Afghanistan, vent’anni dopo: fuga da un fallimento

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Non chiamatelo “ritiro”. Perché si tratta di una “fuga”. Fuga dal “cimitero degli imperi”: l’Afghanistan. Fuga da un fallimento durato vent’anni.

 

Non chiamatelo “ritiro”. Perché si tratta di una “fuga”. Fuga dal “cimitero degli imperi”: l’Afghanistan. Fuga da un fallimento durato vent’anni.

L’’avvio del ritiro dei 2.500 soldati statunitensi e delle altre truppe Nato, il livello della violenza aumenta in Afghanistan.

D’altra parte, i tentativi diplomatici di arrivare a un accordo di pace sono falliti e gli scontri tra i talebani e le forze di sicurezza sono continui. Tra l’altro c’è il rischio che decine di afghani che hanno lavorato in questi anni come interpreti per le forze armate statunitensi possano finire nel mirino dei talebani non appena i soldati Usa se ne andranno. La prova di forza è evidente e l’ultima strage di studenti a Logar, a confine con la provincia di Kabul, ne è l’emblema.

Tra l’altro l’attentato è avvenuto a due giorni dal decimo anniversario della morte di Bin Laden. A Pul-i-Alam, nella provincia afghana di Logar, un camion bomba ha ucciso 30 persone (tra loro molti studenti) e ferito oltre 60. Il presidente afghano Ashraf Ghani ha accusato i talebani di essere responsabili della carneficina. L’esplosione è avvenuta vicino a una foresteria: un tempo residenza del capo del consiglio provinciale di Logar, Abdul Wali Wakil. L’edificio attualmente, parzialmente crollato, era utilizzato da quanti, arrivati nel distretto, lo sceglievano al posto degli alberghi. Al momento ospitava diversi studenti delle scuole superiori, arrivati in città per sostenere la prossima settimana l’esame di ammissione all’università. A esplodere è stato un camion che si è avvicinato all’area: l’autista, secondo Tolo News, aveva detto di trasportare aiuti per la popolazione da parte di una Ong. Nell’attentato sono stati danneggiati anche un ospedale e una casa privata. Il ritiro dell’esercito tedesco L’esercito tedesco ha ufficialmente iniziato il ritiro delle sue truppe dall’Afghanistan dopo quasi 20 anni di presenza nel paese. “Il nostro compito in Afghanistan si è concluso”, ha annunciato un portavoce del ministero della Difesa di Berlino. “Oggi ha inizio il ritiro ordinato e coordinato della Nato e dei suoi alleati”. Fino ad oggi sono stati 1.067 i militari tedeschi di stanza in Afghanistan, in particolare dispiegati a Mazar i Sharif, nel nord del paese. Il numero aumenterà in un primo momento dopo l’inizio del  ritiro per consentire l’organizzazione delle operazioni di rientro.

 La madre di tutte le sciagure

Afghanistan, venti anni di guerra raccontano di un immane fallimento dietro al quale si cela una amara verità: la forza non può surrogare la politica, facendo dello strumento militare un fine. L’ultimo Rapporto, relativo al 2016, della Missione di assistenza Onu in Afghanistan parla chiaro: il numero di vittime civili, circa 3.500 morti e 8.000 feriti, è il più alto dall’inizio del conflitto. Dati che sono registrati dal 2009 ma che in realtà si riferiscono ad una guerra iniziata ormai 16 anni fa. Ad essere principale bersaglio sono i bambini, con un 24% in più di piccoli uccisi e mutilati nel Paese rispetto allo scorso anno. Sono le mine e gli esplosivi a ferire i più piccoli mentre vanno a scuola, giocano nel cortile o vanno a prendere l’acqua al fiume. Armi vigliacche di un conflitto che fa sentire la sua eco anche a distanza di 40 anni, ovvero la durata di una mina inesplosa. Dal 2014, con il ritiro delle truppe internazionali, la situazione è peggiorata: non sono state costruite strade né infrastrutture. Il sistema sanitario e la scuola non hanno più risorse. Annota Marco Leofrigio, in un articolato saggio su “AD” (AnalisiDifesa): “I talebani, come denunciato anche dal Sigar (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction), sono giunti a controllare un territorio esteso come non mai in precedenza dopo il 2001 quando l’Operazione anglo-americana Enduring Freedom fece cadere il loro regime. Dalla seconda metà del 2016 altro terreno è stato perso, con il governo afgano che arrivava a solo il 57% del Paese, ma questa percentuale di controllo si è ridotta ulteriormente con la recentissima caduta del distretto di Sangin, nell’Helmand, una perdita simbolica per tutta la coalizione anti-talebani.”. Altro che in rotta. “Fin quando ci sarà un solo soldato americano nel nostro Paese, l’Afghanistan sarà il cimitero di questa superpotenza nel 21° secolo” e i combattenti islamisti “continueranno con determinazione e solennità la jihad”, proclama il portavoce dei talebani Zabiullah Mujahid.

I soldati della Coalizione caduti, dall’inizio della guerra, sono 3529, di questi 2393 americani, e 54 italiani, e oltre 170mila militari e civili locali. Il calcolo delle vittime afghane è più controverso. Almeno 35 mila militari, dai 20 ai 30 mila civili, secondo le stime dell’Onu e del Watson Institute della Brown University. Sedici anni dopo, l’Afghanistan è sempre più un “Paese dei Talebani”. Secondo un recente rapporto dello Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction, i Talebani controllano o contestano il 40% dei distretti afghani. In particolare, i talebani hanno una significativa influenza su una fascia di territorio che dalla provincia di Farah attraversa le provincie di Helmand, Kandahar, Uruzgan, Zabul, fino alla provincia di Ghazni. In quest’ultima, ai primi di giugno del 2017 i talebani hanno occupato il distretto centrale di Waghaz facendo sfilare i propri uomini in parata – in pieno giorno e senza che né la coalizione né i governativi intervenissero – e pubblicando il relativo video sul Web. I Talebani hanno adesso il controllo completo di 5 distretti su 18 della provincia di Ghazni e del 60% di altri 9 distretti. Peraltro, Ghazni è anche una roccaforte di Al Qaeda, Stato Islamico, Islamic Movement of Uzbekistan e dei pachistani di Lashkar-e-Taiba. Sul terreno si assiste ad una competizione per la leadership del terrore tra l’Isis, che sta arruolando i pashtun, e al Qaeda 2.0. Una concorrenza che non oscura il dato di realtà: l’idea del “califfato” prende sempre più piede, e territori, in Afghanistan. E il “futuro” assomiglia sempre più a un ritorno alla situazione antecedente l’intervento militare dell’ottobre 2001: un Paese-santuario dell’islam radicale armato. Nessuno vuole vedere in faccia una sconfitta sempre più evidente. Per il giornalista francese Jean-Pierre Perrin, autore del libro Le djihad contre le rêve d’Alexandre, una storia dell’Afghanistan dal 330 a.C. ai giorni nostri, gli occidentali hanno già perso: “I Paesi occidentali non vogliono riconoscere questa umiliante sconfitta. E ancora meno sono disposti ad accettare che sia stata inflitta loro da bande di irregolari male armati, male addestrati, poco equipaggiati e dieci volte meno numerosi. Questa sconfitta ci riporta ai fallimenti degli invasori precedenti: gli inglesi in tre occasioni – e la prima volta risaliva a qualche anno dopo la vittoria su Napoleone – i russi e prima di loro altri eserciti stranieri meno importanti come gli iraniani. Del resto non è un caso se l’Afghanistan è chiamato il ‘cimitero degli imperi’”.

Un cimitero sempre più affollato. 

Scrive Raffaele Crocco su atlanteguerre.it: “Nella colonna delle uscite ci sono 150mila morti da mettere in contabilità. Ci sono 2mila miliardi di dollari spesi dai contribuenti degli Stati Uniti e 8,5 miliardi di euro spesi da quelli italiani. Da mettere a bilancio anche la morte di 4mila soldati della coalizione – la maggioranza degli Usa-, 52 di questi italiani. Sul fronte delle entrate, non c’è nulla, niente, zero

È un vero fallimento la guerra in Afghanistan e il ritiro delle truppe Usa e Nato annunciato da Biden in questi giorni ne è solo la certificazione. Una guerra insensata – nella insensatezza assoluta di tutte le guerre – e dannosa, durata inutilmente vent’anni, che ci lascia solo una domanda: ma almeno è servita a qualcosa? La risposta è secca: no. Proviamo a capire perché, mescolando in ordine sparso ragioni ideali, cinica politica internazionale, mondo degli affari. La guerra doveva portare in Afghanistan democrazia e giustizia, sconfiggendo contemporaneamente al-Qaeda e Talebani. Vent’anni dopo, l’organizzazione terroristica è ancora viva e agisce. L’unica vittoria militare sembra essere la vendetta che gli Usa hanno compiuto scovando e uccidendo Osama bin Laden, responsabile della strage delle Torri Gemelle. I Talebani, invece, nel 2001, all’inizio della guerra, controllavano realmente il 30% del territorio, ora controllano le campagne. In più, torneranno a governare con il consenso internazionale, dato che stanno combattendo l’Isis assieme alle Forze di sicurezza Usa. La democrazia è rimasta altrove, in Afghanistan non è certo arrivata. La classe dirigente scelta da Usa e alleati si è mostrata sufficientemente corrotta. Se la democrazia, poi, si realizza migliorando la distribuzione della ricchezza e rilanciando l’economia la missione è fallita: in 20 anni, abbiamo investito solo 29miliardi di dollari nello sviluppo del Paese, che resta tra i più poveri del Mondo. La condizione della donna è rimasta quella che era, cioè disastrosa. Inoltre, è molto probabile che riprenda con più vigore la persecuzione su base religiosa della minoranza hazara, sciita.

Per quanto riguarda il posizionamento geostrategico, meglio lasciar perdere. L’Afghanistan doveva servire agli Usa come base operativa nell’Asia centrale, per controllare Cina, Russia, Iran e traffico di petrolio. Obiettivo completamente fallito. nemmeno una porzione di territorio rimarrà sotto controllo, nonostante la guerra più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti nella loro storia. Qualcuno di contento c’è: sono i colossi statunitensi degli armamenti. Lockheed Marti, Northrop Grumman e Boeing sono le tre più grandi industrie di armi del Mondo. Buona parte dei 2mila miliardi di dollari investiti da Washington nella guerra se li sono mangiati loro. Una forma di ‘Warfare’ che gli Stati Uniti hanno usato spesso per rilanciare la loro economia quando in crisi.

Italia, un inutile sacrificio

Veniamo all’Italia: siamo in Afghanistan dal 2002. Attualmente sono schierati 800 militari, 145 mezzi terrestri e 8 velivoli per un costo di 159,7 milioni nel 2020.Complessivamente abbiamo speso, dicevamo, 8.5miliardi di euro, più o meno quanto investiamo nell’università e nella ricerca. Abbiamo avuto morti. Cosa abbiamo guadagnato? Dal punto di vista della partecipazione di nostre imprese alla ricostruzione, praticamente nulla. Nell’ottica di un nostro riposizionamento internazionale, di una crescita di prestigio nemmeno: non siamo riusciti, ad esempio, ad entrare come membri provvisori nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, non hanno sostenuto la candidatura, preferendo l’Olanda. Nella visione della presenza in una area strategica per il passaggio dei commerci – penso alla Via della Seta o al controllo di un territorio strategico a ridosso di Cina e Russia – zero su zero: non avremo basi, accordi, niente. Certo, abbiamo alimentato la nostra industria bellica, ma niente di più. Di fatto, se vogliamo fare i conti della serva, ai contribuenti italiani questa avventura voluta dal secondo governo Berlusconi e alimentata da tutti, tutti i governi successivi, è solo costata un mucchio di denaro. Che ad essere cinici, viene da dire: se vogliamo violare la Costituzione e fare la guerra, almeno facciamola per guadagnarci qualcosa.

Insomma, il bilancio è negativo, per tutti. Lo è per chi pensa sia stata una guerra in nome della democrazia. Lo è per chi da sempre sostiene che è stata solo un’altra guerra senza alcun senso. Soprattutto, ancora una volta a rimetterci sono state le persone normali, i troppi civili uccisi, i 4,6milioni di profughi. Poteva andare diversamente? No, non poteva, perché questa guerra non andava fatta, l’Afghanistan non andava occupato e le truppe dell’alleanza andavano eventualmente ritirate da tempo, per permettere agli afgani di trovare loro la soluzione migliore per il loro Paese. Ora qualcuno dirà: vista la situazione sarebbe meglio rimanere. Per carità, abbiamo fatto già abbastanza danni. Uno che quella realtà la conosce bene, il giornalista afgano Alidad Shiri, da anni a Bolzano, lo ha scritto: ‘In Afghanistan la gente ha paura, teme un’altra guerra, una guerra civile’”. Siamo andati per portare democrazia e giustizia. Dopo vent’anni lasciamo sul campo solo altra paura”.

Un’analisi documentata, ineccepibile. Nelle argomentazioni e nelle conclusioni. 

Lo scorso 14 aprile si è riunito il Consiglio Atlantico per deliberare la storica decisione del ritiro dall’Afghanistan. Con un imbarazzato comunicato si ammette il fallimento e si afferma testualmente: “Riconoscendo che non esiste una soluzione militare alle sfide che l’Afghanistan deve affrontare, gli alleati hanno stabilito che inizieranno il ritiro delle forze della Missione “Resolute Support” entro il 1 ° maggio.”

Scrive Domenico Gallo: “A ben vedere il conflitto nell’Afghanistan non è durato vent’anni, ma quaranta. Esso ha avuto origine il 24 dicembre 1979 con l’intervento delle truppe sovietiche a sostegno del governo laico della Rda (Repubblica Democratica Afghanistan) insidiato dalle rivolte fomentate dall’integralismo islamico.

L’intervento sovietico si risolse in un disastro politico e militare anche per l’interferenza degli Stati Uniti che armarono una sorta di internazionale di combattenti islamici arruolati dall’Arabia Saudita con a capo un personaggio che poi sarebbe divenuto famoso, Bin Laden. Quando nel 1989 le truppe sovietiche lasciarono l’Afghanistan si scatenò l’offensiva degli studenti coranici (i talebani), ancora una volta appoggiati dagli Stati Uniti, che nell’aprile del 1992 travolsero il governo laico di Najibullah, instaurando uno dei regimi più oscuri che si siano mai visti sulla faccia della terra.

In Afghanistan gli Stati Uniti hanno combattuto uno dei capitoli più assurdi della guerra fredda scatenando una guerra per procura contro l’Unione sovietica, col risultato di trovarsi, a loro volta impantanati per vent’anni in una guerra contro quelle forze infernali che, da apprendisti stregoni, essi stessi avevano evocato”.

E’ così.

La guerra in Afghanistan è stata la madre di tutte le guerre sciagurate succedutesi in questi vent’anni nel Grande Medio Oriente. E la “fuga” in atto non cancella questa tragica verità.

(Globalist)

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