Ecomafie. Triplicati nel 2020 i rifiuti sequestrati per esportazione illegale

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Relazione al Parlamento del direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Minenna. Soprattutto plastica e RAEE. Partono in particolare da Salerno e Genova. Destinazione Africa e Est Europa

 

Triplicati nel 2020 i rifiuti sequestrati per traffico illecito verso l’estero. Si è passati da 2milioni e 251mila chili del 2019 a 7 milioni e 313mila dello scorso anno. Lo ha rivelato il direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm), Marcello Minenna, ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo illecito dei rifiuti. “L’aumento – ha sottolineato – rispetto all’anno precedente è rilevante e assume una dimensione ancora maggiore se si considera la contemporanea contrazione dei volumi in import ed export conseguente alla crisi pandemica”. Davvero una quantità enorme di rifiuti bloccati dagli uomini delle Dogane, che in tutto il 2020 hanno operato ben 541 sequestri rispetto ai 373 del 2019. Per il 61,28% si tratta di plastica, seguono i rifiuti elettrici e elettronici (Raee) col 13,16%, che però hanno riguardato ben 214 sequestri, che precedono veicoli e motori (164 sequestri) mentre l’enorme quantità di rifiuti plastici ha riguardato solo 13 sequestri, a conferma di un traffico molto importante. I numeri maggiori di sequestri ci sono stati in Campania e Calabria (61,97%), e poi in Liguria (23,31%). Spaventosi gli incrementi delle quantià sequestrate: in Campania e Calabria da 146mila a 4 milioni e 532mila chili, in Liguria da 683mila a un milione e 705mila. Ovviamente quasi la totalità dei sequestri, il 95,74%, è avvenuta nei porti, in particolare Salerno, Genova, Napoli ma anche Ancona, Taranto, Gioia Tauro, Bari, Venezia e Palermo.

I primi 10 casi di sequestro registrati da ADM nel 2020 riguardano traffico illecito di materiali plastici e RAEE. In particolare, il principale sequestro di rifiuti (pari a circa 1,4 tonnellate) ha avuto come oggetto un carico, partito da Varna (Bulgaria) e destinato al porto di Salerno, “materiale di rientro in Italia”. Ma, avverte Minenna, “l’attività del malaffare è in continuo movimento ed evoluzione per cui vengono modificati sia i punti di partenza che di destinazione”. Così il traffico di carta e cartone da macero verso la Cina si è quasi annullato, mentre ora è diretto principalmente verso Indonesia ed India. I cascami e avanzi di gomma si rivolgono quasi esclusivamente in direzione della Turchia. I materiali ferrosi vengono esportati quasi esclusivamente verso l’India, il Pakistan e, sporadicamente, la Turchia. Molto più frazionato risulta invece il commercio di cascami e avanzi di materie plastiche, ad opera di una pluralità di operatori e verso diverse destinazioni. “Nella maggior parte dei casi, le esportazioni illecite di rifiuti avvengono mediante l’utilizzo di voci di copertura, nell’intento di occultare la natura del rifiuto in esportazione”. Le maggiori criticità “riguardano i controlli sulle esportazioni degli pneumatici fuori uso e delle bobine di carta e plastica provenienti da stock di magazzino”. Nel caso degli pneumatici, “si è potuto constatare l’esistenza di una rete di soggetti, spesso di nazionalità africana, che acquistano ingenti quantitativi di pneumatici fuori uso a prezzi modesti da soggetti principalmente italiani che esercitano attività di autodemolizione e di gommista”.

Minenna segnala anche la questione dei “rottami spedititi verso paesi asiatici, che in realtà nascondono motori falsamente dichiarati come bonificati ma ancora contenenti lubrificante, parti di auto/moto/camion, batterie e compressori per autoveicoli, bombole a gas, Raee”. Gli interessi a questi traffici illeciti “sono da ricondurre in linea generale, ai risparmi dovuti per la gestione e l’effettivo recupero del materiale, con conseguenti minori spese, e guadagno netto ottenuto dalla vendita dei rifiuti qualificati come merce”. Ma “il rilevante problema” è “accertare la reale capacità dei soggetti esteri destinatari, di gestire e recuperare tali materiali”.Per quanto riguarda le criticità del contrasto, il direttore dell’Adm segnala “la differente sensibilità dei dispositivi di controllo doganali in uso in alcuni degli altri Stati Membri, spesso all’origine di vere e proprie distorsioni di traffico a rischio ambientale dall’Italia verso altri porti esteri”. Minenna sottolinea poi come “i rifiuti speciali non pericolosi dovrebbero essere trattati in Italia consentendo un recupero, ma vengono esportati privando in tal modo l’economia nazionale di materia prima utile alla produzione, ovvero vengono esportati verso Paesi che non possono garantire la gestione in modo ecologicamente compatibile con il solo al fine di ridurre i costi derivanti dallo smaltimento”. Infine denuncia come “il sistema sanzionatorio relativo al traffico illecito, non sembra più idoneo a contrastare le attività illecite sui rifiuti, anche in ragione della possibile inapplicabilità concreta in virtù dei tempi di prescrizione (quattro anni)”.

Abiti usati

Un capitolo della relazione dell’Adm riguarda il tema degli abiti usati. Anche sugli interessi della criminalità organizzata. “Sono sempre più frequenti – denuncia Minenna – i ritrovamenti all’interno di contenitori di tonnellate di abiti usati, sporchi, maleodoranti, ammassati in balle disordinate legate con del nastro in palese violazione delle norme, ancor più in questo periodo di pandemia”. Si tratta di abiti “non igienizzati o accompagnati da documenti esteri di avvenuta sanificazione”. Quindi “non possono in alcun modo essere considerati “rifiuti cessati” (end of waste). Si tratta, quindi, di traffico illecito di rifiuti”.

Responsabili, sottolinea il direttore dell’Agenzia, sono “società che non si occupano del trattamento di rifiuti ma hanno una semplice partita Iva, attiva nel settore dell’abbigliamento, in particolare nella vendita nei mercati”. Così “gli abiti vengono rimessi in commercio dopo un rapido lavaggio, senza la sanificazione obbligatoria”. E questo “desta preoccupazione soprattutto considerando il periodo di difficoltà economica che tante famiglie stanno vivendo, spinte dalla pandemia nella povertà, e quindi alla ricerca di beni a basso o bassissimo costo”.

La relazione ricorda come “i tentativi di esportare abiti usati erano già stati registrati negli scorsi anni” ma ora “le spinte prodotte dalle ricadute economiche della pandemia hanno porto l’attenzione verso i tentativi d’importazione di tali abiti usati”. Si tratta di un “nuovo iter” che “fa pensare ad un valore in importazione molto basso che, a seguito di una sanificazione che non avviene, consentirebbe agli artefici di tale traffico di ottenere grandi profitti. Si tratta – è l’allarme di Minenna – di un’attività idonea ad attirare interessi illeciti, compresi quelli della criminalità organizzata”.

C’è “il sospetto” che “l’emergenza Covid-19 abbia ridotto significativamente le filiere di afflusso di indumenti usati sia per difficoltà logistiche sia perché la crisi economica porta a buttare meno. Così le imprese si rivolgono altrove. Anche perché se diminuisce la propensione delle persone a buttare, aumenta la propensione a comprare l’usato. E questo favorisce gli speculatori”.

(Globalist)

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