Roma, disastro Pd sulle candidature e a perderci è la città

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Il quotidiano mainstream ha titolato “il Pd mette in campo i big”. Più che big in campo, quello che è avvenuto a Roma con le candidature alle primarie per i presidenti di municipio e per il sindaco, sembra un arroccamento,

un serrer les fesses che ha liquidato quel po’ di ampliamento civico che Zingaretti era riuscito a realizzare con Piazza Grande, proposta politica che mirava ad aprire il partito a soggetti nuovi e che per esempio ha portato, tre anni fa, a primarie vere e combattute nell’VIII e nel III municipio dove vinsero e sono stati eletti due outsider, Amedeo Ciaccheri e Giovanni Caudo.

Del resto, la spinta al rinnovamento della classe dirigente di centro sinistra a Roma aveva già dato buona prova di sé nel 2013, quando era stato eletto Ignazio Marino e la gran parte dei municipi erano stati conquistati da giovani presidenti molto capaci, cito a memoria: Sabrina Alfonsi, Valerio Barletta, Susy Fantino, Cristina Maltese, Paolo Marchionne, Giammarco Palmieri, Andrea Sartori, Emiliano Sciascia, Daniele Torquati, Maurizio Veloccia. Giovani, bravi, competenti, per bene, spazzati via con una firma dal notaio insieme a chi è stato effettivamente coinvolto nelle vicende di Mafia Capitale, come fu il caso di Andrea Tassone (Ostia).

Candidato Gualtieri, scontro tra correnti per i municipi

Nel 2021 si registra un processo inverso. La candidatura unica per il Pd di Roberto Gualtieri al Campidoglio ha prodotto l’effetto secondario che lo scontro fra le correnti si è scaricato sui municipi.
Nel primo municipio, Emiliano Monteverde, assessore al sociale, molto apprezzato dai cittadini e sostenuto dalla presidente uscente Sabrina Alfonsi – l’unica della squadra precedente che è riuscita ad essere rieletta e considerata, con la sua giunta, una ottima esperienza amministrativa a Roma in questi anni difficili – non ha avuto l’appoggio del Pd locale che, per contrapporsi alla giunta municipale, si è acconciato alla candidatura paracadutata dall’alto di Lorenza Bonaccorsi, frutto di un accordo fra Base riformista e Area dem di Franceschini.

Delusi gli attivisti civici

Dietro la facciata unitaria del ticket fra il candidato che ha rinunciato e la “big” ci sono anche i mugugni: “Senza nulla togliere alla persona, un gioco di pedine, sempre le stesse, che si spostano e nulla di nuovo che si crea”, lamenta una militante del Pd. C’è la delusione nel mondo dell’attivismo civico che guarda al Pd: “Non conosco questa signora e certamente non ha bisogno di me”. Stefano Fassina, candidato Leu alle primarie per il sindaco – in un lungo post su Facebook – si dice dispiaciuto per il ritiro di Monteverde: “Emiliano è un eccellente amministratore, un modello di buona politica, un punto di riferimento”.

Molto dispiaciuto è anche un altro candidato indipendente alle primarie per il Campidoglio, Giovanni Caudo: “Emiliano è molto bravo e blindare le primarie, sia a livello municipale sia a livello comunale non porterà nulla di buono, se le primarie non sono vere, non sono un momento vivo, le persone non verranno a votare”.

Dopo il primo municipio, gli altri

Nel primo municipio, che dovrebbe essere la punta di diamante del centro sinistra nella competizione per il Campidoglio, si è consumata la lacerazione peggiore. Il passo indietro della presidente e del candidato motivato dal rischio di una contrapposizione pesante del partito contro il governo del municipio.
Ma la situazione non è certo ridente nemmeno negli altri municipi. Con un segretario debole, Andrea Casu, il Pd romano ha subito le ingerenze e le oscillazioni del Pd nazionale e regionale guidato da Bruno Astorre. L’improntitudine con cui i due hanno lanciato la candidatura di Gualtieri quando il nuovo segretario Enrico Letta si era appena insediato, ha messo in evidenza il revanchismo del partito delle firme dal notaio per far dimettere Marino.

Il Pd romano, del resto, non è riuscito a esprimere una opposizione adeguata a Virginia Raggi in Campidoglio e ha perso l’occasione di costruire una classe dirigente territoriale. Ora va alla competizione elettorale senza accordi (se non in qualche realtà), a macchia di leopardo, in balia delle ambizioni dei singoli e delle correnti. Naturalmente non ha aiutato l’improvviso passo indietro di Nicola Zingaretti che era già di fatto in campagna elettorale quando Franceschini ha fatto saltare a Torino l’accordo con i Cinque stelle e, a domino, quello romano.

La conta tra componenti del Pd

In molte realtà ci sono anche le candidate e i candidati di Liberare Roma (la formazione ispirata da Ciaccheri), di Pop (Marta Bonafoni) e di Demos (Paolo Ciani), ma qui ci soffermiamo essenzialmente sulla conta fra componenti del Pd.
Nel XII municipio, Marco Miccoli, ex segretario di federazione, ex deputato, ex segreteria nazionale con Nicola Zingaretti, ma anche attivista del municipio, si contrappone a Elio Tomassetti, portato dalla corrente che fa capo a Claudio Mancini, Fabio Bellini, Cristina Maltese.

Nel IX Patrizia Prestipino ha fatto un passo indietro in favore della amica di corrente (base riformista) ed ex parlamentare Titti Di Salvo che è ben accetta anche dalle altre componenti.
La candidatura di Ileana Argentin, ex deputata, ha scalzato nel XIV municipio quella di Alessio Cecera (ex assessore ai lavori pubblici con Valerio Barletta), della sua stessa area (Patanè, Valeriani, Smeriglio).
Anche negli altri municipi, dove non ci sono big, in generale le primarie si sono trasformate in scontro fra componenti.
Nel Terzo quasi uno scontro fratricida fra Paolo Marchionne (ex presidente) e Francesco Pieroni, assessore nella giunta Caudo. Fratricida perché i due sono stati quasi fratelli politici e amici negli anni passati. Insieme avevano fatto l’operazione di apertura che ha portato alla elezione di Caudo presidente del municipio, ora il presidente uscente appoggia Marchionne mentre Pieroni è sostenuto dai suoi vecchi avversari di partito.

Scontro nel V, nel IV tre i candidati

Brutto scontro politico interno nel V municipio fra Mauro Caliste (sostenuto da Valeriani e Patanè) e Stefano Veglianti (sostenuto da Marta Bonafoni e Michela Di Biase).
Non si fanno le primarie nei due municipi dove si presentano i presidenti uscenti, Francesca Del Bello (II) e Amedeo Ciaccheri (VIII). A Ciaccheri che ha in giunta bravi assessori del Pd, il partito democratico chiede un maggiore coordinamento di maggioranza.
Nel quarto il confronto è locale, due i candidati del Pd, Federico Proietti (che è anche responsabile dell’organizzazione del partito) e Massimiliano Umberti mentre Liberare Roma candida Carla Corciulo. Nel VII l’archeologo Francesco Laddaga (ex lista Marino) sfida Carlo Mazzei, sostenuto da Claudio Mancini e un esponente del centro sociale Spartaco, Alessandro Luparelli.
L’ex parroco Franco De Donno, nel X municipio, sfida Mario Falconi (ex assessore ai lavori pubblici con Tassone). Nel XV Daniele Torquati, che dopo le dimissioni da presidente ha continuato a lavorare sul territorio, è sfidato da Luigina Chirizzi e Tatiana Marchisio. La libraia Alessandra Laterza, nel VI, sfida Fabrizio Compagnone. Nell’XI c’è un candidato naturale, Gianluca Lanzi, sostenuto unitariamente dalla coalizione, sfidato da Daniela Marianello.

I nodi della campagna per il Campidoglio

Gli ottimisti pensano che tutte queste tensioni porteranno molti a votare, i pessimisti che produrranno sfiducia nello strumento primarie e nella politica.
Tanto più che la gara per il Campidoglio non è semplice. Per le primarie Roberto Gualtieri, che ha fatto benissimo in Europa e bene il ministro, è presentato mediaticamente come candidato unico. Non dovrebbe, in quella selezione, avere problemi, tanto più che i voti non Pd si divideranno fra Giovanni Caudo, Paolo Ciani, Tobia Zevi (i tre in corsa da molti mesi) e Imma Battaglia, Stefano Fassina, Cristina Grancio (candidature degli ultimi giorni).

Ma poi ci saranno da vincere quelle che una volta D’Alema chiamò le “secondarie”. E il discorso si complica. Nelle roccaforti Pd, primo e secondo municipio, Carlo Calenda è molto popolare anche fra gli elettori del Pd, Virginia Raggi, nonostante il disastro della sua inconcludente amministrazione, sembra ancora popolare nella città a ridosso del Gra (le periferie dove il Pd dice sempre di voler andare), dove le figuracce tipo la targa sbagliata per Ciampi non hanno molta eco.

Il centro destra, che pensava di trovarsi di fronte Nicola Zingaretti, ha candidato un signor nessuno, Enrico Michetti. Ora si mangia le mani e ha ricominciato a litigare.
Insomma, in questo gioco di bussolotti, chi rischia di perdere veramente è Roma.

(Strisciarossa)

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