Venanzio Calcinelli e il museo delle tradizioni contadine

Una storia da raccontare: la sua, ma anche quella della sua famiglia, ma anche quella del suo paese, ma anche quella della sua terra. E allora, invece che prendere carta e penna, ha raccolto, salvato, recuperato, restaurato, custodito, sistemato tutto quello che potesse raccontare. Non con le parole, ma con le forme, con i materiali, con i colori. Non ascoltando, ma sentendo. E guardando. E toccando.

Venanzio Calcinelli ha trasformato una cantina in un museo. La sua cantina in un museo delle arti e dei mestieri, un museo del territorio. A Cesano di Roma. Dove è nato ottant’anni fa. E dove suo nonno, Venanzio anche lui, marchigiano di Camerino, era arrivato cercando lavoro e trovandolo in campagna. Contadino. A cavallo fra l’Ottocento e il Novecento. Grano. Orto e frutta. E le bestie: mucche, cavalli, asini, conigli. E siccome Cesano faceva parte, distaccata, quasi dimenticata, del comune di Campagnano, Venanzio Calcinelli senior agiva anche da vicesindaco, da ufficiale, da messaggero: registrava i neonati, certificava i morti, denunciava i furti, indicava i guasti, si incaricava pure di sollecitare la manutenzione delle strade.

Angelo, il figlio di Venanzio senior e padre di Venanzio junior, ereditò dal padre la vocazione a occuparsi un po’ di tutto. Muratore, il suo mestiere. Poi, però, la campagna: la vigna e l’uliveto, l’orto e gli alberi da frutta. E l’Università Agraria, per la quale manteneva rapporti e relazioni con gli utenti, l’assegnazione dei lotti (i famosi tre ettari, prima attribuiti in sorteggio, poi distribuiti equamente) e la riscossione delle quote, anche le richieste di utilizzare il trattore – quell’unico trattore – che stava sostituendo l’attività manuale e animale di aratri ed erpici. Tutto questo stando molto in giro, ma un po’ anche in ufficio. Gente instancabile, i Calcinelli.

Così Venanzio junior, l’ottantenne di adesso, è cresciuto senza mai stare con le mani in mano. E nonostante le preghiere di mamma Elide, che avrebbe voluto tenere il figlio di più a casa, papà Angelo se lo portava dietro in campagna. E gli insegnava. Gli insegnava a imparare. A potare, innestare, seminare. Ad aggiustare, escogitare, costruire. Un patrimonio manuale e pratico, artigianale e – perché no? – artistico, che valeva più di un titolo universitario. Invece, già durante le medie e poi definitivamente dopo la terza media, Venanzio cominciò a lavorare prima da un falegname, poi da un meccanico. Capire e fare. Scoprire e ripetere. Il fascino delle macchine, finché le macchine diventarono automobili. Da qui, per farla breve, collaudatore e ispettore alla Fiat: la sensibilità nell’ascoltare la musica dei cilindri, l’alchimia dei carburatori, la lubrificazione degli ammortizzatori, l’equilibrio delle ruote, poi quella di rispettare la trasparenza dei conti.

Finché, una decina di anni fa, Venanzio Calcinelli sentì di avere ormai una storia da raccontare: la sua, ma anche quella della sua famiglia, ma anche quella del suo paese, ma anche quella della sua terra. E allora, invece che prendere carta e penna, riunì, ripulì, resuscitò attrezzi sparsi e gli dette voce. Non a parole, ma a forme, materiali, colori. E ora la sua cantina a Cesano è un piccolo, ricco, affettuoso spazio museale, un regno – una macchina – del tempo, un tempio della passione, un viaggio nella memoria. L’angolo del maniscalco, del falegname, del calzolaio, dell’idraulico, del muratore, del maniscalco: ciascuno con gli attrezzi del mestiere. Lo scaffale del cacciatore e quello del militare: tra cappelli e elmetti, ghette e cinturoni, cartucce e polvere da sparo. La macchina della maglieria e la macchina per cucire, che apparteneva alla zia Edda, come una seconda mamma, che con aghi e fili si prodigava per tutti. Perfino un bancone, l’insegna, le bottiglie e i boccali dell’osteria, perfino un tavolino con le sedie e un mazzo di carte, perfino gli attrezzi da oste, vinaio e vignaiolo. E ancora qualche favolosa reliquia sportiva: le bocce protagoniste sui due campi davanti all’osteria, un paio di sci – quasi due assi di legno – acquistati al Passo del Falzarego e un paio di scarponi con le stringhe anni Cinquanta personali, addirittura una racchetta di legno appartenuta ad Adriano Panatta e un’altra a Corrado Barazzutti. Perché raccogliere – a un certo punto – per Venanzio Calcinelli è diventato anche ricevere regali o frequentare mercatini. Quasi una missione.

Una domenica del 1952. I due campi di bocce – in uso gratuito, si pagava solo la consumazione – davanti all’Osteria da Angelo a Cesano lungo la strada che dal borgo porta alla stazione. In primo piano, sul Guzzino, Giorgio Calcinelli. Fra le sue braccia, il cugino Walter. Di fronte, in piedi, Angelo Calcinelli. Di spalle, Edda Calcinacci. Alla sua destra, Elide Calcinelli. L’osteria era frequentatissima dai militari. C’era anche una coppia, lui e lei, piuttosto anziani: ordinavano mezzo litro, poi un altro mezzo, poi, immancabilmente, dicevano ad Angelo di segnare. Finché un giorno Angelo sbottò: “Dici ‘segna-segna’, ma non paghi mai”. Il cliente, imperturbabile, replicò: ‘Si voi segnà, segna, sinnò tièttelo a mente’”. L’osteria chiuse verso la fine degli anni Cinquanta. E i due campi di bocce, liberi, si trasformarono in uno da tennis, privato.

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