“Non tornerò più in mare, come pescatore sono morto”. Il racconto del comandante dell’Aliseo

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Giuseppe Giacalone indossa ancora la maglietta sporca di sangue del giorno dell’attacco e accusa le autorità italiane di averlo abbandonato

“Conservo la maglietta, finirà in una cornice”. Il comandante del peschereccio Aliseo, Giuseppe Giacalone spiega all’AGI, con stanchezza e delusione, perché ha deciso di lasciare il proprio lavoro e perché indossa ancora la maglietta verde insanguinata che aveva il giorno in cui la marina libica ha aperto il fuoco sulla sua imbarcazione.

“Come pescatore sono morto”, dice riferendosi al mitragliamento libico che lo ha ferito, e la cui prova vuole mostrare a tutti: la maglietta insanguinata che indossava giovedì, quando i libici lo hanno colpito sparando sulla cabina di pilotaggio.

“Ho litigato perfino con i miei figli, uno di loro era tra i 18 sequestrati per tre mesi e ora è di nuovo in mezzo al mare per pescare”, continua Giacalone. “Finora – aggiunge – non c’è scappato il morto soltanto perché Gesù ci ha aiutato. Ecco perché all’arrivo a Mazara ho baciato la croce che porto al collo: le cose bisogna farle fin quando si è vivi, non è necessario poi venirci a cercare al cimitero”.

“Non tornerò più in mare – dice – dopo aver lavorato onestamente, rischiando la vita. Non me la sento più”. “Questo – continua Giacalone – è peggio di un atto di guerra: noi siamo pescatori, non siamo guerriglieri o terroristi. Mentre questi stavano cercando di sequestrarci gli abbiamo regalato un barattolo di Nutella: noi pescatori siamo così, ma loro hanno sparato per ucciderci“.

“Io – spiega – ero tranquillo quando ho capito che erano i libici di Tripoli; il nostro ministro Di Maio un giorno sì e l’altro pure va lì per fare accordi, fare autostrade e questi invece ci sparano, altro che. L’anno scorso, quando sequestrarono mio figlio, dissero che era difficile trattare con l’esercito di Haftar, perché non avevamo rapporti. È successo che con Tripoli è andata alla stessa maniera: si stanno prendendo il nostro mare e noi stiamo zitti. E, onestamente, mi aspettavo un impegno più incisivo della Marina Militare, loro erano lì con una nave e l’elicottero, e i libici continuavano a spararci addosso”.

“Nessuno del governo nazionale mi ha chiamato, nessuno del governo ci ha accolti nel porto. Dov’è il ministro Di Maio? Mi aspettavo che fosse lì, che ci dicesse qualcosa”, è lo sfogo che Giacalone affida all’AGI. La testa è ancora fasciata da medicazione: “Dovrò rifarla, più tardi andrò in ospedale” e aggiunge con amarezza, per sottolineare l’accusa di essere stato abbandonato: “avete visto qualche ambulanza sulla banchina del porto?”.

Il miliziano addestrato a Messina

Tra i miliziani libici che hanno sparato contro il peschereccio Aliseo “ce n’era uno addestrato dall’Italia a Messina e parlava italiano” racconta ancora Giacalone. “Avevamo impiegato un’ora per recuperare le reti, quando verso le 10.15 ci ha chiamato la Marina Militare che ci invitava ad invertire la rotta verso nord, senza spiegarci cosa stava accadendo. ‘Fate rotta a nord’, ci dicevano e lo abbiamo fatto. Eravamo quasi a 50 miglia dalle coste libiche, verso le 13.15, e una motovedetta libica ci ha affiancato, ‘ferma, ferma’, ci urlavano e hanno cominciato a sparare con tre fucili”.

“Puntavano sull’uomo – ricorda Giacalone – volevano uccidere solo me, mi dicevano ‘ferma, ferma’, ma io andavo avanti e nel frattempo ho dato indicazione all’equipaggio di andare giù. I libici mi guardavano fisso negli occhi, e con le dita mi facevano segno che mi avrebbero tagliato la gola. Poi, quando mi hanno colpito, sono uscito dalla cabina, e mostrandogli la maglia (insanguinata, ndr) gli ho detto ‘basta!’, e lì il comandante della motovedetta libica ha capito, ha iniziato a dirmi ‘sorry, perdona’, per scusarsi; voleva darci assistenza e portarci all’ospedale di Khoms”.

(Agi)

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