Draghi spinge l’Europa sulle tutele sociali comuni

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Il summit di Porto. Il premier italiano: rendere strutturale e permanente il fondo Sure. E sulla liberalizzazione dei vaccini: non garantisce la produzione, ma «a Big pharma sono giunte sovvenzioni imponenti, ci si aspetta qualcosa»

«La dichiarazione non sembra essere di grande importanza ma non è così». Mario Draghi esordisce, nella sua conferenza stampa a Porto, anticipando e respingendo le critiche. Prosegue con una spiegazione dalla quale traspare l’intenzione di forzare garbatamente ma con decisione la mano. Quello che si conclude ora, con l’avvio della condivisione di un sistema di tutele sociali comune è stato un percorso lungo, avviato nel 2017 da Juncker. Frenato sin qui, fa capire il premier italiano, dal Regno Unito: «Non credo sarebbe stato possibile arrivarci se il Regno Unito fosse ancora parte della Ue».

L’URGENZA È MASSIMA e discende da fattori diversi: gli effetti della pandemia, che hanno fatto esplodere le diseguaglianze sociali preesistenti, ma anche, in prospettiva, quelli persino più minacciosi che deriveranno dalla transizione energetica. La sfida di un premier italiano che sempre più evidentemente si propone come guida dell’intera Unione è doppia. Accelerare l’integrazione europea aggredendo il settore fondamentale del mercato del lavoro e prepararsi a fronteggiare una crisi sociale che non sarà transitoria ed emergenziale ma imporrà una revisione totale del Welfare in un sistema produttivo rivoluzionato da tutti i punti di vista.

La proposta di Draghi è quella di partire rendendo strutturale e permanente il fondo Sure per la cassa integrazione europea: «È stata ripresa da molti, anche da Paesi da cui non me lo sarei aspettato. Non c’è né poteva esserci una decisione presa. La discussione, come quella su una politica di bilancio nei mesi a venire, potrà iniziare solo nel Consiglio Ue di giugno».

Non sarà una passeggiata. L’olandese Rutte ha già fatto risuonare il suo no. Ma la posta, sia sul fronte dell’integrazione che su quello di una situazione di diseguaglianza esplosiva, è altissima.

SULLA LIBERALIZZAZIONE dei vaccini, Draghi è prudente. In fondo cosa vogliano fare gli Usa ancora non è affatto chiaro. Certo, chiedere a Big Pharma la sospensione temporanea dei brevetti in cambio degli «imponenti finanziamenti» ricevuti non è una follia. Ma la questione è meno semplice. La liberalizzazione «non garantisce la produzione dei vaccini, che è complessa: richiede tecnologia, specializzazione, organizzazione e deve essere sicura». Meglio cominciare dallo sblocco dell’export da parte di quei Paesi come Usa e Regno unito che lo hanno bloccato, a differenza della Ue che ha destinato all’export metà della sua produzione, e aumentare i fondi per i Paesi poveri, oggi «assolutamente insufficienti».

DIPLOMAZIA D’OBBLIGO. La Germania resta contraria alla sospensione dei brevetti e Draghi sa di non poter forzare la mano in modo brusco. Ma in Italia il Parlamento si è pronunciato più volte impegnando il governo ad adoperarsi per la sospensione dei brevetti: da sola non basterebbe a garantire la vaccinazione di massa nei Paesi poveri, oggi limitata al 4,4% della popolazione, ma pur se non sufficiente il passo è necessario. Anche questo, di qui al Consiglio di giugno, è un nodo che in buona parte dovrà sciogliere proprio Draghi, meno vincolato di Macron, impastoiato dall’asse franco-tedesco.

Il premier italiano, però, esclude calcoli geopolitici dietro la svolta di Biden. Difficile immaginare che sia una mossa in funzione anti-russa e anti-cinese, dal momento che Mosca e Pechino hanno promesso ciascuna 750 mln di dosi di vaccino, ma la Russia ne ha poi prodotti appena 6 mln e la Cina non più di 40. Poco per impensierire Washington.

NEL FINALE DEL BRIEFING Draghi torna in Italia, dove continua a impazzare il dibattito surreale sulle riaperture. Non si scosta dalla linea di sempre: riaprire sì ma in sicurezza. I dati sono positivi. La prudenza resta d’obbligo. Significa che a metà maggio, salvo amare sorprese nei dati del 14 maggio, il coprifuoco verrà spostato di due ore, sino alle 24. Ma senza quella riapertura totale e immediata che continua a chiedere Salvini, anche perché è la sua parte in commedia. Piuttosto il premier è preoccupato per la stagione turistica. Quando insiste per il Green Pass europeo e per prepararsi a sciogliere il nodo della sicurezza negli aeroporti ha in mente questo: un’estate 2021 che per molti settori è questione di sopravvivenza.

(Il Manifesto)

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