Per Visco la transizione non sarà un pranzo di gala

78

Il passaggio da un’economia protetta dallo Stato a una calibrata su digitale e green non sarà un automatismo e la ripresa sarà “complicata”

 

La ripresa, dice Ignazio Visco, sarà “complicata”. Quella che il governatore della Banca d’Italia fa dal palco del Festival dell’economia di Trento non è una considerazione che mette in dubbio il rimbalzo. La campagna di vaccinazione corre come non mai (1,2 milioni di dosi somministrate negli ultimi due giorni), le imprese sono ritornate a programmare gli investimenti, la fiducia dei consumatori ha recuperato la caduta del 2020. Quel “complicata” intercetta una questione ancora poco esplorata: il passaggio da un’economia che si regge su un sistema produttivo non più adeguato, sostenuta e protetta dallo Stato, a una calibrata su un nuovo modello, quello del digitale e del green. La complicazione è nella natura di questa transizione: non sarà un automatismo.

La sfida che il Paese, a iniziare dal Governo, ha di fronte non è solo spendere velocemente e bene i soldi del Recovery, ma capire come governare questo passaggio inedito e scivoloso. Insomma il salto da fare è doppio, cioè uscire dalla pandemia e trasformare il sistema, le incognite ancora molte. Ma le parole di Visco iniziano a mettere in fila quantomeno le questioni che andranno affrontate. Le sfaccettature sono diverse, il denominatore comune uno: il ruolo dello Stato.

Partiamo dalla situazione attuale. La necessità di fronteggiare la pandemia ha portato a un utilizzo imponente della cassa integrazione pagata dallo Stato e degli altri aiuti a imprese e famiglie finanziati sempre con il debito pubblico. A questo interventismo va aggiunta la gamba che riguarda un pezzo altrettanto imponente del sistema industriale. Lo Stato, attraverso Invitalia, è entrata nell’ex Ilva di Taranto, è l’azionista unico di Ita, la nuova Alitalia, ancora sta per chiudere l’acquisto di Autostrade attraverso Cassa depositi e prestiti. È implicato, sempre tramite la Cassa, nell’operazione per la rete unica. Tutti questi elementi hanno dilatato la presenza pubblica nell’economia. Non che prima del Covid fosse assente (era pari a circa il 45%) e non che sia un male a prescindere (anche Francia e Germania, per citare due Paesi con cui si può fare un confronto, hanno una presenza pubblica importante nelle rispettive economie). Ma l’emergenza sanitaria l’ha imposto come modello unico e obbligato.

E ora veniamo alla transizione verso l’Italia del Recovery. Qui la questione, ancora aperta, è la gradualità dell’uscita dello Stato, almeno per quanto riguarda la logica dei sussidi. Le incognite sono tre, strettamente collegate tra di loro: licenziamenti, ammortizzatori sociali e politiche attive del lavoro. Il ministro dello Sviluppo economico in quota Lega Giancarlo Giorgetti chiede una revisione dello schema sui licenziamenti che, dice, “andrebbe declinato con valutazioni settore per settore”. Il Pd è d’accordo, i 5 stelle pure. Ma al di là del posizionamento politico è evidente che il tessile fa più fatica rispetto all’alimentare e che se l’impianto resta quello attuale (due finestre, per le grandi licenziamenti liberi dal primo luglio, per le piccole da fine ottobre) aumenteranno i rischi di uscita per i lavoratori dei settori che ancora fanno fatica a risollevarsi. Mario Draghi non è contrario a un ritocco sui settori, ma allo stesso tempo non vuole allungare ulteriormente un regime di blocco già unico in tutta Europa.

Ai licenziamenti si legano gli ammortizzatori. Lo stesso governatore della Banca d’Italia ricorda al Governo che serve un sistema “evoluto”. La cassa Covid ha tutelato tutti, ma va colmato quel buco nella rete che prima della pandemia escludeva 3 milioni di lavoratori da qualsiasi sostegno. Mettere d’accordo i fondi, e i sindacati che ci sono dentro, è la via stretta che il Governo sta percorrendo per arrivare a una riforma operativa da gennaio. La complicazione è l’impatto che lo sblocco graduale dei licenziamenti avrà da qui a fine anno in termini di garanzie che non si riusciranno ad offrire a tutti. L’ultima delle tre questioni, le politiche attive del lavoro, non passa solo dalla sostituzione di Mimmo Parisi all’Anpal, ma dalla capacità di costruire un incrocio che intercetta una domanda accresciuta dalla crisi con un’offerta che cambia pelle, in linea con i nuovi profili richiesti dalle imprese.

Poi c’è la questione industriale. Visco spinge per uno Stato “responsabile”, che sia “capace di capire” per accompagnare la transizione. L’accelerazione legata alla digitalizzazione e al green va costruita non solo con i soldi. I temi qui sono il ricambio nel mondo del lavoro e la ristrutturazione produttiva. Giorgetti guarda a uno Stato “regolatore” e non azionista, il ministro per la Transizione digitale Vittorio Colao a uno Stato “allenatore”. Ma se il Consiglio di Stato spegnerà l’ex Ilva rimarrà solo lo Stato, la nuova Alitalia è in mano al pubblico in attesa di trovare un partner industriale (la storia insegna quanto è stato difficile e spesso fallimentare), le autostrade stanno per diventare pubbliche. Non è poi così scontato dire che è arrivata l’ora dell’uscita dello Stato dall’economia.

(Huffpost)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui