Piano Ama contro l’export di rifiuti: «Al via investimenti da 340 milioni»

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L’Ama, la maltrattatissima Spa di nettezza urbana di Roma, si dà un piano industriale da 700 milioni, di cui 340 per uscire dalla schiavitù dei rifiuti. L’obiettivo è cancellare l’immagine della Roma delle montagnelle di spazzatura sui marciapiedi, e rispondere alle accuse quotidiane fra politici di tutti i partiti (ma due partiti più degli altri, Pd e Cinquestelle).

E’ additata come esempio pessimo di come non si gestisce, di come non si smaltisce e di come non si ricicla l’immondizia, per l’immagine di Roma che fa spendere spropositi ai cittadini per esportare i rifiuti dove invece sanno riciclarli.

I numeri da centrare

L’assemblea dei soci dell’Ama Spa presieduta dall’amministratore unico Stefano Zaghis, socio unico il Comune, ha approvato il piano di risanamento finanziario e il piano industriale al 2024 da 700 milioni, con la risistemazione dei bilanci 2017, 2018, 2019.

La sfida: uno studio del Conai dice che il Lazio ha bisogno di 44 nuovi impianti di trattamento dei rifiuti per una spesa di 635 milioni. Secondo il Paper numero 167 coordinato da Donato Berardi del centro studi Ref, il Lazio esporta ogni anni 1,3 milioni di tonnellate di spazzatura.

Commenta Zaghis: «Ora possiamo guardare al futuro con un’azienda risanata e capace di fare investimenti prospettici e portare una riduzione della tassa rifiuti ai cittadini».

I soldi del piano

Una parte del piano mira a risanare i conti con 360 milioni, dopo la due diligence condotta da Ama con la riapertura dei bilanci del periodo 2003-2016 e con la riconciliazione di tutti gli atti amministrativi che avevano portato a quei bilanci.

L’altra parte è il piano industriale per 340 milioni di investimenti, di cui metà per rinnovare il parco dei veicoli, con il ricorso a veicoli a minore impatto ambientale, e per razionalizzare la logistica, in modo che sia più efficace e meno costosa. L’altra metà dell’investimento è destinato a realizzare nuovi impianti.

La società passerà al 2024 dal 15% al 75% di impianti di proprietà. L’obiettivo è «scalare la catena del valore delle materie prime seconde, non più solo selezionarle per poi cederle», dice Zaghis. In altre parole, l’Ama vuole fatturare (e ridurre i costi per i cittadini) con la vendita di carta, plastica e altri materiali riciclati.

Gli impianti del futuro

Il piano industriale non prevede impianti termici, facili alle contestazioni, e tra l’altro ha saputo valorizzare anche alcuni spunti su cui aveva lavorato il vertice precedente guidato da Lorenzo Bagnacani e dall’assessora Pinuccia Montanari. Dice il piano industriale che l’Ama avrà due impianti (già autorizzati Via e Aia) per trattare ciascuno 60mila tonnellate l’anno di rifiuti organici, raddoppiabili a 120mila tonnellate. Poi saranno costruiti due impianti per selezionare la carta affiancati da due per separare il multimateriale, cioè soprattutto plastica e anche vetro e metalli, per 300mila tonnellate.
Inoltre ci sarà un nuovo impianto da 540mila tonnellate l’anno con tecnologia Tmb (Trattamento meccanico biologico), cioè un sistema per dividere in frazioni riutilizzabili i rifiuti non selezionati.
Infine trova conferma nel piano il progetto di un impianto “end of waste” innovativo per riciclare pannolini, assorbenti e teli ospedalieri per 20mila tonnellate l’anno, ispirato alla tecnologia Fater Smart-Contarina sperimentata a Spresiano (Treviso) che aveva fatto scuola nel mondo.

Basta export di rifiuti

Ciò che avanzerà dopo la selezione rimarrà nel Lazio. «Non manderemo più rifiuti in Veneto, in Romagna e nelle altre parti d’Italia», s’impegna l’amministratore. Inoltre il progetto tende a ridurre le emissioni per raggiungere la neutralità climatica al 2050. Ai 7.200 dipendenti si aggiunge un turnover di 900 nuovi addetti.

«Stiamo lavorando per allineare i nostri progetti con il Pnrr: parteciperemo alle gare per avere i finanziamenti», dice Zaghis. In alternativa, l’Ama farà ricorso a fondi di investimento sull’economia circolare.

Jacopo Giliberto

(Ilsole24ore)

 

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