L’intesa tra Biden e Bergoglio sui vaccini

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Washington pensa alla sospensione dei brevetti, il Vaticano la chiede da tempo. E fa sapere: sono due secoli che distribuiamo gratis i vaccini

Se Joe Biden si dice favorevole alla sospensione dei brevetti sui vaccini, dal Vaticano si ricorda che non è solo una posizione estemporanea di Papa Bergoglio, la richiesta per la loro distribuzione a tutti. Anzi, rientra in una antica e solida tradizione del Vaticano, che risale più o meno già ai primi anni in cui l’uomo si accorgeva che, tra vaiolo o altro, somministrarne anche ai poveri faceva bene a loro, ma anche a tutti gli altri. Persino ai ricchi.

Sul tema della distribuzione gratis Francesco è intervenuto molte volte, auspicandola e invocandola. Si è speso, il Pontefice, contro l’idea che dei vaccini non ci fosse bisogno, o che fossero eticamente inaccettabili (sostenuto da pareri autorevoli come quello della conferenza episcopale statunitense). Ne ha poi distribuiti ai poveri di Roma, attraverso l’Elemosineria.

Cosa poi ne pensi del mercato, dei brevetti e della loro sospensione lo fece capire la notte di Natale. “Non posso mettere me stesso prima degli altri, mettendo le leggi del mercato e dei brevetti di invenzione sopra le leggi dell’amore e della salute dell’umanità”, scandì per essere ascoltato meglio, “Chiedo a tutti: ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali, di promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti. Vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi di tutte le regioni del Pianeta. Al primo posto, i più vulnerabili e bisognosi”.

Adesso un articolo su Vatican News, firmato dal direttore editoriale del dicastero per la comunicazione della Santa Sede, ricorda che si tratta dell’ultimo passo su una lunga strada, vecchia di due secoli esatti.

“Era il 1822, Edward Jenner, il padre dell’immunizzazione moderna attraverso il vaccino contro il vaiolo, era ancora in vita quando nello Stato Pontificio allora guidato da Pio VII veniva attuata una massiccia campagna vaccinale, fortemente incoraggiata e minuziosamente preparata da un decreto a firma del cardinale Segretario di Stato Ercole Consalvi”, rievoca Tornielli.

Quella, prosegue, tra la Chiesa cattolica e le cure preventive per evitare epidemie e pandemie “è un’alleanza antica: uno sguardo alla storia ci permette di inquadrare meglio ciò che Papa Francesco ha detto a proposito dei vaccini contro il Covid-19 e ciò che ha attuato favorendo l’accesso al siero per i poveri e i senzatetto”.

Il Restauratore illuminato

Il decreto di Consalvi, il cui nome è solitamente legato, piuttosto, agli anni della Restaurazione scaturì dall’aver il Papa “ultimamente ordinato l’inoculazione del Vajuolo Vaccino ne’ suoi Stati”. Una malattia che, si scrisse per volontà del porporato (in realtà promotore di una Restaurazione ben più soft di quella di altri Stati europei) “malignamente insidia l’uomo dal liminare della vita ed infierisce sulla specie umana quasi per distruggerla nel suo nascere”.

Fin qui parole di buon senso, condivisibili ovunque e in ogni momento, Il seguito però appare di una certa attualità, visto quello che si è sentito dire soprattutto all’inizio della pandemia di covid.

Eppure, rincarava l’Autorità, “questo tristissimo pensiero ognora avvivato ed inasprito dalle ripetute stragi del morbo avrebbe dovuto persuadere ogni popolo ad abbracciare con il più vivo trasporto e praticare con pari riconoscenza l’inoculazione vaccina, metodo quanto semplice altrettanto efficace a rintuzzare la venefica forza del malore”.

Come dire: negare la pericolosità del morbo e la bontà del rimedio preventivo è pratica vecchia, ma non per questo legittima.

Al contrario, sottolinea Vatican News: “Il ‘testo unico vaccinale’ promulgato nello Stato Pontificio di due secoli fa definisce il vaccino un dono di Dio, ‘un mezzo sì energico messo dalla divina Provvidenza come a disposizione dell’Amore Paterno a salvamento della prole in su l’albore della vita quando essa più forma l’oggetto delle sue affettuose cure, ed in assicurazione delle speranze della famiglia e della patria, era al certo da attendersi che superati gli ostacoli si fosse propagato in ogni dove colla maggiore rapidità’”.

Il nemico del bene, non solo comune, invece fu il “radicato pregiudizio più forte in alcuni ancora dell’amore stesso della prole.

Vennero così organizzate vaccinazioni di massa, istituiti appositi uffici locali, create strutture per la conservazione dei sieri. Ma non solo: “per ottenere sussidi, benefici o premi, era necessario allegare il ‘certificato dal quale risulti che il chiedente essendo padre di famiglia ha fatto praticare la vaccinazione’”.

La “riprensibile condotta” dei negazionisti dell’epoca “veniva censurata”. Non solo: come conseguenza, perdevano il posto in graduatoria se avevano chiesto sussidi” allo Stato. Una pratica particolarmente diffusa all’epoca, in uno Stato che dell’elemosina pubblica faceva uno dei pilastri della sua stessa esistenza.

L’Immuni di Papa Mastai

Pare comunque che non bastasse, tanto è vero che due anni dopo li nuovo papa, Leone XII, abolì gli obblighi di legge suscitando l’entusiasmo, tra gli altri, del Belli, che scriveva a mo’ di epitaffio delle ugge sanificatrici del corso precedente: “Che belle idee da framassoni, queste di attaccare il vaiolo a li figlioli, per far venire lor gli infantioli”. Essendo questi ultimi le convulsioni tipiche del malessere, o del capriccio, della prima infanzia.

Ad ogni modo Gregorio XVI avrebbe reintrodotto la vaccinazione, rendendola obbligatoria nelle carceri (e anche qui il riferimento possibile all’attualità emerge da solo). Pio IX, poi, in occasione dell’epidemia del 1848 (anno per lui di grandi torbidi) usò le parrocchie come hub per lo screening dei vaccinandi, Una sorta di Immuni ante litteram, con in più un piccolo compenso in denaro per chi accettava l’inoculazione.

E così l’ultimo Papa Re, prima di partire per Gaeta, si tolse la soddisfazione se non di sbaragliare i liberali, ché sarebbe stato troppo, almeno i no vax.

(Agi)

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