma non ce n’è. Quindi per noi la data dell’11 è di fondamentale importanza.

Ci sono alcune novità perché si è iniziato a parlare di un piano di case per ogni famiglia. All’appello però continua a mancare il comune di Roma che è sempre stato contro gli occupanti, che non ha mai cercato nemmeno di incontrarci e che in questa situazione ha messo sul piatto solo una decina di case. Ma non è neanche così certo: l’assessora Vivarelli, la diretta responsabile, non risponde alla mail. Tutto potrebbe procedere con più chiarezza, ma c’è invece questa situazione di stallo per l’atteggiamento del comune. L’ultimo incontro c’è stato lunedì, solo con il Municipio. Ma siamo in attesa che il comune si faccia vivo e in attesa di incontrare nuovamente l’assessore regionale Valeriani.

Ci sono poi ovviamente problemi riguardo le residenze: a causa dell’articolo 5, infatti, le persone che occupano non hanno diritto alla residenza. Questo ha causato un grande disagio per le persone che hanno dovuto prendere residenza in altri posti. Inoltre la città assolutamente non riconosce le residenze fittizie, quindi chi deve rinnovare i permessi di soggiorno incontra mille difficoltà. Tutti questi ostacoli devono essere superati e si potrà farlo con un nuovo incontro con l’assessore Valeriani. Serve poi che il Prefetto riconosca tutti gli abitanti di Caravaggio come possibili affittuari di una casa popolare.

Siamo in attesa di tutte queste risposte: la trattativa è lì, ma non riesce a giungere a termine. Siccome si avvicina il giorno dello sgombero, noi abbiamo fatto appello alla città perché sostenga Caravaggio in questa lotta e perché si faccia custode della trattativa, perché non riguarda solo Caravaggio: riguarda tutte le occupazioni, tutte le persone che hanno problemi con la casa.

Roma, d’altronde, è famosa per non avere, da anni, un piano di edilizia residenziale pubblica, quando invece ha un piano decennale per gli sgomberi…

A Roma c’è sempre stata una grande fame di case. Io ricordo che quando ero piccola già c’era il problema della casa e degli affitti, ma mai come oggi. Fino agli anni ottanta però c’era un piano di edilizia residenziale pubblica, poi a un certo punto tutto si è bloccato. Forse qualche casa popolare è stata data nei primi anni novanta, però sono praticamente trent’anni che questi piani non vengono più attuati, si è spinto soltanto sulla rendita e sul profitto.

Noi come Movimenti per il diritto all’abitare crediamo che la giustizia sociale passi proprio attraverso la lotta per la casa. “Senza casa non c’è cura”, questo è il nostro motto. Se una persona non ha un tetto sulla testa, non si può curare, non può mandare i figli a scuola e spesso non può nemmeno lavorare perché magari non ha la residenza. Noi abbiamo una posizione chiara e ferma: tutti devono avere un tetto sulla testa e lo dice anche la costituzione. Abbiamo anche lavorato per fare in modo che venga proposta una nuova legge sull’abitare. Non si può accettare che le persone vivano e dormano per strada, che la gente muoia di freddo, com’è successo a Roma anche quest’anno.

Dunque è assolutamente necessario che venga ripreso un piano di edilizia residenziale pubblica, che vengano stanziati dei fondi. Forse non c’è neanche bisogno di costruire: a Roma ci sono tantissime case vuote, che vengano rimesse a posto. La politica invece, nonostante ci sia questa carenza di abitazioni, sta mettendo in vendita le case popolari, ben7500 alloggi. E non ci sono cento case per Caravaggio? O mille case per tutte le persone che ne hanno bisogno in questo momento? Mi sembra che la politica qui debba proprio cambiare. Perché il tema della casa è fondamentale, ma è circondato da speculazioni. Non si può risolvere un problema così importante soltanto attuando sfratti e sgomberi, gettando la gente in mezzo alla strada.

Noi abbiamo fatto assemblea proprio in questi e sono venute tantissime associazioni e tantissime persone. Ci sono stati tantissimi interventi: tutti hanno riconosciuto che questo grande problema non tocca solo gli immigrati, gli stranieri o gli italiani che hanno perso il lavoro, ma riguarda un po’ tutti. Tra un po’ il problema della casa, con la crisi economica dovuta alla pandemia, toccherà anche i gradini un po’ più alti della società. Molta gente quindi è interessata e soprattutto preoccupata. Tanti e tante si sono dichiarati disposti a dare una mano a Caravaggio. Per venerdì mattina abbiamo pensato di fare una barricata solidale, un muro che deve essere un simbolo e un messaggio per le istituzioni: non ci devono più essere gli sgomberi. Se c’è in corso una trattativa, bisogna concederle il tempo di essere portata a termine. Non si può dire l’11 vengo e sgombero. Perché qui ci sono persone e non oggetti; ci sono bambini che hanno appena finito di andare a scuola e altri che ancora stanno andando all’asilo.

Come può un’istituzione, la Prefettura, dare un diktat di questo genere? La città non è assolutamente disponibile a lasciare che ciò avvenga. Tutte le persone che abitano qui dentro al Caravaggio si alzano la mattina per andare a fare due/tre ore di pulizie, le scale se sono donne, oppure lavori a giornata se sono uomini. Tirano avanti e sono tutte persone che non riescono a pagarsi un affitto come quelli che ci sono in una città cosmopolita come Roma. Si va oltre le migliaia di euro, tra affitto e spese, per una famiglia grande; mentre un single deve comunque pagare sei/settecento euro se vuole vivere un po’ dignitosamente. E quando le persone perdono il lavoro, vengono sfrattate e buttate in mezzo a una strada. Questo è un problema che riguarda tutta la città e tutta l’Italia.

Infatti, la lotta per la casa continuerà: ci sarà una manifestazione nazionale il 26 di giugno sotto il Ministero delle infrastrutture, perché è direttamente e finanziariamente coinvolto. Però, per quanto si sia sempre detto d’accordo con quanto sosteniamo, poi non è stato messo a frutto nulla di quanto discusso. E anche adesso, nel Piano di ripresa e resilienza, sono stati stanziati miliardi e miliardi per altre nuove grandi opere, ma per la casa non è stato pensato quasi nulla.

(DinamoPress)

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