Reattori nucleari «made in China»: il nuovo export cinese è atomico

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Cina. Per la Cina l’esportazione di tecnologia nucleare è un affare più sicuro: una volta entrati in funzione, gli impianti hanno alti rendimenti e costi operativi moderati, al contrario dei flop delle infrastrutture stradali lungo la nuova via della seta

La Cina abbatterà le emissioni (anche degli altri) con il nucleare. I progetti di sviluppo di tecnologie autonome e performanti per l’energia nucleare hanno una lunga storia nel paese asiatico, ma tornano sulla scena con la promessa della neutralità carbonica entro il 2060. Il nucleare è da sempre un’alternativa importante nel quadro di sicurezza energetica cinese, e ora Pechino punta alla leadership tecnologica per espandersi sui mercati e rafforzare i legami con i partner commerciali.

Il suo campione internazionale è il reattore Hualong One, entrato in piena funzione lo scorso gennaio a Fuqing, nel sudest del paese. È un reattore nucleare ad acqua pressurizzata, al 90% made in China: per Pechino segnala il pieno dominio della tecnologia nucleare di terza generazione, ma a due terzi del prezzo dei reattori europei, statunitensi e giapponesi. Negli ultimi dieci anni la Cina ha accelerato la corsa alla padronanza delle tecnologie nucleari, che comprendono un ampio spettro di soluzioni ai problemi principali del settore. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia atomica, oggi Pechino è il produttore di energia nucleare con il tasso di espansione e sviluppo più alto.

A partire dal 2015 i principali operatori nucleari hanno cavalcato l’onda dell’internazionalizzazione sotto l’egida del governo cinese. Imprese statali, hanno siglato accordi milionari in tutto il pianeta, anche se oggi il dialogo si è fatto più cauto. I primi Hualong One d’esportazione sono entrati in funzione questo aprile a Karachi, in Pakistan, mentre altri arriveranno presto in Argentina per completare la quarta centrale nucleare del paese.

L’ingresso della tecnologia cinese sui mercati sta ridefinendo il settore dell’energia nucleare, limitato da costi iniziali molto elevati, problemi di sicurezza e da governi sempre meno interessati a finanziarlo e ha così creato enormi spazi di manovra per i nuovi arrivati. I reattori cinesi di terza generazione hanno vita lunga, 60 anni contro la media dei 35-40, e producono 1,161 milioni di kilowatt, sufficienti per una comunità mediamente sviluppata di un milione di persone. Ad attirare i paesi meno avanzati è, inoltre, la ricerca cinese sugli usi alternativi dell’energia nucleare, non solo perché soddisfarebbero la domanda di calore delle nuove industrie pesanti: la potenza di un reattore è in grado di abbattere gli enormi costi della desalinizzazione dell’acqua, richiestissima nei paesi dove l’acqua dolce è sempre meno reperibile.

Per la Cina l’esportazione di tecnologia nucleare è un affare più sicuro: una volta entrati in funzione, gli impianti hanno alti rendimenti e costi operativi moderati, al contrario dei flop delle infrastrutture stradali lungo la nuova via della seta.

L’esportazione e il know-how del nucleare cinese contribuiscono anche ad arricchire il capitale diplomatico di Pechino, laddove molti paesi occidentali non desiderano investire, sia per questioni economiche che di opinione pubblica. Russia e Stati Uniti rimangono i principali contendenti, con clienti consolidati, reattori promossi fino agli 80 anni e accordi vantaggiosi per il ritiro del combustibile usato. La firma di Pechino manca inoltre da alcuni accordi importanti promossi dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA): ciò non la differenzia molto dagli Usa, ma acuisce l’incertezza dei clienti nei confronti di un attore ancora «giovane».

In compenso la Cina sta avanzando, spinta dalla forte domanda interna, nel riciclo del carburante, nella produzione di uranio-235 e nell’impiego del torio – più reperibile in natura – che convertito in uranio-233 ha qualità migliore. Il ciclo del combustibile che la Cina sta sviluppando farebbe risparmiare fino al 30% di uranio, in un paese dove ne saranno necessarie almeno 35 mila tonnellate all’anno entro il 2030. Il torio sarebbe inoltre impiegato nei nuovi reattori a sali fusi, una tecnologia in grado di ostacolare reazioni a catena incontrollate e che potrebbe rivoluzionare il problema della sicurezza: la Cina è già oggi in competizione con gli Stati Uniti, ma è l’unica tra i due che sta cercando di implementare questa soluzione, includendola nella propria strategia energetica sul lungo termine.

(Il Manifesto)

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