Massimo ribasso e subappalti liberi: è tutta qui la semplificazione di Draghi?

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La bozza del Decreto Semplificazioni ha acuito in questi giorni lo scontro politico, già arroventato per le polemiche sul blocco dei licenziamenti. Gli interventi previsti sul Codice degli Appalti, in particolare, hanno scatenato l’ira del Pd e dei sindacati, preoccupati per il rischio che un alleggerimento delle regole possa favorire infiltrazioni criminali nei cantieri pubblici. Dal canto suo, invece, Confindustriabenedice la leggera de-regulation ma non nasconde la propria delusione rispetto a una riforma che si aspettava più sistemica e corposa.

Si ripropone così il vecchio schema: sinistra-lavoratori contro destra-imprenditori, con in mezzo il governo che tenta una difficile mediazione. Insomma, anche con Draghi, il copione non sembra cambiato.

I punti controversi nella bozza presentata dall’esecutivo sono essenzialmente due: il ripristino dell’aggiudicazione delle gare al massimo ribasso e la liberalizzazione dei subappalti.

Secondo lo schieramento Pd-Cgil-Cisl-Uil, queste due previsioni favoriscono le infiltrazioni di gruppi criminali, che, da un lato, hanno la possibilità di offrire prezzi ribassati risparmiando ad esempio sulla sicurezza dei lavoratori e, dall’altro, avrebbero la strada spianata nell’insinuarsi nei cantieri come subappaltatori. Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, minaccia lo sciopero: “Così torniamo indietro di 20 anni, ai tempi di Berlusconi”, dice. Enrico Letta, leader del Pd, invoca invece una riforma del Codice degli Appalti che sia “verde per velocizzare ma anche luce rossa per impedire abusi”.

Il criterio del massimo ribasso – sul quale peraltro il Governo sembra già orientato a fare marcia indietro – è effettivamente una vecchia ricetta sui cui rischi collaterali in pochi obiettano. Persino Gabriele Buia, presidente di Ance – ossia la Confindustria dei costruttori – ha dichiarato in una recente intervista a Il Mattino: “Noi abbiamo sempre detto di no al massimo ribasso, per ragioni di trasparenza soprattutto. E non abbiamo cambiato idea”.

Più complesso è invece il discorso per quanto riguarda liberalizzazione dei subappalti, sui quali oggi vige il tetto del 40%. La Commissione europea ha attivato una procedura d’infrazione contro l’Italia proprio per le limitazioni imposte a questo contratto. Posto che in sede europea il fenomeno mafioso è probabilmente avvertito come meno urgenza rispetto al contesto italiano, per rimediare l’Anac(Autorità nazionale anticorruzione) ha suggerito di cancellare la soglia del 40%, mantenendo però un limite percentuale massimo per alcuni casi specifici considerati più rischiosi. E invece il Governo è intervenuto con l’accetta, rimuovendo la soglia sempre e comunque.

Intanto, anche qui, l’Ance ci tiene a precisare: “Non abbiamo mai chiesto la liberalizzazione del subappalto e mai la chiederemo”. Ma poi sottolinea anche che “il subappaltatore dell’opera pubblica ha gli stessi controlli dell’impresa principale su possibili infiltrazioni della criminalità”.

Ma la bozza del Dl Semplificazioni non soddisfa del tutto gli imprenditori, che puntano il dito – sempre parole di Buia – contro “la tecnocrazia e i ministeri direttamente competenti, come l’ex Ambiente e quello dei Beni culturali” e contro la “inerzia della Pubblica amministrazione” spesso soggiogata dalla “paura del danno erariale”. “Finalmente si è capito che bisognava intervenire con urgenza sulle semplificazioni”, osserva il presidente dei costruttori. E invece “siamo ancora alle parole. Anziché accelerare per cambiare il Paese, si continua a discutere delle procedure e delle gare”. Come a dire: sarebbe questo il governo dei migliori?

Anche Confindustria, in altre parole, si aspettava di più da Draghi. Magari l’istituzionalizzazione del cosiddetto “Modello Genova”. E invece, anziché una riforma complessiva, ecco solo un grappolo di norme sparse qua e là, che – per giunta – fanno venire i capelli dritti ai sindacati e una parte della stessa maggioranza di governo.

La semplificazione delle regole sui lavori pubblici – come ha rimarcato più volte lo stesso premier – è un passaggio imprescindibile per la concretizzazione dei progetti indicati nel Recovery Plan. La riforma vera e propria del Codice degli Appalti è attesa per la fine dell’anno con una legge delega. Ma questo primo intervento, un po’ raffazzonato e criticato da sinistra e da destra, non lascia ben sperare.

(TPI)

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