Donne! È arrivato il Pnrr!

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Note sparse sull’uso e l’abuso del termine “genere” nel piano nazionale di ripresa e resilienza: siamo di fronte a un’ennesima declinazione delle strategie di “inclusione differenziale” per cui si vuole soltanto estrarre plusvalore dal lavoro femminile, senza tenere in conto i desideri concreti delle singole donne.

Mentre andava in scena l’ennesimo conflitto divisivo intorno al DDl Zan sull’uso delle nozioni di sesso e genere, le camere votavano in fretta e furia il Pnrr, ovverosia il piano nazionale di ripresa e resilienza che dovrebbe traghettare il nostro paese verso il superamento della crisi pandemica. Tuttavia, se sul primo tema, molto veicolato anche dai social all’indomani della performance di Fedez, si sono letti molti interventi provenienti dal mondo dei movimenti femministi e femminili, questo documento di 354 pagine che determinerà la storia economica e sociale dei prossimi anni sembra non avere appassionato più di tanto l’opinione pubblica e il femminismo. Eppure, all’interno del Pnrr il concetto di genere, usato ben 62 volte, è determinante rispetto all’impianto di fondo del piano, nonché trasversale a ogni missione.

La parola donna/donne è usata ben 61 volte, la parola “cura” 40 volte. Quest’ultima viene presa in considerazione come un «valore sociale», nonché come una questione di «rilevanza pubblica» che «non può essere lasciata sulle spalle delle famiglie», nonché distribuita in modo diseguale tra i generi, ma sempre associata all’idea secondo cui le donne, pur essendo statisticamente la maggior parte della popolazione, pur essendo più laureate degli uomini e anche con voti più alti, debbano essere sempre considerate come un «gruppo sociale vulnerabile» da includere con dispositivi specifici.

Fantastico, verrebbe da dire, il paese è diventato femminista, si è finalmente capito che senza il lavoro di cura e di riproduzione sociale, ribattezzato in pandemia come «lavoro essenziale», non si va da nessuna parte, se non fosse che dietro quell’incidenza costante di parole “bugiarde” e dietro l’uso e l’abuso della nozione di “parità di genere” si nascondono non poche contraddizioni.

Intanto bisognerebbe capire come mai il “genere” viene associato solo al sesso femminile, nonostante i generi siano due per la norma eterosessuale e svariati altri qualora sesso e genere non coincidano. 

La nozione di “cura”, ad esempio, è stata molto studiata in sociologia e in filosofia soprattutto come postura legata al ripristino del legame sociale, come una nuova idea di giustizia sociale, nonché un’idea di politica basata sull’interdipendenza e sulla relazione attraverso cui i generi (al plurale) e le generazioni possono ridisegnare un nuovo modo di stare al mondo, ma di questa lettura nel Pnrr non v’è traccia. Per il governo, infatti, la cura è solo una forma di investimento infrastrutturale sugli asili nido, che vanno benissimo, ma non sono certo l’unica soluzione affinché ogni donna possa realizzare se stessa. Inoltre, vale la pena sottolineare anche un’altra incongruenza, o se vogliamo rimozione, piuttosto imbarazzante, ma al contempo indicativa.

Nel piano si usa spesso il concetto di inclusività e occupazione femminile, così come riportano i dati sull’aumento della disoccupazione femminile moltiplicatisi in pandemia, ma gli stessi non vengono mai correlati alla questione strutturale della scomposizione e della precarizzazione del lavoro: questione che precede l’emergenza da Covid-19. Infatti, con il termine «femminilizzazione del lavoro», presente in molte ricerche sociologiche, ma non nel Pnrr, si intende anche e soprattutto un comparto produttivo basato sul lavoro di cura, la cosiddetta “care economy” usata per coprire, capitalizzandola, la crisi del welfare e la progressiva inesigibilità dei diritti sociali di novecentesca memoria.

Nei comparti produttivi come il turismo, i “servizi alla persona”, la parasanità, la cura degli anziani, le cooperative sociali, l’associazionismo sono soprattutto le donne a lavorare e trattasi di lavori precari e sottopagati. In altre parole è il comparto a essere crollato in pandemia ed è solo per questo che è aumentata la disoccupazione femminile. Trattasi, dunque, di un dato strutturale legato ai processi di scomposizione del lavoro e della nozione di lavoro salariato a tempo indeterminato che questo piano non recepisce, anzi rilancia sullo stesso modello di sviluppo fallito con la pandemia.

Di base il Pnrr è un piano di investimento, tendenzialmente pensato per ridurre i diritti e strutturato su un modello di sviluppo centrato sull’estrazione del valore e sul rilancio del modello neoliberista fortemente determinato dal rapporto crescita-consumi che tiene conto solo dei mercati, bypassando totalmente i diritti fondamentali previsti dalla nostra Costituzione. 

Il cosiddetto «prisma dei diritti sociali europeo», infatti, già tarato solo su crescita economica e inclusione, viene nominato solo sei volte nel piano e direttamente declinato a partire dal concetto di messa a valore del genere femminile per il tramite di dispositivi di inclusione e di indicatori di sviluppo tra cui il “gender index”. A pagina sette del piano, ad esempio, si esplicita l’idea di giustizia sociale presente in esso: «Un fattore essenziale per la crescita economica e l’equità è la promozione e la tutela della concorrenza.

La concorrenza non risponde solo alla logica del mercato, ma può anche contribuire ad una maggiore giustizia sociale (la concorrenza, non i diritti!, ndr)». Non a caso la parola “impresa” è nominata 239 volte nel piano, mentre la parola “lavoro” 179 volte e sempre accompagnata da dispositivi di inclusione (mentoringcounselor oppure competenza o skillsunderskills, il «lavoro agile», l’apprendistato ecc.). Il lavoro salariato è citato zero volte. I lavoratori, non nel senso degli imprenditori, solo 34 volte.

Fatta questa piccola premessa orientativa entro nel merito dei dispositivi di “inclusione differenziale” che il piano prevede per le donne e per il raggiungimento della parità di genere, poi proverò a trarre alcune rapide e sintetiche conclusioni. Il primo dispositivo che il piano prevede concerne la formazione professionale delle donne attraverso il diploma Its (formazione professionale terziaria), nonché il rafforzamento dell’istruzione Ste (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), sapere utile per potenziare la tecnocrazia di cui necessitano il mercato e la religione dell’innovazione e della competitività. Il secondo concerne lo stanziamento di finanziamenti cospicui per promuovere l’impresa femminile – ma non è chiaro se intendono rifinanziare la vecchia Legge 215 del ‘92, peraltro appena rifinanziata per 20 milioni di euro nell’ultima Legge di bilancio 21/22, o farne una nuova.

Il terzo dispositivo concerne l’adozione di un sistema di «certificazione della parità di genere» attraverso cui le imprese virtuose che assumono donne possono essere sgravate dal fisco in percentuali diverse, a seconda della tipologia (piccole, medie, grandi). 

Naturalmente questo sistema di certificazione, almeno nel Pnrr, è adottabile solo per le imprese e il comparto produttivo privato. Non vi sarà certificazione alcuna sulla selezione delle cariche politiche o comunque il piano non fa riferimento a questo.

Oltre all’orrore e al raccapriccio di trovarsi dinanzi a un documento programmatico che rilancia un modello di sviluppo già miseramente fallito a causa di un virus, ci si trova anche dinanzi ad altre criticità: intanto il piano mostra pienamente di essere totalmente scollegato dalla realtà sociale delle donne in carne e ossa così come di tutti gli altri attori sociali perché rimuove sistematicamente i dati sulle diseguaglianze sociali e sulle povertà che si sono quintuplicate con la pandemia; in secondo luogo questo uso disinvolto di nozioni quali “genere”, “parità di genere”, “inclusione femminile”, “cura”, senza storia, complessità, genealogia, dimostra quanto, di fatto, le “donne” costituiscano ormai un ordine discorsivo del mercato e del potere “mainstreaming” che continua a generare forme paradossali di “sessismo democratico”.

Le cose da dire a tal proposito sarebbero molte, tuttavia per ragioni di spazio possiamo solo abbozzare alcune altre brevi riflessioni su cui sarebbe interessante aprire confronti e dibattiti. La prima è quasi una constatazione banale: il neoliberismo, come già riportato in tante ricerche sociologiche che precedono la pandemia e il Pnrr, inteso come unico e solo modello di sviluppo, non esclude le donne dalla dimensione produttiva, come faceva il patriarcato fin dalle origini della polis greca.

Esso le include per metterle a valore su un piano squisitamente economicistico, strumentale e funzionale, ignorando e non ascoltando i movimenti, le reti e le associazioni femminili e femministe che almeno dagli anni ’70 a oggi praticano il conflitto fornendo teorie e pratiche per immaginare politiche alternative basate sull’auto-valorizzazione e sull’autodeterminazione a partire dalla relazione e dal desiderio femminile.

Le donne, infatti, non sono un gruppo sociale svantaggiato, un perenne “non-ancora” degli uomini, ma soggettività portatrici di azioni, pensieri, desideri, talenti in cerca di una forma di realizzazione propria, singolare, in grado di mettere in discussione la struttura stessa dei poteri e del capitale pensati originariamente da soli uomini e ora avallati anche da donne non femministe. 

Questa “capitalizzazione” del genere presente nel Pnrr, invece, non intacca le forme di organizzazione del potere economico, politico e sociale perché non cambia nulla alla radice, ma utilizza solo dispositivi di inclusione all’interno di un sistema prodotto, generato e organizzato da modelli maschili. Tale nuovo modello lo definirei come “paternalismo” ed è, appunto, una trama costitutiva delle politiche neoliberiste e dei processi di sussunzione dei corpi nel capitalismo contemporaneo.

Inoltre, nonostante nel Pnrr non si parli di “quote” (per fortuna), ma solo di “parità di genere” è bene specificare che quest’ultima non prende in considerazione la nozione di eguaglianza formale e sostanziale già presente nella nostra Carta Costituzionale, nonché l’art. 3 contenuto al suo interno, peraltro quasi mai applicato, spostando tutto sulle esigenze del mercato. Persino il diritto antidiscriminatorio, che pure è stato assai criticato da molte studiose femministe compresa me, dinanzi a questo piano appare come uno strumento giuridico avanzato e raffinato. Le retoriche che accompagnano questo passaggio non sono nuove: «Donne utili alla crescita del paese», «Donne brand», «Donne PIL», tutto già presente nelle retoriche pubbliche anche prima della pandemia.

In sintesi, la “capitalizzazione” del genere e delle donne prevista dal Pnrr si dota di indicatori di sviluppo – il già citato gender index – e di format del management che nulla hanno a che vedere con il desiderio e le scelte delle donne. Esse, infatti, ormai sono onnipresenti nel piano come nelle retoriche pubbliche e allo stesso tempo senza voce. Servono solo in quanto “altre” da mettere a valore per estrarre plusvalore.

Mai, come in questo momento storico, torna utile la mitica frase di Clarice Lispector: «Tutto il mondo deve cambiare affinché io possa esservi inclusa». 

Ecco, il mondo è cambiato durante la pandemia, ma ha preferito sposare la linea dei soggetti della rimozione, quella trama psichica e malata che induce gli esseri umani a ripetere in eterno se stessi e gli stessi errori. Una sorta di coazione a ripetere affinché tutto cambi perché niente cambi. D’altronde se esser pari significa essere incluse dal potere maschile non poteva che andare così.

(DinamoPress)

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